Questa recensione fa parte di Cordelia di gennaio 26

Ian (Riccardo Cacace) è assorto nella contemplazione dei suoi appunti quando il pedagogo (Marco Gualco) fa il suo ingresso nella stanzetta arredata con rigoroso nitore: nulla più di un tavolo di legno, due sedie, un comodino con sopra una lampada e una lavagna. Il maestro è stato assunto per insegnare al giovane, figlio di un noto politico, le sottigliezze dell’arte oratoria e persuasiva, ambito in cui Ian non sembra particolarmente eccellere, dato che spesso e volentieri gli sfuggono i ragionamenti dell’insegnante, finendo per travisarne il senso. Tremante e pallido, ossequioso nei confronti del pedagogo ma al tempo stesso sfrontato, Ian finisce per ottenere una confessione dal maestro, a furia di domande incalzanti: l’insegnante, infatti, è stato appena licenziato, e il giovane intuisce che in qualche modo la faccenda abbia a che fare con l’uccisione del ragazzo nero avvenuta di recente, fatto che si scoprirà essere piuttosto increscioso all’interno della politica di integrazione razziale attuata dal padre. Nella sua titubanza, finisce per perdere la pazienza, estrarre una pistola e puntarla contro il maestro, quasi a voler aggirare con la forza bruta i ragionamenti acuti e ingannevoli dell’insegnante. Urla, Ian, pretende risposte, in un crescendo di isterismo a cui il pedagogo sotto minaccia tenta di porre freno. “Lei pensa che io sia buono? Mi crede?”, il giovane continua a domandare ossessivamente. Eppure, ciò che gli sfugge, è che non si tratta di essere buoni, ma con quanta bontà di retorica viene esposto un concetto. Si insinua nello spettatore il dubbio che possa essere stato effettivamente il pedagogo a compiere l’omicidio e che stia tentando di addossare la colpa al giovane. Cacace, autore, regista e spettatore, riesce nella complessa operazione di rendere godibile al palato uno spettacolo concettosamente denso, coadiuvato anche dalla recitazione puntuale e coinvolgente del duo che trascina lo spettatore nel suo ritmo incalzante. Il pedagogo dell’infame fa sfoggio di sé stesso come pezzo di bravura tecnica e retorica, dove i concetti di buono e giusto diventano relativi di fronte al potere deformante della parola. O di un insegnamento che lascia cattiva semenza. (Letizia Chiarlone)
Visto al Teatro Instabile. Scritto e diretto da Riccardo Cacace Con Riccardo Cacace e Marco Gualco Produzione Compagnia Chierici-Cicolella Spettacolo vincitore di Festival inDivenire 2025. Marco Gualco vincitore del premio Miglior attore di festival inDivenire 2025












