Recensione del Gabbiano diretto da Filippo Dini, visto al Teatro Argentina e in tournée: una riflessione sull’ambientazione contemporanea e le contraddizioni con l’opera originale. Tra le prossime date Napoli, Genova, Firenze, Palermo, Milano.

Che cosa voglia dire attualizzare un classico resta uno dei misteri del teatro del Novecento e dei nostri giorni. Il dibattito è sempre aperto e troverà schiere di sostenitori da una parte e dall’altra, chi ne apprezza la scelta — perché anche i testi fondamentali della nostra storia teatrale e umana devono riconnettersi con il presente e levarsi di dosso la polvere di un contesto storico che troppo li caratterizzerebbe e che ci impedirebbe di guardare oltre — e chi difende la versione originaria, quella che appunto non avrebbe bisogno di nessun ritocco proprio perché classica e dunque universale. Sarei tra i primi, ma poi dipende da come questa benedetta attualizzazione prende forma. Non basta immaginare una macchina del tempo, una sfavillante DeLorean teatrale sulla quale far salire tutti i personaggi e l’ambientazione pensata dallo scrittore. Bisogna trovare delle assonanze con i nostri tempi, degli squarci nei quali la poesia della scena possa ritrovarsi rinnovata rimanendo se stessa. Una pratica per nulla semplice insomma.

I motivi per i quali i drammi di Anton Čechov sono difficilissimi da attualizzare sono noti e, per me, principalmente due: il riferimento a un mondo molto preciso, la Russia pre-rivoluzionaria (e la vecchia aristocrazia come una grande nave che sta per affondare) e il lirismo della parola teatrale di cui parlava Peter Szondi, salvifico rispetto all’immobilismo delle trame cechoviane. Riuscire a far risuonare tutto ciò vestendo i personaggi con occhiali da sole e camicie floreali non può essere solo un’intuizione.
Di recente ci si è impegnato Leonardo Lidi con ottimi risultati di pubblico e critica. Probabilmente anche i grandi teatri oramai hanno capito che avvicinare un classico ai nostri tempi può coinvolgere le platee, soprattutto quelle più giovani.

Ecco allora la versione del Gabbiano di Filippo Dini, in tournée con la produzione del Teatro Stabile del Veneto (con una ricca cordata formata da Roma, Torino, Bolzano, Napoli) e ora al Teatro Argentina dove ha già registrato il sold out per tutte le due settimane di repliche. Eppure c’è qualcosa che non torna, perché questa versione non ha quasi mai bucato la superficie dei sentimenti rappresentati, non ha scalfito la mia soglia emotiva. In primis non ha convinto la scelta scenografica: un grande fondale in cui in bianco e nero è disegnato, quasi schizzato, il celebre lago di fronte al quale è ambientata l’opera, un dipinto che muterà di colore al passo con l’illuminazione e il prosieguo della scena. Scelta insomma povera di fantasia che ben si presta a tante facili interpretazioni: sul grado di rappresentatività metateatrale del dipinto, sull’immobilismo dei personaggi cechoviani (fermi come in un’immagine fotografica), ecc. Le spettatrici e gli spettatori non più giovanissimi ricorderanno Il gabbiano messo in scena da Nekrosius più di venticinque anni fa: doveva essere il progetto finale dell’École des Maîtres, il regista lituano si ritrovò a lavorare con attori e attrici mediamente sotto i trent’anni del calibro di Fausto Russo Alesi e Pia Lanciotti (per citarne solo due) e ne fece uno spettacolo indimenticabile con tanto di tournée che toccò anche il Teatro Valle di Roma. Ecco lì imparammo la potenza del gesto scenografico essenziale e simbolico: 20 secchi di metallo grezzo, quello era il lago.

Filippo Dini è stato bravissimo nella regia degli autori anglo americani, penso ai due che mi è capitato di vedere di recente, Agosto a Osage County di Tracy Letts e Il crogiuolo di Arthur Miller: contesti borghesi in cui l’asfittico sistema di relazioni viene portato a un punto di pressione tale da scoppiare, che poi era ciò che accadeva anche nel più recente Parenti Terribili del francese Cocteau.
Ma in Čechov è l’interiorità dei protagonisti a manifestarsi e tutto il tragico della pièce sta nella distanza tra i grandi sogni di carriera o d’amore dei personaggi e la grettezza della loro vita rappresentata dal bisogno di accontentarsi per andare avanti: Maša si accontenta dell’amore del maestro non potendo avere quello di Kostja, Trigorin torna nel più familiare grembo “materno” dell’Arkadina dopo la fiammata con Nina e la giovane attrice deve accontentarsi di una carriera in provincia; solo a Kostja la vita non basta e nonostante il successo si uccide. Ed è pur vero che Čechov al suo editore Suvorin scrisse: «È una commedia con tre ruoli femminili, sei maschili, quattro atti, un paesaggio (vista sul lago), molti discorsi sulla letteratura, poca azione e cinque tonnellate d’amore.» Di certo però l’autore non intendeva la commedia come un dispositivo comico in cui cercare la risata degli spettatori a tutti i costi, ma siamo più che altro nei territori dell’umorismo pirandelliano e la risata può essere un effetto, certo, ma secondario.

Altro tratto che non torna nell’edizione veneta è quello per cui Dini costruisce un Trigorin nevrastenico e balbuziente che, vestito come un divo pop californiano, non lesina aggiunte al testo pur di far ridere. D’altronde i ritmi generali spingono verso il comico e la concitazione, come se lo spettacolo avesse paura di annoiare e lasciare emergere il tragico e le sue sospensioni. Giuliana De Sio avvicina a sé il ruolo costruendo un’Arkadina che è una diva dei nostri giorni: con il solito colore partenopeo nella dizione cerca la prova di naturalezza, in fin dei conti in linea con la messinscena. Kostja e Nina sono due giovani artisti, un po’ punk rock nei vestiti e nelle attitudini. Energica e credibile l’interpretazione di Giovanni Drago per un Kostja affamato di vita e antisistema, le sue tirate extratesto sul teatro di oggi sono emblematiche ed efficaci, penso al momento in cui addirittura imita una serie di personaggi, dallo storico Arlecchino strehleriano a una delle maschere surreali di Antonio Rezza. E questo è uno dei momenti in cui l’attualizzazione è radicalmente coraggiosa — l’altro punto interessante è la regia dello spettacolo che si svolge di fronte al lago, la cui regia è ad opera di Leonardo Manzan (con Nina che uscirà dal teatro e verrà ripresa in esterna). Ma nel prosieguo saranno solo gli strappi comici a trovare asilo nell’adattamento; eppure il testo già di per sé potrebbe suggerire frizioni cruciali col presente, si pensi ai risparmi di Arkadina in una banca di Odessa, città ucraina che vive un presente di paura a causa dei bombardamenti russi.

E poi ci sono le incongruenze, ad esempio quando Arkadina nel secondo atto fa chiamare i cavalli perché vuole tornare in città e ha bisogno della carrozza per raggiungere la stazione dei treni. Nello spettacolo di Dini i cavalli vengono chiamati da personaggi vestiti con capi alla moda di questi ultimi decenni, o in jeans, felpe Adidas o magliette da rock band, come quella celebre con la bocca e la lingua dei Rolling Stones indossata da Nina. Oppure quando si parla del duello chiesto da Kostja a Trigorin: ve lo immaginate un artista di oggi, un giovane scrittore wannabe (soprattutto pensando a quello interpretato da Drago) che sfida a duello un altro scrittore per questioni amorose o simili? Insomma contraddizioni che meriterebbero di essere sanate, soprattutto se pensiamo a quanto il resto sia stato modificato con facilità grazie alle piccole aggiunte di testo e all’immaginario creato con i costumi e la scena (in cui non manca un MacBook in bella vista) o all’inserimento di canzoni pop e rock cantate dal vivo che puntellano la messinscena, alcune originali (il comparto musicale è curato da Massimo Cordovani) ma altre facilmente conosciute e amate dal pubblico (e dunque in grado di sortire un effetto empatico immediato) come Skyfall di Adele (magistralmente cantata da Enrica Cortese, interprete misurata ed efficace di Maša) e I Still Haven’t Found What I’m Looking For nella voce della Nina di Virginia Campolucci.
Ma la questione principale sta nel fatto che questo spettacolo fugge via senza colpire, senza dar voce all’invisibile partitura cechoviana e tutto il resto sembra una collezione di orpelli di maniera che servono per fare spettacolo. Ma Čechov non fa spettacolo, se non in minima parte, Čechov libera le anime nascoste, il suo è un mondo di poesia.
Andrea Pocosgnich
Teatro Argentina, Roma, gennaio 2026
Prossime date in calendario tournée
- Napoli Teatro Mercadante Dal 21/01/2026 al 01/02/2026
- Palermo Teatro Biondo (Sala Grande) Dal 06/02/2026 al 07/02/2026
- Genova Teatro Ivo Chiesa Dal 12/02/2026 al 15/02/2026
- La Spezia Teatro Civico Dal 17/02/2026 al 18/02/2026
- Firenze Teatro Della Pergola Dal 24/02/2026 al 01/03/2026
- Mantova Teatro Sociale 03/03/2026
- Udine Teatro Nuovo Giovanni da Udine Dal 06/03/2026 al 08/03/2026
- Trieste Teatro Politeama Rossetti (Sala Ass. Generali)
- Milano Teatro Franco Parenti – Sala Grande Dal 17/03/2026 al 22/03/2026
- Imola Teatro Ebe Stignani Dal 24/03/2026 al 29/03/2026
Il gabbiano
di Anton Čechov
regia Filippo Dini
con (in o.a.) Virginia Campolucci, Enrica Cortese, Giuliana De Sio, Gennaro Di Biase, Filippo Dini, Giovanni Drago, Angelica Leo, Valerio Mazzucato, Fulvio Pepe, Edoardo Sorgente
regia della scena “lo spettacolo di Kostja” Leonardo Manzan
dramaturg e aiuto regia Carlo Orlando
traduzione Danilo Macrì
scene Laura Benzi
costumi Alessio Rosati
luci Pasquale Mari
musiche Massimo Cordovani
assistente costumi Rosa Mariotti
assistenti-tirocinanti scene Martina Concetta Calore, Eleonora Rametta
direttore di scena Federico Paolo Rossi
macchinista Matteo Cicogna
elettricisti Gianluca Quaglio, Francesco Peruzzi
fonico Andrea Lambertucci
sarto Gabriele Coletti
amministratrice di compagnia Federica Furlanis
foto e video Serena Pea
produzione TSV – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale













Non sono minimamente d’accordo con la sua interpretazione dello spettacolo che ho visto qualche sera fa, un martedì per la precisione. Ho trovato l’allestimento volutamente spoglio del primo atto molto efficace per suggerire la “mancanza di azione” del dramma e focalizzare il pubblico sui personaggi e le loro interazioni, il fondale povero di fantasia è in linea con la scelta scenografica, forse scontato ma ormai adottato da molte rappresentazioni ( anche per motivi di praticità e budget suppongo)…
Filippo Dini ha regalato una interpretazione immensa di un personaggio molto complesso e sfaccettato, e trovo che la balbuzie lo abbia reso molto più umano e abbia lasciato emergere la vulnerabilità di Trigorin, sballottato e succube di una vita apparentemente felice tra successo, amore e talento… anche la scelta di raccontare la trama attraverso brani cantati più o meno famosi mi è piaciuta per l’originalità ( in un testo di Cechov) e contribuisce a “svecchiare” un’opera che di per sé non è affatto facile da seguire per lo spettatore, proprio per i quasi interminabili fiumi di parole del testo russo! In generale anche gli attori sono stati molto bravi, quella che spicca di meno a mio avviso invece è proprio la De Sio, con una parte pennellata sulla sua persona cone ci si aspettava, alla quale francamente non ha aggiunto nulla di significativo lasciando l’interpretazione anonima rispetto alle prove attoriale degli altri ( bravissimo l’attore che interpreta Kostjia)…
Lo spettacolo è piaciuto molto come dimostrato dai 10 minuti di applausi finali, e dal fatto che pur essendo un giorno infrasettimanale il teatro fosse pieno anche nei palchi di quarta fila, con un pubblico mediamente giovane che viene ad assistere ad un testo ( pietra miliare sicuramente) teatrale non “facile” dimostrazione che a volte lo stravolgimento di cui lei parla non toglie nulla al valore dello spettacolo, anzi può contribuire ad avvicinare anche un pubblico più giovane che magari con un allestimento più classico o conforme al testo lo avrebbe snobbato!
Nei drammi e nelle commedie di Čehov non ci sono personaggi che appartengano alla classe dell’aristocrazia russa di fine Ottocento. Inoltre, non c’è alcun lirismo nei testi di Čehov, ma solo il normalissimo russo quotidiano, parlato tutti i giorni dal ceto medio. Le due premesse, che pertanto, renderebbero impossibile attualizzare Čehov, sono assolutamente da rivedere. Per “attualizzare” un classico bisogna essere molto, ma molto, sicuri di migliorarlo (cosa mai facile e a pochi riservata), altrimenti meglio lasciar perdere e dirigere il proprio ego verso altri cimenti.
Ma in realtà non ho scritto che i personaggi appartengono all’aristocrazia, ma che c’è un riferimento a un mondo che sta cambiando per sempre e alcuni dei personaggi di Cechov sono collegati a un certo mondo altolocato e dunque subiscono la decadenza dell’epoca. E con il “lirismo della parola” intendevo proprio la capacità di trasformare in poesia questo scavo interiore, questo dibattersi dei sentimenti irrinunciabili che devono rinunciare però alla realtà. Sul resto della sua riflessione sono quasi d’accordo: “Per “attualizzare” un classico bisogna essere molto, ma molto, sicuri di migliorarlo”, più che migliorarlo direi “farlo risuonare ancora di più con i nostri tempi”.