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BUIO (di Filippo Gentile)

Questa recensione fa parte di Cordelia di febbraio 26

Nell’attesa dell’apertura del sipario, al Teatro Parioli Costanzo, una fragorosa irruzione di due uomini in platea segnala l’incipit dello spettacolo: Mario (Ernesto Lama), affetto da una forma di demenza, è ospite nell’abitazione del fratello minore, Marco (Andrea Corallo), e di sua figlia Elisa (Savina Scaramuzzino). La difficoltosa convivenza mette a nudo le fragilità e le questioni irrisolte dell’intero nucleo familiare, costringendo ciascuno a ridefinire i confini dei propri spazi. La scena di Andrea Nelson Cecchini consolida il blocco affettivo dei personaggi, racchiudendolo all’interno di una grande struttura che ricrea, come in un teatro di posa televisivo, gli spazi domestici nei quali si svolge l’azione: un soggiorno e una camera da letto (quest’ultima, grazie a un dispositivo mobile, può essere allontanata e riavvicinata allo spazio attiguo richiamando, in un caso, la stanza di un istituto di lunga degenza, nell’altro, la sua collocazione casalinga). Un impianto scenico funzionale alla regia di Filippo Gentile (anche drammaturgo) e alle frequenti entrate e uscite di scena, annunciate dal cambio luci di Peppe Montella. Gentile propone, senza particolare slancio, una narrazione descrittiva e convenzionale, puntando sull’interpretazione degli attori e delle attrici e, in particolare, sulla genuina comicità di Ernesto Lama che, con indosso un pigiama e una vestaglia di seta svolazzante, veste i panni di un personaggio eccentrico che tenta di riappacificarsi col proprio passato affidando i ricordi della sua vita a un registratore (oggetto scenico che avrebbe potuto godere di una maggiore potenzialità drammaturgica). La decisione della nipote di andare a vivere da sola a casa dello zio – che scopriamo essere in fin di vita per un tumore al cervello – apre a uno spazio ulteriore, questa volta più profondo. Elisa, nel tentativo di sottrarsi a una ‘inerzia’ affettiva (dovuta alla mancata elaborazione del lutto per la perdita della madre Rachele e del fratello Luca) prova a trasformare il rapporto con un padre chiuso nel dolore, movimento che la giovanissima Scaramuzzino, in prossimità del proscenio, rende con tenera e delicata introspezione. (Giusi De Santis)

Visto a Teatro Parioli Costanzo. Scritto e diretto da: Filippo Gentile; Con: Ernesto Lama, Savina Scaramuzzino, Andrea Corallo e Giulia Bornacin; Aiuto regia: Giulia Bornacin; Luci: Peppe Montella; Scene: Andrea Nelson Cecchini; Musiche: Claudia Caprera; Costumi: Monica Rosini; Produzione esecutiva: Enzo Gentile.

Cordelia, febbraio 2026

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Giusi De Santis
Giusi De Santis
Giusi De Santis si laurea con lode in Analisi del Film con una tesi su Luis Buñuel, presso la facoltà di Lettere della Sapienza Università di Roma, dove è stata cultrice della materia ‘Teoria e interpretazione del film’ - corso di Laurea in ‘Forme e Tecniche dello Spettacolo’ -, e dove approfondisce gli studi di metodologia e critica sia cinematografica che teatrale. Ha lavorato alla Fondazione Cinema per Roma per quattro edizioni del Rome Film Fest e per la Compagnia Leone Cinematografica nell’ambito del coordinamento della produzione e, successivamente, come story editor e responsabile editoriale. Svolge attività di consulenza artistica e di editing per la realizzazione di podcast e collabora, come membro del comitato scientifico, chair e discussant, alla progettazione e realizzazione di convegni nazionali e internazionali. Ha scritto di cinema e teatro per diverse riviste online, tra cui Frame e Paper Street e, al lavoro di critica cinematografica e teatrale, affianca quello di dramaturg. Dal 2017 collabora con la rivista Left, dove cura anche la rubrica di cinema. Autrice di saggi e racconti, per L’Asino d’oro edizioni ha curato i volumi Infinito Antonioni. Una ricerca rivoluzionaria sulle immagini (insieme a E. Amalfitano, 2024), Fine serie mai (2023), Il cielo della luna (2020).

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