Questa recensione fa parte di Cordelia di febbraio 26

In Come gli uccelli nulla è solo ciò che è: una biblioteca contiene un bar e una casa, un tavolo diventa cubo di una discoteca, dove c’era un salotto adesso sta una sala d’attesa. Una parete d’interno si gira a confine in forma di muro, chi sembrava destinato alla morte rivive, chi pregava perché l’altro non morisse dice addio. Un padre non è un padre e una madre non è una madre, uno stare assieme (baci, prospettive e promesse) s’interrompe anche se l’amore non termina e odi e legami si confondono per dirci che ognuno è più di quant’appare o si crede. Non ci sono soluzioni facili non di fronte alla Storia o alla guerra ma al cospetto dell’umano. Recensito fin dal debutto come un Romeo e Giulietta isra-palestinese (due giovani e una famiglia che s’oppone non per il cognome ma per la stirpe, la fede, il luogo di nascita), schiacciato dai critici contro la cronaca (come se fosse lo spettacolo sul conflitto de Il Mulino di Amleto), questa visione enorme, che dura tre ore fondendo 1967, 2013, 2011 e 1982 mi pare relazioni l’orizzontalità infinita dei rapporti e dei cambiamenti possibili – che in un mondo che vortica di continuo domani potrei innamorarmi della persona che oggi è più distante da me – con la verticalità della conoscenza delle radici, che «chi sono?», «da dove vengo?» o «qual è l’acqua culturale con cui sono stato battezzato?» si rivelano questioni ineludibili. Tant’è, tutte e tutti in Come gli uccelli, mentre attorno gli muta la vita, devono badare alle origini: scartando le bugie che accumula il tempo, e anche se d’ognuno ogni dieci anni cambiano le cellule. È così che alla fine e per esempio un figlio capisce la durezza paterna o un israeliano per trovare la pace ha bisogno dell’arabo, ossia della lingua con cui è stato partorito o cullato. In scena la compagnia (nomi nei crediti) sostiene ogni parola e figura del testo di Mouawad (leggetelo, Einaudi) al punto che l’unico mio dispiacere è per le proiezioni, a tratti invasive, poste sul fondo. Che non hai bisogno di null’altro quando hai una storia così, recitata da attrici e attori così. (Alessandro Toppi)
Visto al Teatro Bellini. Di Wajdi Mouawad, consulente storico Natalie Zemon Davis, traduzione Monica Capuani, adattamento Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi. Regia di Marco Lorenzi, con Federico Palumeri, Francesca Osso, Barbara Mazzi, Irene Ivaldi, Rebecca Rossetti, Aleksandar Cvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Raffaele Musella. Scenografia e costumi Gregorio Zurla, disegno luci Umberto Camponeschi, disegno sonoro Massimiliano Bressan, vocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro, video Full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte. Un progetto Il Mulino di Amleto, spettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa, in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi, con il sostegno di Bando ART-MAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo.














