Questa recensione fa parte di Cordelia di gennaio 26

Alla lettura dei crediti dello spettacolo, si deduce che il progetto è sicuramente collettivo e che questa collettività implica quindi l’apporto plurale di più idee che ritroveremo poi sulla scena de La singolarità. Realizzato nell’ambito del LABOR WORK Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini con il sostegno di DiSCo Lazio e Regione Lazio, vincitore del bando Pillole #tuttoin12minuti 2025 e menzione speciale Premio Omissis 2025, La singolarità affronta il tema della disposofobia, nota come disturbo da accumulo, ed è l’approdo teatrale di una complessa «ricerca di tipo antropologico e performativo, condotta tra gennaio e maggio 2025 attraverso interviste a psicologi, figli di soggetti affetti da disposofobia, imprese di pulizie specializzate, e racconti di vita quotidiana raccolti in diverse città». Al lato sinistro della scena, un quadrato di casa strabordante di oggetti, mentre al centro, verso destra, una bara. Nonostante la densità dei materiali a disposizione, il merito della drammaturgia sta nell’aver isolato, purtroppo solo all’inizio, un’immagine potentissima: un feretro non riesce a entrare in un appartamento perché questo è troppo pieno di cose e, dato che «le cose si abituano», queste non possono abbandonarlo. Il resto della raccolta di fonti e dati e testimonianze è montato in una drammaturgia scenica confusa, in cerca di un finale definitivo (ce ne sono ancora troppi che si aprono quando è passata più di un’ora), che entra e esce dal processo di creazione servendosi di espedienti che divergono e indeboliscono la narrazione (gli a parte, i momenti coreografici, l’asta del pubblico, le video testimonianze di ritorno da una delle interviste, le citazioni di altri programmi che vengono giudicati per le sbagliate modalità di trattazione…). Sembra mancare, anche nei toni disordinati dell’interpretazione attoriale, una selezione accurata, specifica – che forse non dovrebbe essere così collettiva – del materiale a disposizione per usarlo con cura e sensibilità evitando che uno spettacolo incentrato sul disturbo di accumulo non diventi a sua volta un accumulo indistinto di prassi, patologie, emotività, storie, persone e vita. (Lucia Medri)
Visto a Fortezza Est: uno spettacolo del collettivo Algo Ceiba, drammaturgia Riccardo Tabilio, messa in scena Dario Aita, Elena Gigliotti, aiuto regia Gianluca Fischetto, coreografia Luca Piomponi, musiche originali Tommaso Grieco, luci Chiara Saiella, con Nadia Fin, Gabriele Ratano, Francesco Savino. Foto di Luisa Fabriziani












