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Pietro Giannini. Il teatro, la necessità di fare rete, il rischio e l’impegno politico

Intervista. Pietro Giannini è nato nel 2000 a Genova, nel 2025 ha vinto il Premio Ubu come miglior attore under 35. 

Sono seduta al bar del Teatro Ivo Chiesa, quando lo vedo. Pietro Giannini, slanciato e dal passo sicuro, si avvicina e mi stringe la mano, affabile e cordiale. Prende posto di fronte a me, la luce che entra dalla vetrata alla mia destra e che illumina i nostri volti.

Formatosi presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Giannini è un artista poliedrico, non solo attore, ma anche autore di due monologhi, La costanza della mia vita (Menzione speciale Premio Scenario 2023, per la produzione del Teatro Metastasio di Prato) e La traiettoria calante (2024, produzione del Teatro Nazionale di Genova). La stagione 2024/2025 lo ha visto impegnato nel ruolo di Alan Strang, il tormentato protagonista di Equus, opera teatrale di Peter Shaffer che ha debuttato al Teatro Nazionale di Genova per la regia di Carlo Sciaccaluga. Alla Biennale College Teatro 2025 ha partecipato a un progetto supervisionato da Antonio Latella e tratto da Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus. 

Davanti ai miei occhi, praticamente un mio coetaneo, così vicino a me (sia per il fatto che si trova dall’altra parte del tavolo, sia sul piano dell’età) eppure così lontano, una separazione dettata da quella distanza tra spettatore e attore, che appare incolmabile fin quando ci si sofferma sulla disposizione di palcoscenico e poltroncine, ma che si fa vana e apparente quando colui che recita si approssima tanto da smuovere l’animo. E così, mi appresto a dare inizio a questa intervista, e comincio proprio da quell’amore per il teatro che ci accomuna. 

La costanza della mia vita (di Pietro Giannini)

Com’è nata la tua passione per la recitazione? Come ti sei avvicinato al teatro e che cosa ti ha spinto a dire “sì, desidero fare questo nella mia vita”, a discapito di qualunque altra opzione?

Dopo la morte di mia sorella, non sono andato a scuola durante quell’anno, perché avevo dei grossi problemi fisici legati alla schiena. A scuola si fanno le classiche recite e per farmi felice mi hanno messo come protagonista per lo spettacolo di fine anno. Erano spettacoli belli lunghi, dovevo imparare un sacco di testo, e quindi quando ho saputo che mi avrebbero fatto fare il protagonista ho passato quell’anno a casa a studiare la parte. Sono andato in scena ed è stato fortissimo per me: ho sentito gli applausi, le persone, l’affetto dei compagni di scuola. Credo di aver fatto un buon lavoro, ed era andata molto bene, mi era piaciuto molto. Penso che inconsciamente io abbia legato quel momento lì al teatro. Da quando avevo nove anni, da quando il teatro mi ha dato l’opportunità di dirmi che la vita è anche bella – la mamma che ti fa il costume, andare in scena, le persone che apprezzano quando tu ci metti tutto te stesso – allora ho detto che figa questa cosa, e forse per rispondere alla domanda prima, io faccio teatro per questo, cioè io mi vedo sempre un po’ come quel bambino lì che fa quella cosa lì. Da quel momento mi sono detto che mi piaceva fare l’attore, però non ho mai affrontato veramente il discorso fino a 16 anni, quando poi al liceo ho fatto il corso con Enrico Campanati, un attore del teatro della Tosse molto bravo. Sono rimasto lì per due o tre anni, poi ho provato direttamente con le accademie, anche senza pensarci, ed è andata subito.

Cosa vuol dire per te essere attore al giorno d’oggi? Ti senti investito di una qualche sorta di responsabilità?

Secondo me, l’attore è fondamentale perché è come un antibiotico. Ci lamentiamo molto spesso della qualità artistica, ma anche della qualità politica dei prodotti che vengono messi in commercio, e l’attore è uno di quei pochi ruoli che deve sobbarcarsi la responsabilità di essere un tramite fondamentale tra il prodotto artistico e il pubblico. L’attore, essendo la persona che poi va sul palco, ha la responsabilità politica e morale di essere il tramite, di essere colui che vigila sul prodotto. Ad esempio, se io mi rendo conto che il regista con cui sto lavorando attua dei meccanismi maschilisti, io come attore ho la responsabilità politica e morale di rifiutarmi di dire determinate cose, e penso che questo sia un superpotere dell’attore, cambiare anche tutto il testo quando va in scena, se volesse. Il teatro è fatto dagli attori, e credo che questa sia la prima grande responsabilità politica, soprattutto quello che viene detto è sotto il mio controllo, e di conseguenza da me va controllato e per certi versi vigilato, poi sicuramente la responsabilità degli attori in questa fase storica è quella di creare una coscienza di classe, una collettività unita. Troppo spesso gli attori e le attrici nel passato sono stati molto divisi tra loro, ma perché il sistema italiano questo impone. Per esempio, mentre il sistema tedesco garantisce agli attori di essere scritturati per tre anni nello stesso teatro, di avere uno stipendio fisso, di avere delle tutele, tutte queste cose in Italia non vengono quasi permesse. Noi come attori abbiamo il compito di scalzare questo sistema e di diventare solidali tra noi, non accettare delle paghe ridicole, essere tra noi un’unica grande classe che si tutela. Bisogna sempre combattere perché è necessario avere rispetto dei soldi pubblici che vengono spesi, anche quando ci sono delle disparità nelle paghe degli attori.

Equus (regia di Carlo Sciaccaluga) – ph Federico Pitto

Qual è stato il ruolo che per te ha costituito la maggior sfida fino ad ora nella tua carriera?

Alan (ndr protagonista di Equus, testo di Peter Shaffer, per la regia di Carlo Sciaccaluga) è stato un personaggio molto difficile da interpretare, però avevo una gran voglia di farlo. È un personaggio che a me piace tantissimo, e quando una cosa ti piace la fatica la senti anche meno, e quindi è stato bellissimo perché è stato faticoso, questo sì, però è stato fatto con un sorriso. La difficoltà di Alan stava nella resa della voce e del corpo: è un personaggio che ha un perenne filtro sociale tra quello che pensa, quello che prova e quello che può dire. Nella prima scena forte, alla fine del primo atto, che è anche la prima scena in cui Alan è da solo e può lasciare andare la voce e il corpo, mi sono chiesto che lavoro fare, ed il problema mio è stato lavorare tantissimo su una stabilità vocale, perché io prima mi squarciavo la gola, ma perché quel personaggio si squarcia la gola. Poi, qual è il corpo di un personaggio come Alan? Era un quesito molto importante che mi sono portato dietro per tutti i mesi di lavoro. Ci ho lavorato prima in autonomo, proprio a cambiare il mio corpo, e ho avuto anche dei problemi alla schiena, perché io camminavo con le scarpe messe in un certo modo perché mi ricordavano degli zoccoli di cavallo.

Eppure, non sei solo attore, ma anche autore e regista. Come si articola, per te, il progetto di stesura di un’opera, nonché di ricerca del materiale? Dove trovi maggiormente l’ispirazione?

Forse è la parte più lunga, ci metto in media un anno e mezzo. Prima devo leggere tutto il leggibile, chiamare le persone che so che ne sanno qualcosa, perché ho bisogno di avere più materiale possibile, da cui puoi attingere. Odio iper-produrre: così come è sbagliato che i teatri iper-producano, penso che a volte sia anche sbagliato che lo facciano gli artisti. Non puoi produrre ogni due mesi qualcosa di straordinario, perché sennò non hai il tempo di farlo uscire bene, quindi io ci metto sempre tanto, perché ho bisogno di tanto tempo per studiare, e dopo che ho studiato, poi in realtà viene abbastanza in fretta. Prima devo capire la struttura, cosa mi serve, e quando poi ho trovato la quadra ci metto molto poco a scrivere, è una cosa di getto, perché in realtà sono mesi che io ci penso e che quando leggo mi appunto delle idee di scene o dei dialoghi brevi che mi vengono in mente, così quando vado a scrivere ho subito tutto. È un po’ lo stesso lavoro che faccio in recitazione: prima studio tantissimo il personaggio, il momento storico in cui vive, i rapporti familiari, creo tutta la sua vita e devo essere precisissimo, creando qualsiasi cosa inerente a quel personaggio. Per dire, anche la prima volta che ha fatto l’amore, se l’ha mai fatto, com’è andata, che cosa gli piace a letto, cosa gli fa schifo, cosa pensa, è una parte fondamentale di una persona, la sessualità, determina l’energia, la pulsione. Poi in prova non ci penso neanche più, automaticamente escono fuori. Con Alan è stato fatto così.

La traiettoria calante (di Pietro Giannini) – ph Matilde Pisani

Ad oggi, sono due i monologhi scritti da te che hai portato in scena. Con La costanza della mia vita hai adoperato un taglio più personale rispetto al tono di inchiesta sociopolitica che anima La traiettoria calante. Ciononostante, le radici di entrambi affondano nel profondo del tuo vissuto personale, in ferite del tuo animo, che siano su un piano personale o più cittadino. Credi che l’arte che prende vita dal dolore possa aiutare a lenirlo? Sia il tuo, che quello degli altri. O semplicemente c’è un fine catartico, di volersi liberare da quella sensazione?

Penso che siano la stessa cosa. Non sono mai arrivato a un livello così cosciente del motivo perché salgo sul palco o perché scrivo. Non sono mai riuscito a capire perché lo faccio. È molto difficile capire perché. Come quando studi un personaggio, a volte i personaggi non hanno una coscienza così elevata di sé stessi, così io non ho una coscienza così elevata di me stesso, non so perché faccio l’attore.

Però sicuramente so perché salgo sul palco, questo sì. Penso sia un tentativo generale di incontrarsi con le persone. A me piace molto incontrare le persone, e credo che il teatro, tra l’altro in un’epoca dove siamo veramente obnubilati da ogni mezzo, sia l’unico mezzo sociale e artistico dove c’è ancora un contatto diretto con le persone. E a me questa cosa affascina tanto, cioè l’incontro. È fondamentale adesso in teatro ricreare quel rapporto uno a uno tra attore e spettatore, tra regista e spettatore, tra produttore e spettatore. L’unico posto dove ciò avviene è il teatro, perché non puoi mentire in quel tipo di relazione. Lo puoi fare, ma è sempre un rapporto dove tu hai i tuoi occhi e io i miei, ho il mio corpo, te lo offro. Banalmente, salgo sul palco per incontrarmi.

Tutto quello che scrivo nasce dalla ferita personale ovviamente, perché penso che si debba essere sinceri in teatro. E non sempre la ferita personale deve essere esplicitata. Nel prossimo lavoro non voglio più farlo, perché ha iniziato a darmi un po’ fastidio paradossalmente, perché ho paura che diventi pornografico. Però la ferita personale, secondo me, per forza deve esserci, l’urgenza, se no che cosa scrivi a fare? Tutta la scrittura nasce da una sofferenza e quando quella sofferenza o quella gioia, quando quel sentimento forte arriva, devi essere sincero per poterlo mettere poi sulla carta. Io non potrei scrivere se non fossi sincero con me.

Quando ti rivolgi al pubblico, cosa speri di comunicare maggiormente?

Io non penso molto, in realtà, a quale emozione specifica voglio trasmettere. Cerco sempre di capire cosa è importante per me. Quindi mi chiedo, prima per il pubblico, poi per me: in questo momento che cosa voglio raccontare? Ad esempio, ne La costanza della mia vita, io volevo banalmente raccontare il momento in cui mia madre urla il nome di mia sorella e volevo focalizzarmi solo quella cosa lì. Desideravo che al pubblico arrivasse anche solo un decimo di quel che ho provato di quell’istante che per me è stato il più forte della mia esistenza, e quindi ho scritto tutto lo spettacolo solo per quel momento. Ne La traiettoria calante, invece, avevo una rabbia interiore, civile e sociale, e una forte indignazione. E quindi, di riflesso, penso che quello che io voglio comunicare arrivi anche al pubblico.

Quali sono gli spettacoli visti, ma anche scritti o interpretati da te, che hanno lasciato un segno sulla tua persona come attore e scrittore?

Allora, sicuramente a me Antonio Latella ha cambiato la vita. Ho lavorato tanto con Antonio, come artista, come persona, per due anni di fila. Ho visto come lavora sugli attori, come li dirige da vicino, mettendosi lì davanti a neanche un metro di distanza, è qualcosa di molto potente.

Poi di spettacoli per me importanti, ce n’è stato uno che ho visto in video di Lindsay Kemp, Flowers, che è un capolavoro, è andato in scena al teatro Parioli, e mi ha cambiato proprio la visione del teatro. E poi Oscar De Summa con Stasera sono in vena per quello che riguarda i monologhi, perché mi ha fatto capire che posso fare lo spettacolo che voglio fare.

In generale io guardo tantissimi video vecchi, d’archivio e quelli mi ispirano ogni volta, su Youtube, oppure tramite anche, fortunatamente, persone che conosco che hanno magari video caricati su Vimeo e me li faccio mandare. E poi mi piace sempre nominare un’artista contemporanea, che è Alice Sinigaglia.

Se ti senti di condividerlo, quali progetti hai per il futuro?

Sto lavorando su tante cose, progetti nuovi. Ad esempio, uno si chiama La compagnia, che andrà in scena al Metastasio di Prato. Sono molto felice perché sarò in scena con Francesca Astrei, una mia cara amica e un’attrice molto brava. E poi appunto con Oscar De Summa alla Corte Ospitale va in scena con il suo Amleto a pranzo e a cena. Faccio Amleto, quindi diciamo che si chiude un po’ un cerchio. Sono molto felice.

Mentre invece su progetti miei, sto anche lavorando tanto su una sfera un po’ organizzativa. Sto cercando banalmente di fare rete. Come diceva Goffredo Fofi, fare rete tra giovani è importantissimo, no? Quindi sto lavorando in questo senso con vari attori, attrici, registi, registe, organizzatrici, organizzatori per provare a creare qualcosa assieme.

E poi da progetti miei personali sto scrivendo in questi giorni, ho praticamente finito in realtà il nuovo testo e speriamo bene. Dovrebbe andare in scena già la stagione prossima. È una cosa molto diversa, e a me affascina molto anche l’idea di variare, perché è proprio la cosa più bella del nostro mestiere poter giocare un po’, senza necessariamente fare sempre la stessa cosa o ripetersi. E poi penso che sia fondamentale anche in questo momento storico rischiare. Io odio non rischiare, vorrei che i miei spettacoli fossero sempre un rischio gigantesco, una scommessa. Poi la scommessa se uno la vince o la perde non è neanche importante, perché il fallimento in teatro non esiste. Penso sia anche la forma più grande di rispetto che si possa dare al pubblico, quella di rischiare. Se non c’è rischio non c’è tensione, se non c’è tensione non c’è niente.

Mi avrebbe rivelato, pochi giorni dopo, che lo spettacolo top secret in questione che aveva scritto sarebbe stato su Elon Musk e che debutterà nell’autunno del 2026, una produzione Teatro Nazionale di Genova. 

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Letizia Chiarlone
Letizia Chiarlone
Classe 2001, è studentessa di Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, presso l'Università di Genova. Comincia ad avvicinarsi alla critica teatrale nel 2023, accolta nell'aia dell'Oca Critica. Nel giugno 2024 partecipa al laboratorio di critica teatrale diretto da Andrea Porcheddu con Roberta Ferraresi presso la Biennale Teatro. Nell'agosto dello stesso anno prende parte al workshop di critica teatrale di Teatro e Critica condotto da Andrea Pocosgnich nel contesto del Festival Orizzonti di Chiusi. Collabora con Teatro e Critica da ottobre 2024.

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