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Caro, ispido, radicale, sovversivo, intransigente, sensibilissimo Carlo

Un articolo di Rodolfo di Giammarco in forma di saluto per ripercorrere la carriera del grande attore e regista recentemente scomparso. 

foto di Andrée Ruth Shammah

Caro, insostituibile Carlo Cecchi, restio ai ritratti e però 45 anni fa pronto ad accogliere senza riserve una mia lunga, lunghissima intervista, eravamo al Valle, come vincitore ex-aequo (con l’umano Tino Carraro) del Premio Armando Curcio per il Teatro del 1981 – disponibile a spiegarmi così la tua ritrosia a colloqui e domande: « Deve trattarsi di quel complesso di cui credo faccia menzione non so dove Cechov, qualcosa che a occhio e croce dovrebbe definirsi ‘autobiografobia’, allergia a fare dichiarazioni su sé stessi. Perché mi considero semplicemente un attore che cura la regia dei propri lavori, punto e basta. Mi esprimo coi mezzi del teatro, e la mia funzione si esaurisce lì ». Tant’è vero che in quell’occasione ti piacque non tanto soffermarti sulla tua fuga dal centro storico di Roma per trasferirti a Campagnano, paese laziale integro e taciturno che eleggesti a tuo domicilio, ma subito ti soffermasti sul perimetro abitativo dei tuoi spettacoli, e sul comun denominatore dello spazio, del modulo, con relativa disposizione di un assieme saturo di personaggi o cose irrilevanti. E tra biopic e lavoro esprimesti subito amore per i quattro-cinque mesi trascorsi con Eduardo, per come la lingua napoletana ti si era rivelata teatrale. Dichiarando senza mezzi termini che tu eri un attore comico che avrebbe voluto essere un attore tragico (« e quindi se la gente con me non ride, è un bel guaio »). Avendo pure la forza, la consapevolezza di dire che tu la categoria del teatro di ricerca la ritenevi tutto sommato una dimensione astratta e burocratica.

Andrée Ruth Shammah

Caro, ispido, ibrido, radicale, sovversivo, intransigente e sempre però sensibilissimo Carlo, ora che ci hai lasciati ho dato uno sguardo agli infiniti appuntamenti che m’hai offerto per e sulla scena nell’arco di circa mezzo secolo, intuendo che il miglior modo per salutarti è evocare alcuni degli stati d’animo che hai trasmesso a folle di cultori e a me privilegiato spettatore in sale, tribune, velluti e giardini di un’Italia collezionatrice di spettacoli, perché no?, di culto.

M’imbatto ad esempio, negli anni Ottanta, nel tuo Prospero smagato e in sottrazione d’una Tempesta che ha l’accortezza (blasfema? geniale? che importa?) di circondarsi d’un Ariele adolescente e in jeans reso da Paolo Rossi col gergo d’un hinterland aggraziato e crudele, oltre al Trinculo antiquato e clown di Gianfelice Imparato, e allo Stefano in divisa di gaucho maremmano nelle sembianze di Vincenzo Salemme, senza omettere l’ombra imbestialita di Calibano offerta da Alessandro Haber. Che piccola grande lezione di teatro m’hai dato ne Il coraggio di un pompiere napoletano, testo di Eduardo tratto da Scarpetta che t’ha ispirato faville e ilarità da vaudeville. Che caustico, rovellante, caparbio e ritroso Alceste m’hai riservato nella frenesia del disegno del tuo Misantropo. E nella tua Firenze, nel tuo Teatro Niccolini, nella tua cooperativa Il Granteatro, non puoi immaginare quanto io mi sia goduto il preludio da Grand Divertissement del tuo George Dandin.

1985. Il calapranzi di Harold Pinter. foto di Maurizio Ghiglia

Nel frattempo non mi soffermo neanche a ricordarti che una camera della mia casa romana brilla per un gigantesco bozzetto scenografico di Sergio Tramonti per il tuo Woyzeck, e non ti riattesto lo stupore immenso per il tuo L’uomo, la bestia e la virtù in maschera, e il potente invaghimento per il tuo Compleanno di Pinter, o per il dittico de Le nozze di Cechov e Le nozze piccolo-borghesi di Brecht. E a costo di rischiare un elenco di titoli fine a sé stesso, t’esprimo inesprimibile riconoscenza per essere io cresciuto col tuo Ritorno a casa di Pinter, Ivanov di Čechov, Una specie d’Alaska e Calapranzi ancora di Pinter, cui seguì Il borghese gentiluomo di Molière, I creditori di Strindberg, e poi L’amante di Pinter, e Il misantropo di Molière. Toccò al Festival di Spoleto, alla fine degli Ottanta, compattare un’operazione sulla nuova scena, e accanto a Leo, Perlini e Nanni eccoti con un pregiato e radicale cast alle prese con Amleto. Mi dicesti «Già ho fatto una bella quantità di matti, a teatro, ma stavolta supero ogni precedente, recito nei panni di un personaggio che si toglie il gusto di comportarsi e di parlare come se fosse il più paranoico, il più incorreggibile e il più pazzo di tutti, malgrado dica cose anche sacrosante», e, avendo alle spalle una straordinaria collezione di passeggiate col drammoletto Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me di Thomas Bernhard in sintonia con Gianfelice Imparato indossante un vezzo di perle da segretaria, ti gettavi avidamente su Ritter, Dene, Voss di Bernhard che, stando alla troupe protagonista, poteva teoricamente intitolarsi Bonaiuto, Confalone, Cecchi implicando nell’idea dell’autore e nel dispositivo del tuo straordinario allestimento un terzetto di interpreti superteatrali. Commentasti: «Sai, con Bernhard ho forse in comune un rapporto conflittuale nei riguardi del mondo della prosa». Seeee, t’avrei risposto intensamente io.

E siamo all’ultimo decennio del Novecento. Da un certo momento in poi ho memorizzato, caro Carlo, una qualche tua fantastica alternanza di accordi a due, di serate speciali con partner speciali, con repertori speciali. È successo quando nel 1993 a Perugia ho assistito alla performance jazzata di te e Paolo Rossi in un concerto favolistico ed eversivo in memoria di Elsa Morante, a contatto con la Canzone clandestina della Grande Opera, inclusa nella raccolta Il mondo salvato dai ragazzini: serata picaresca, agguerrita, comiziante, emarginata e fantasmagorica, e on the road, e intestinale, e spassosa, e poetica. Ed eccoti poi a Taormina, con una copia di Libération, la solita sigaretta senza filtro, un cappello di paglia, irriducibilmente fuori moda, lettore di Derrida, atipico, inflessibile, dispensatore (per tua ammissione) di schizofrenie, eccoti a dirigere Nunzio di Spiro Simone per Scimone-Sframeli, realizzazione di un perfetto sistema beckettiano nella metafisica italiana di linguaggi inediti per la scena. Eccoti poi sbadato e sarcastico a contatto con La serra di Pinter, del tuo Pinter. E alle porte del 2000 prepari Hedda Gabler con alcuni dei tuoi fraterni compagni di palco: Paolo Graziosi, Tommaso Ragno, Elia Schilton, Sara Bertelà, Elisabetta Pedrazzi, ma hai anche lanciato la strepitosa trilogia shakespeariana al Teatro Garibaldi di Palermo, con Amleto, Sogno di una notte d’estate e Misura per misura con traduzioni eccelse e ascoltabilissime di Cesare Garboli e Patrizia Cavalli, i tuoi traduttori. Potendo far conto su uno stuolo di tuoi protagonisti: Binasco, Cirillo, Forte, De Francesco, Graziosi, Ragno, Imparato, Scimone, Sframeli, Donadoni, Indovina…

Foto Andrée Ruth Shammah

Poi un altro double bill da sogno, tu con la conclusione de L’ultimo nastro di Krapp di Beckett, e Iaia Forte con I pensieri di Marianna Fiore ovvero il monologo di Molly Bloom dall’Ulisse di Joyce. Che periodo felice e raro, quello trascorso da te a Palermo, al Garibaldi. Ma anche Mario Martone sa di aver bisogno di te quando, direttore del Teatro di Roma, per il suo Edipo Re t’affida all’Argentina il ruolo delicato e incommensurabile di Tiresia («un punto di svolta ritmico») accanto al Creonte di Toni Servillo e all’Edipo di Claudio Morganti. E Martone ti vuole intelligentemente anche al battesimo di India con la tua trilogia. E io resto avvinto da te pure al Teatro Ateneo, per il tuo Sik Sik, l’artefice magico cui abbini Le nozze di Cechov. Nel dettaglio, il tuo teatro, il tuo gruppo, la tua dissipazione, il tuo travisamento comunica un’illusione comique malinconica e struggente.

E nel 2002, dopo aver tu messo a punto a Gibellina un trittico da Relazione per un’accademia di Kafka, Catastrofe di Beckett, e Il nuovo ordine del mondo di Pinter, complice Tommaso Ragno, ecco arrivato il tempo per un ulteriore sodalizio, questo francamente non prevedibile per i trascorsi, ma di inimmaginabile presa ai miei occhi e al mio ascolto: tu reciti assieme a Gabriele Lavia la riduzione che Lavia ha ricavato dal racconto La storia immortale di Karen Blixen: a te spetta la parte del vecchio, asciutto e inflessibile commerciante di tè, e a Lavia le battute del suo segretario. Stesso amore per la solitudine, in te, in lui. E il duetto è impensabilmente stimolante: azzardati, provocatori, appetibili, il loro è un corto circuito tra due coetanei, classe 1942.

20003, Sei personaggi. Foto Fondazione Teatro della Toscana

Segue un classico, a suo modo rivoluzionatore della drammaturgia mondiale. Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, con tue inflessioni napoletane, trappole di parole, che al Valle, prodotto dallo Stabile delle Marche ti vede trasandato Regista neanche tanto convenzionale della compagnia degli attori cui si presentano i sei personaggi, tra i quali il Padre di Paolo Graziosi, la Madre di Sabina Vannucchi, la Figliastra di Antonia Truppo, più la Madama Pace di Angelica Ippolito. Il tuo sesto Molière, il Tartufo del 2007, ha il marchio di un lavoro popolare e di raziocinio di cui tu ti consideri il capocomico postumo (con pochi cambi di luce e due parrucche), impersonando il padrone di casa Orgone, mentre nel ruolo del titolo c’è Valerio Binasco, con accanto tre attrici napoletane: Licia Maglietta nei panni di Elmira, Iaia Forte alias Dorina, e Angelica Ippolito nella parte di Madama Pernella. Io e il pubblico al settimo cielo per la beatitudine. Perché tu non perdi mai la tua flemma, il tuo understatement, la tua genialità sorniona.

Foto Andrée Ruth Shammah

Non ti sei mai fermato. T’ho seguito con entusiasmo a Spoleto, nel 2011, nel double bill di Abbastanza sbronzo da dire ti amo della decana e magistrale Caryl Churchill (tu con Tommaso Ragno), e di Prodotto dello screanzato Mark Ravenhill (tu qui con Barbara Ronchi). Poi dal 2009 in poi mi hai sedotto guidando attrici e attori giovani dell’Accademia d’Arte Drammatica nel sognante Sogno di una notte d’estate con passepartout d’italiano di Patrizia Cavalli e con musica di Nicola Piovani: che leggerezze hai messo in moto, in scena, in gioco! Hai potuto vantarti con me d’aver lavorato, nei decenni, coi tuoi coetanei, con artisti figli, e alla fine con diplomandi-nipoti. Ma chi l’avrebbe mai detto che m’avresti anche ipnotizzato all’Argentina, diretto da Mario Martone, con una benda intrisa di sangue sugli occhi per un’ora e mezza ininterrotta, bloccato su una barella come un Cristo popolano del Mantegna, con accanto l’Antigone rustica di Antonia Truppo, per battezzare in prima assoluta La serata a Colono di Elsa Morante, testo che l’autrice t’aveva in esclusiva affidato per il vostro rapporto autorevole? Vagamente a quel medesimo periodo, il 2013, appartiene un ulteriore e inedito tuo gesto associativo che coniuga la tua voce col suono pianistico da concerto modulato da Nicola Piovani, già assieme a te negli anni Settanta per una farsa di Petito: fuori catalogo e memorabili, al Vascello, il tuo Pasolini e gli entr’acte, le alternanze etiche, le partiture e il monologo dell’Amleto che m’hanno dato il senso della bellezza e del pensiero, nel vostro Duo. E quanto m’hai ancora e sempre suggestionato, quanto hai teso la mano a me e all’affezionato pubblico dei tuoi cultori, nell’accettare l’ambiguità e i sentimenti dei giovani in quella Dodicesima notte shakespeariana dove eri un magnifico Malvolio dileggiato ma stravagantissimo, tragico e comico. Finché col Teatro Franco Parenti hai trovato una cifra di opere, di testi che sono valsi come un tuo accettare splendidamente la maturità, e mi riferisco a Il lavoro di vivere di Hanoch Levin, con l’humour commovente di chi non interrompe una vita solidale anche se mosso da irrequietezza, e più ancora al lusso solipsistico ricavato da La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth, imprese entrambe con regia e adattamento di Andrée Ruth Shammah. Riprova totale, soprattutto questo secondo impegno, di quanto tutta la tua natura espressiva sia stata senza confronto, istintivamente singola e singolare. E lo ha confermato la grazia a sé stante delle molte repliche di Sik Sik o la gigantesca molestia, la paradossale irriverenza del tuo ruolo centrale nell’ Enrico IV pirandelliano dove terminavi pregando il pugnalato Belcredi di alzarsi: «Domani dobbiamo fare un’altra replica» dicevi con irrisione.

Ora mi accorgo di aver redatto una sorta di catalogo ragionato, di elenco emotivo associabile al Mi ricordo, sì, io mi ricordo di Anna Maria Tatò su Marcello Mastroianni, piuttosto che tratteggiare un’analisi umana, un manifesto dei vuoti che ci lascia la tua perdita, Carlo. E allora concludo dicendoti cose extrateatrali: mi scoccia non sentire più la tua voce ombrosa, mi fa rabbia non godermi più i tuoi occhi sapienti e canzonatori, mi annoia l’idea di non ascoltare più i tuoi silenzi, mi preoccupa non incrociare più i tuoi finti vestitacci elegantissimi, non sapere come la pensi, non poter attendere più (come m’avevi promesso) che tu scriva un libro su Elsa Morante.

Rodolfo di Giammarco

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