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Scegliere quando uscire di scena. Il fine vita, un diritto non un dilemma

Una riflessione sullo stato attuale dei diritti legati al fine vita in Italia con uno sguardo al mondo del teatro e del cinema. Dal film di Paolo Sorrentino, La grazia, allo spettacolo di Norbert Rakowski visto a Ravenna, I’m nowhere / Desvanecimiento.

Foto Andrea Pirrello. Anna Ferzetti in la grazia. Regia di Paolo Sorrentino

«Di chi sono i nostri giorni?» chiede Dori, con la voce e il corpo di Anna Ferzetti, al padre, il Presidente della Repubblica Italiana uscente interpretato da Toni Servillo nel film La grazia di Paolo Sorrentino; tutti attendono la firma del capo dello Stato su una legge per l’eutanasia, ma il vecchio democristiano temporeggia fino alla fine del mandato. Chi può decidere come ce ne andremo? In Italia non c’è una legge sull’eutanasia, né tanto meno sul suicidio assistito.

Qual è il ruolo dell’arte in questi casi? Non possiamo chiedere alla creazione artistica di risolvere ciò che non riusciamo a regolamentare nei nostri parlamenti, però questa può aprire uno spazio poetico e politico in cui il tema del fine vita venga illuminato con una luce diversa. In fin dei conti la pellicola di Sorrentino ci dice proprio della difficoltà del protagonista di tenere distanti i dubbi etici dalle necessità di uno stato laico. Era il 2022 quando Milo Rau scioccò l’Europa con il suo Grief and Beauty, vero e proprio atto politico in cui la morte veniva mostrata in scena nella sua sconvolgente naturalezza, nella possibilità che fosse un passaggio umano, affrontato senza sofferenze e nel pieno della scelta delle persone. Recentemente in Italia è stato ospitato un altro spettacolo internazionale che pone le questioni del fine vita al centro della scena: I’m nowhere / Desvanecimiento, una coproduzione polacco-spagnola del Teatro di Opole e del Teatro del Canal di Madrid con la regia di Norbert Rakowski. Ho avuto la possibilità di vederlo nello spazio delle Artificierie Almagià di Ravenna grazie all’invito di Ravenna Teatro che ha voluto anche che moderassi un incontro prima dello spettacolo proprio sui temi politici ed etici dell’opera.

Foto Edgar De Poray

Nel nostro Paese cosa possiamo decidere in libertà rispetto agli ultimi giorni e alla loro medicalizzazione? Qualcosa c’è, una legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), ovvero la possibilità di stilare il testamento biologico, una normativa del 2017 troppo poco conosciuta e per la quale il governo non sembra volersi impegnare dal punto di vista della comunicazione. Poi c’è una sentenza della Corte Costituzionale sul caso Cappato/Dj Fabo che regola la possibilità del suicidio assistito in Italia in presenza di determinate condizioni: l’esistenza di una patologia irreversibile, di sofferenze fisiche o psicologiche reputate intollerabili dal paziente, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la capacità del paziente di prendere decisioni libere e consapevoli. Nel caso di Cappato e di Fabiano Antoniani la sentenza ha definito il profilo di incostituzionalità del reato di suicidio assistito (e dunque la non punibilità) a causa del contrasto di quel reato con la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, ma non regola il percorso che i pazienti devono intraprendere, tutto è rimandato alle regioni e alla loro autonomia in materia sanitaria. Nella sentenza infatti si legge che le condizioni che permettono il suicidio assistito devono essere “verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”. Per i pazienti e i familiari questo percorso può essere lungo e irto di difficoltà: dal 2019 le richieste sono state 16, 12 sono state realizzate, mentre 2 stanno aspettando e il problema molte volte è proprio l’attesa. Sono diverse ormai le storie di pazienti che per vedersi riconosciuti i diritti devono intraprendere vere e proprie battaglie legali con i servizi sanitari regionali e in questo senso il lavoro svolto dell’Associazione Luca Coscioni è un aiuto prezioso. Si guardi ad esempio a una delle ultime vicende, quella di Laura Santi, tra l’altro proprio consigliera generale dell’Associazione Luca Coscioni, che ha chiesto nel 2022 alla propria ASL la verifica dei requisiti di idoneità dopo aver sofferto per oltre 25 anni di una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla. A causa delle lentezze, delle omissioni del servizio sanitario umbro, la donna ha dovuto attendere più di due anni (tra medici e tribunali) per avere l’approvazione e la possibilità di decidere quando andarsene secondo i propri bisogni.

Un frame da Lasciatemi morire ridendo

Perché una questione messa spesso in evidenza dai protagonisti e dalle protagoniste di queste vite coraggiose, di coloro che si battono per i propri diritti che diventeranno poi quelli di tutti, sta proprio nella possibilità di scegliere se utilizzare quella via di uscita o meno. Per le persone coinvolte diventa una finestra di libertà in un percorso di malattia fatto di sofferenze non solo fisiche; ecco allora che una simile apertura può alleggerire la vita di un peso notevole. È quello che viene raccontato ad esempio nel film documentario Lasciatemi morire ridendo, il cui è protagonista Stefano Gheller, primo in Veneto ad essere riuscito a ottenere il suicidio medicalmente assistito: l’approvazione arriva per Gheller nell’ottobre del 2022, eppure il cinquantenne non si sottoporrà mai alla procedura fino a quando morirà per malattia nel febbraio del 2024. Alcune regioni hanno risposto in autonomia con regolamenti e leggi: naturalmente i governi locali guidati dalla destra fanno di tutto per non discutere tali possibilità legislative, come nel caso del Lazio. Però l’anno nuovo si è aperto con una buona notizia: la Corte Costituzionale ha confermato in gran parte l’impianto della legge voluta dalla Regione Toscana (emanata proprio per regolare ciò che è emerso dalla sentenza della Corte Costituzionale) e si attende una notizia simile per la Sardegna; le regioni insomma non sono costrette ad attendere l’inoperosità dello Stato  –  è in stallo il disegno di legge nazionale che, anche secondo l’Associazione Luca Coscioni, farebbe fare notevoli passi indietro ai diritti riconosciuti dalla Consulta – ma possono regolamentare ciò che già è stato deciso dalla giurisprudenza.

L’unica scelta possibile nel caso di uno stato laico dovrebbe essere quella dei diritti e non del discorso religioso che tende a rendere prioritario il principio dell’inviolabilità della vita intesa come qualcosa che non ci appartiene. Chi si batte per il diritto di poter scegliere la propria morte quando la vita diventa disumana deve farlo in un paese in cui la cultura religiosa influenza ancora pesantemente le scelte politiche e dunque il funzionamento dei servizi sanitari. Il fatto è che il discorso etico e religioso andrebbe tenuto distante da quello dei diritti, da ciò che riguarda il funzionamento di uno Stato.

Lo spettacolo di Rakowski, diviso in due parti (la seconda è basata su un testo di Ivan Vyrypaev, Disappearance), si apre con una conferenza stampa, in cui una famosa attrice annuncia la propria scelta di morire per eutanasia in una clinica Svizzera. Il radicalismo della riflessione qui sta proprio nel mostrare le possibilità della pratica dell’eutanasia nel caso di sofferenze psichiche e non fisiche: sul lungo tavolo compaiono i vari collaboratori della giovane donna, sono loro a dover rispondere alla violenza delle domande dei giornalisti. Eccolo il discorso etico e religioso che si insinua nel diritto di scelta: qualcuno chiede a Sophie quale sia il vero motivo, non bastano le risposte del dottore responsabile delle cure, della psichiatra in contatto da anni con la donna («le medicine non sono riuscite ad alleviare il dolore»), è l’argomento metafisico a impossessarsi ancora una volta del dibattito, Rakowski sembra volerci far ragionare sull’inconciliabilità della discussione pubblica e mediatica con il rispetto di cui una scelta del genere avrebbe bisogno.

Foto Edgar De Poray

Ma è questo il crinale d’altronde sul quale sembra volersi muovere l’opera: da una parte le scelte personali, la libertà e i diritti, dall’altra il rovello filosofico e l’etica pubblica. Il plurilinguismo ha in questo senso l’effetto di porre la riflessione dello spettacolo oltre le specificità nazionali, tentando di rendere le domande universali.
Il linguaggio di Rakowski è radicale nella ricerca di una modalità che possa farsi racconto delle diverse storie: la conferenza stampa lascia il posto al soggiorno borghese della seconda parte, ma il passaggio è fluido grazie all’atmosfera costruita con le luci di Bogumił Palewicz e la scena di Maria Jankowska in cui schermi verticali vengono mossi nello spazio e poi i corpi degli attori che da una scena all’altra attraversano lo spazio diventando entità fragili. Qui, due vecchi coniugi protagonisti di questa nuova storia si preparano alla morte: hanno scelto e la loro famiglia vivrà l’ultima giornata con le due persone amate ancora vive. La fine serve anche per interrogarsi sul senso della vita, in una scena muta in cui si muovono i personaggi attorno al grande tavolo della colazione, è la voce fuori campo a delineare la narrazione, a lasciarla sprofondare attorno a problemi esistenziali ed ontologici. Come si lega la ricerca del senso della vita con la volontà di morire? Anche la nipote dei due coniugi che hanno scelto l’eutanasia vuole morire, vuole suicidarsi, per motivi diversissimi naturalmente, perché non trova un significato in questo mondo e perché non pensa che si possa tornare indietro dalla catastrofe ambientale.

Non si possono chiedere posizionamenti politici allo spettacolo di Rogowski, il ragionamento si sposta velocemente dalle scelte legislative all’interrogazione sulla vita e sulla relazione con la morte. Inoltre, le storie che vuole raccontare sono evidentemente vicende molto diverse tra loro ed estreme rispetto alle cronache quotidiane, come se Rakowski avesse bisogno di avvicinarsi al limite per poi dispiegare il proprio impianto filosofico. Accade anche nell’epilogo: in un ospedale medici e parenti attendono il pronunciamento di una corte per non tenere più in vita artificialmente un bambino. Esiste qualcos’altro oltre alla morte cerebrale? Con delicatezza, ma anche con grande nettezza, lo spettacolo cerca sempre di proporre il dubbio, di aprirsi all’invisibile e al mistero.
Ed è questo in fin dei conti il ruolo dell’arte, sondare i confini della coscienza; eppure la libertà della creazione artistica di immergersi nei fondali dell’esistenza deve specchiarsi nell’altrettanta libertà, nettezza e precisione di una legislazione chiara, di un quadro normativo che determini il diritto di ognuno e ognuna di noi di non soffrire in punto di morte, di scegliere quando uscire di scena con dignità, compassione e cura. «So che sembra strano ma poter mettere fine alla propria vita, avere la possibilità di scelta, fa stare meglio le persone che soffrono e migliora la qualità del loro tempo» ha affermato in un’intervista Stefano Gheller dopo aver ricevuto la notizia dalla propria Asl.

Nel film di Sorrentino il Presidente della Repubblica interpretato da Servillo, dopo giorni di crisi di coscienza, sorprende tutti, riesce a distinguere la sua posizione religiosa e filosofica dal proprio ruolo di capo dello Stato, e firma la legge rispondendo agli occhi della figlia che impugnavano quella domanda inevitabile: di chi sono i nostri giorni?

Andrea Pocosgnich

Visto a novembre 2025, Ravenna

I’m nowhere / Desvanecimiento
concetto e direzione Norbert Rakowski
coreografia Janusz Orlik
musica Tao Gutiérrez
scenografia Maria Jankowska
progettazione dei costumi Paula Grocholska
progettazione dell’illuminazione Bogumił Palewicz
video Wojciech Kapela
assistente alla regia 
Jakub Klimaszewski
assistente direttore luci
 Mikołaj Kałużny
traduzione
 Sandra Boruc Calvo,
 Marta Eloy Cichocka
traduzione dell’opera teatrale Disappearing di
 Agnieszka Lubomira-Piotrowska
operatore della macchina da presa
 Emilia Cięciwa
realizzazione del suono
 Dawid Duda
voce dei Narratori
 Paola De Crescenzo,
 Krystyna Czubówna
, May-Linda Kosumovic,
 Philip Leone-Ganado,
 Ana Facchini,
 Filip Kołłątaj, 
Ibrahim Koma,
 Felix Römer,
 Norbert Rakowski
Alejandro Tous
coordinatrice della scena
 Katarzyna Siczewska

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Andrea Pocosgnich
Andrea Pocosgnichhttp://www.poxmediacult.com
Andrea Pocosgnich è laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor. Ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica. Nel 2009 fonda Teatro e Critica, punto di riferimento nazionale per l’informazione e la critica teatrale, di cui attualmente è il direttore e uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Doppiozero, Metromorfosi, To be, Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro: workshop di visione, incontri, lezioni all’interno di festival, scuole, accademie, università e stagioni teatrali.   È docente di storia del teatro, drammaturgia, educazione alla visione e critica presso accademie e scuole.

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