Una riflessione a seguito della visione di Morte accidentale di un anarchico con la regia di Giorgio Gallione e l’interpretazione di Lodo Guenzi. A febbraio al Carcano di Milano. Recensione

«Noi che siamo la parte più irrilevante di questa società, cioè quelli che si occupano di parole, di cultura, e ci arrabattiamo all’idea che il mondo venga salvato dalla bellezza – sostituendo al concetto di bellezza il concetto di garbo – noi che ci occupiamo di queste cose e abbiamo fatto le scuole alte, sarebbe interessante avessimo due movimenti fondamentali che non esistono, o la messa in discussione profonda delle nostra irrilevanza, o la capacità di raccontare chi veramente sta nel mondo e sposta gli oggetti pesanti pagato poco; e quindi raccontare la classe popolare».

Lodo Guenzi, due giorni fa, nel caffè che si appoggia al Teatro Pergolesi di Jesi – uno di quei luoghi il cui gestore, di volti della “parte irrilevante della società”, ne ha visti passare sicuramente più di chi scrive – lo dice subito prima di portare in scena Morte accidentale di un anarchico nella regia di Giorgio Gallione.
Ed è proprio a partire da un’ammissione di colpa che ci chiediamo se abbia ancora senso fare satira nell’epoca in cui il potere ha imparato l’arte subdola e suprema dell’indifferenza.
Il peso che porta l’attore – ingente, perché il testo di Fo è strutturalmente totalizzante sul Matto – viene sostenuto dal resto del cast: Alessandro Federico (il Commissario), Marco Ripoldi (il Sovrintendente), Roberto Rustioni (il Questore), Eleonora Giovanardi (la Giornalista) e Matteo Gatta (l’Agente) si ingranano in un meccanismo che Gallione utilizza più di quanto Fo stesso avrebbe previsto. L’allestimento è tutto concentrato sul testo e sull’assunzione della storia. È una scelta concettuale più che visiva, dove il folle emerge in funzione degli altri, proprio come in quei villaggi che non esisterebbero senza un matto, ma soprattutto viceversa.

Lo spettacolo vuole sventrare un meccanismo: lo scandalo come forma di rutto collettivo popolare, per liberare le frustrazioni quotidiane, sentirsi più puliti e andare avanti. Una necessità ciclica: trovare un colpevole, indicarlo, scandalizzarsi, e poi tornare naturalmente ai rapporti di forza di prima. Punire farsescamente i potenti che compiono gli abusi non renderà la società migliore, ma parlarne è una nostra maniera per sollevarci dall’obbligo di una responsabilità condivisa.
È una lettura implacabile di quanto Dario Fo aveva intuito negli anni ’70, ma che oggi assume contorni più inquietanti. La distinzione necessaria sta nel fatto che allora – tra bombe in sala, 200 denunce, tentativi di censura – la satira contava. Era eversiva. La strategia della tensione mirava esattamente a indirizzare l’opinione pubblica: si costruivano false verità per controllare il dibattito, per spostare la temperatura della discussione popolare.

Oggi? «Da Trump, a Netanyahu, da Putin a cascata, i leader del mondo agiscono totalmente fottendosene dell’opinione pubblica. Siamo in una fase della storia in cui contiamo molto di meno», ammette Lodo, e non è retorico né indignato.
L’era della post-verità non è solo quella in cui i fatti hanno meno rilevanza delle emozioni – come ci ha detto l’Oxford Dictionary nel 2016 scegliendo “post-truth” come parola dell’anno. È l’era in cui il potere ha scoperto che può fare a meno del consenso tradizionale, può costruire “realtà alternative” (gli alternative facts di Kellyanne Conway), può trasformare la Casa Bianca in una “centrale narrativa” invece che in una sede di governo. Arriva a scriverlo anche il gesuita Antonio Spadaro, che ha diretto La Civiltà Cattolica, la rivista che risponde direttamente al Papa, teologo di riferimento per Francesco. Scrive che «Trump non governa: dirige. Non persuade: performa. Non negozia: racconta».Una figura interna alle istituzioni ecclesiastiche, storicamente intrecciate col potere temporale che avrebbe interesse a mantenere una narrazione classica dell’autorità lo ammette: siamo nell’era della post-verità come messa in scena. E in questo contesto chi dice la verità o tenta di smontare la menzogna con l’intelligenza del paradosso non ha ossigeno sufficiente a parlare. Le versioni ufficiali perdono credibilità ancora prima di essere pronunciate, e vince chi la spara più grossa.
La donna uccisa dall’ICE definita “terrorista domestica” contro ogni evidenza video. I migranti che mangiano cani e gatti, le cifre ricamate, i fatti distorti, le menzogne ripetute. Nella gara tra chi ha meno pudore, lo spudorato ha paradossalmente un vantaggio liberatorio: comanda la narrazione, conquista consensi più profondi e duraturi di chi si limita ad avere ragione. La politica contemporanea non risponde più alle categorie della razionalità illuminista o della competenza amministrativa – il potere si esercita sul piano dell’immaginario, e chi sa narrarlo con forza mitica vince.

Allora il cortocircuito: Fo negli anni ’70 usava il paradosso per smascherare le bugie del potere. Oggi il potere è il paradosso, vive nel paradosso e lo alimenta consapevolmente. Come fa la satira ad essere ancora un’arma quando il suo bersaglio vuole per primo essere caricatura? «Le battaglie progressiste si sono affrancate dalla responsabilità di essere profondamente popolari», sempre Lodo Guenzi. Parallelamente, l’intrattenimento di massa ha rinunciato a mettere in discussione i rapporti di potere: diverte, ma non sovverte. Succede in «piccole sacche, piccole bolle protette in cui questa cosa è possibile senza avere incidenza nel reale».

Al Pergolesi il pubblico ride, si commuove, applaude a scena aperta. Il Matto si muove in scena con una fisicità schizoide, la voce che passa dalla farsa, ai giochi, alla tagliola in quadri velocissimi, vestendosi mai e travestendosi sempre, prima il giudice Malipiero, poi lo psichiatra forense, pure “Lodo”, semmai dovesse esserci concesso di individuarlo. Intorno a lui, il meccanismo tiene perché Gallione ha costruito un equilibrio precario: i commissari sono goffe controfigure arrabattate, la giornalista è il grimaldello complice e necessario alla rivelazione finale. Lo spettacolo funziona perché – pure l’attore sembra sostenerlo – niente vale la pena di essere detto se non passa attraverso la risata. È la lezione di Fo: la risata è necessaria per piantare bene in testa i chiodi della ragione, un tentativo consapevole e disperato di non fare la lezioncina. Ma poi? Fuori dal teatro, nella società liquida dove l’informazione è bulimia, dove tutti sanno tutto e niente ha più peso, dove i leader possono permettersi di ignorare completamente l’opinione pubblica perché hanno capito che possono farlo senza conseguenze, che incidenza ha quella risata?

Il paradosso finale è che metà della sala, probabilmente, non conosce nemmeno il caso Pinelli. «La vicenda è processualmente articolata, il testo un susseguirsi di atti giudiziari. Per questo oggi acquista una dimensione da giallo che alla palazzina Liberty nel ’76 non serviva» (e quindi messa in campo la situazione si poteva subito passare alla sua conseguente demolizione ndr.). Oggi bisogna prima raccontare la versione ufficiale e poi demolirla. Però se nessuno crede più alle versioni ufficiali, se tutti sanno che il potere mente, a cosa serve la demistificazione? Se il ceto medio riflessivo – quello che ha fatto le alte scuole, che si occupa di teatro e cultura – continua ad astrarre come vanno le cose e cosa le guida, sentendosi al centro del mondo mentre il mondo gira nelle fabbriche in cui 889 operai perdono la vita in dieci mesi, la satira non è forse diventata un esercizio di autoconsolazione per chi vuole illudersi di trovare ancora il modo di contare qualcosa?
Gli anarchici di Gallione divertono, spingono il pensiero, disarticolano insieme le contraddizioni del potere con una chirurgica bulimia di parole. E se il potere, semplicemente, non ci ascoltasse più? Se avessimo già perso la partita nel momento stesso in cui abbiamo accettato di giocare nelle nostre bolle protette, parlando a chi è già convinto, in sale che restano sempre tristemente marginali rispetto ai flussi reali del consenso e della forza? Forse Fo, se fosse qui oggi, non scriverebbe più una Morte accidentale di un anarchico. Scriverebbe di quanto accidentalmente poco contiamo.
Francesca Pierri
Visto a gennaio 2026, Teatro G.B. Pergolesi, Jesi
Prossime date in calendario tournée:
venerdì 23 e sabato 24 gennaio – Cascina, La città del teatro – 21:00
martedì 27 gennaio – Ivrea, Teatro Giacosa – 20:45
mercoledì 28 gennaio – Crevalcore, Cinema Teatro Verdi – 21:00
giovedì 29 gennaio – Padova, Teatro ai Colli – 21:00
venerdì 30 gennaio – Pescia, Teatro Pacini – 20:45
domenica 1 febbario, Varese, Teatro Intred – 17:00
mercoledì 4 febbraio – Pergine Valsugana, Teatro Comunale – 20:30
giovedì 5 febbraio – Verona, Teatro Camploy – ore 20:45
venerdì 6 febbraio – Piove di Sacco, Teatro Filarmonico – 21:00
sabato 7 febbraio – Savignano, Teatro Moderno – 21:00
domenica 8 febbraio 2026 – Cecina, Teatro De Filippo – 21:00
giovedì 12 febbraio – Crotone, Teatro Comunale –
venerdì 13 febbraio – Arcavacata di Rende, Auditorium Unical TAUec – 20.30
sabato 14 febbraio – Polistena, Auditorium Comunale – 20:45
da martedì 17 a domenica 22 febbraio 2026 – Milano, Teatro Carcano – (mar-ven 19:30, sab 20:30, dom 16:30)
Morte accidentale di un anarchico
di Dario Fo e Franca Rame
regia Giorgio Gallione
con Lodo Guenzi
e Matteo Gatta, Eleonora Giovanardi, Alessandro Federico, Marco Ripoldi, Roberto Rustioni
scene di Guido Fiorato
luci di Andrea Violato
costumi di Francesca Marsella
assistente alle scene Francesca Marsella
assistente costumi Marisa Mantero
aiuto regia Riccardo Iellen
realizzazione scenografie Officina Scenotecnica Gli Scarti
organizzazione Alessandro Beltaro e Anna De Martini
amministrazione Morena Lenti e Riccardo Rossi
macchinista Alberto Tizzone
elettricista Michele Forni
ufficio stampa Maddalena Peluso
social media Gaia Giardina
un ringraziamento speciale alla Fondazione Dario Fo e Franca Rame e al Teatro Sociale di Canzo
progetto grafico nduja design studio con disegno originale di Dario Fo












