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«È finita» e non c’è niente da aggiungere. Beckett, Gabriele Russo e la possibilità dell’addio

Finale di partita di Samuel Beckett con la traduzione di Carlo Fruttero e la regia di Gabriele Russo, con Michele Di Mauro, Giuseppe Sartori, Alessio Piazza, Anna Rita Vitolo. Visto al Teatro Bellini di Napoli e poi in tournée a Palermo e Roma. Recensione.

Foto Flavia Tartagllia

La carta da parati è scrostata, staccata negli angoli, ingiallita dal tempo e ha macchie d’umido visibili nonostante si abbatta contro le pareti la luce di scena. Sulla mia destra c’è un fornello bianco smaltato, di quelli che si possono vedere all’aperto, in campeggio, su una base a due scaffali con dentro pentole d’alluminio e coperchi. A terra una valigia dice che qualcuno è già pronto a partire mentre al centro ci sono quattro elementi: la porta col vetro, il quadro che Beckett vuole appeso al contrario cioè contro il muro, un lampadario da ingresso a sei luci e un mobile che contiene a vista la sveglia, riviste, libri, un pappagallo di plastica per l’urina e una coperta. E a sinistra? Non i bidoni in cui Nagg e Nell stanno dal 1957 ma una vasca da bagno, sopra i tubi a cui è attaccata la tenda, mattonelle bianche alle spalle, appeso c’è uno specchio senza cornice. A guardare per intero l’ambiente mi dà la sensazione d’una casa stanca, incurata, che sopravvive a se stessa, in cui una volta si mangiavano i confetti, si faceva l’amore, si leggevano Shakespeare, la Bibbia e i filosofi greci mentre ora, ci fosse un rubinetto che perde, gocciolerebbe senza che nessuno si prenda la briga di farlo tacere. Un paio di solchi murari, sulla sinistra un ombrello in un secchio, che gli oggetti stanno talvolta dentro gli oggetti senza criterio, sulla destra un termosifone non funzionante e una scaletta di ferro, buona per aprire le ante delle due finestre laterali. Un neon che per accendersi va picchiato con le dita tre volte, vecchi interruttori della luce, l’impressione che ci sia polvere e che l’aria sia pesante ed acidula perché le finestre non s’aprono nonostante sia giorno e si fa uso abbondante di clisteri e calmanti. L’acre chimico delle medicine, unito al tanfo di persone che si lavano meno di quanto si lavavano in passato: la canottiera messa per il quarto giorno consecutivo, che tanto chi devo incontrare; i calzini che sono gli stessi che tenevo ai piedi anche ieri. «Puzzi» non a caso dirà qualcuno a qualcuno. Penombra, la percezione di freddo anche se fuori fa caldo, l’idea che del fuoco della vita qui non ci sia che la cenere, tant’è: prima che il sipario si apra sento la confusione al quadrato data dall’unione tra il pubblico che parla e si siede e un sottofondo registrato che propone l’eco dell’esistenza in un loop (l’«ah!» di una donna, il verso dei gabbiani, la voce di una bambina) mentre, scostate le tende, mostrato l’interno, il primo suono che dal palco cade in platea è l’affanno di un uomo che per respirare necessita di mascherina ed ossigeno. Tira, tira, tira. È Hamm. Clov intanto è in cucina.

Foto Flavia Tartagllia

L’Hamm di Michele Di Mauro ha il volto imbolsito, i capelli in disordine, la barba di cinque o sei giorni, fisso sulla sedia a rotelle, indossa calzini scuri, una tuta con cappuccio, pantalone nero e felpa verde sopra una maglia su cui pendono il fischietto, per chiamare Clov come un cane, e un crocifisso, che Dio è una possibilità a cui in questa casa non crede nessuno: «preghiamo» dirà, ma non c’è fede e gli «amen» che vengono detti valgono quanto uno scontrino buttato nell’umido. Non porta lenti nere, la sua cecità è visibile, gli fanno male le ginocchia, che c’appoggia di frequente le mani, soffre l’immobilità delle gambe (i piedi ogni tanto al pavimento per dare sollievo a schiena e osso sacro) e tossisce, credo abbia principi d’emicrania frequenti (indice e pollice della mano destra alle tempie) e quando ride sente una fitta nel fianco. Vorrebbe dormire, ché se dormisse sognerebbe e sognando potrebbe tornare a scopare e vedere il cielo e la terra e fuggire per i boschi, per cui cala il cappuccio e al padre che insiste a parlare chiede di farla finita. Sembra stia decadendo in un rudere eppure lo guardo e penso che ci dev’essere stato un tempo in cui i muscoli gli funzionavano, la sua parola aveva importanza e dev’essere stato un tipo divertente. Va bene, lo suggerisce Beckett – pare infatti che una volta possedesse terreni, contadini e denaro – ma non è questo. Il fatto è che Hamm stavolta moltiplica i gesti, gioca con gli oggetti e si dedica al comico anche se non riesce a far ridere. In quest’uomo, su cui la malattia si è abbattuta come l’inverno su un albero, c’è una fiammella che crepita ancora, ma che non scalda nessuno.

Foto Flavia Tartagllia

Narra come vuol essere seppellito e si stende col cane di pezza sulla pancia, usa l’ombrello come fucile, bastone, stampella e bilanciere per gli esercizi e quando si fa portare in giro da Clov scherza col suo nome: «hamm, hamm!» dice come stesse dando gas a una moto. Ridacchia delle battute prive di senso (le telefonate mancanti in una casa in cui non è previsto il telefono, la combinazione della dispensa: come può Clov non conoscerla se è lui a gestire gli alimenti?), conta con le dita le cinque frasi previste in successione da Beckett («il mio calmante», «come vanno i tuoi occhi?», «ma ci vedi», «come vanno le tue gambe?», «ma cammini») e quando a uno spettatore squilla il cellulare ingloba lo squillo nella recita, porta la mano all’orecchio e lo tratta come un suono lontano: hai visto mai che fuori da qui ci sia qualcun altro? Sia chiaro, fa da dittatore, centellina il cibo come fossero contentini sentimentali (giusto quel po’ che serve a tenere in vita la storia) e ordina e pretende che gli ordini vengano eseguiti (sono 63 i comandi presenti nel testo) ma più ne spio l’insopportabilità più mi pare derivi dalle condizioni in cui vive e d’altronde: un giorno ha perso la vista, un altro s’è seduto per non alzarsi mai più, ha smesso di farsi da mangiare e da chissà quanto si sente «un piccolo pieno perduto nel vuoto», come un sasso sul fondo d’un fosso. «Sono stanco» dice e ripenso a tutte le volte in cui l’ho visto passarsi il palmo tra gli occhi ed il mento: quanto soffre o ha sofferto o che dolore fisico ha accumulato negli anni? Ci sono due istanti in cui per lui sento pietà. Il primo: declama il romanzo che sta componendo e nel farlo s’alza in piedi. Non cammina davvero ma raccontando si risente leggero, il sangue gli torna in circolo, le rughe gli si fanno meno rugose. Ci devono essere stati giorni in cui leggere e scrivere per lui era una gioia. Il secondo: Clov è alle spalle, lui dice «mi fai paura». Lo prevede il testo d’accordo, ma la frase mi aiuta a comprendere: Hamm ne perde la presenza e ogni volta che capita trema, pur senza darlo a vedere. La paura di cui dice è quella di rimanere da solo.

Foto Flavia Tartagllia

Il Clov di Giuseppe Sartori, salopette e cappello, inizia in cucina, gomiti poggiati al coperchio dei fuochi o l’indice messo nelle pieghe dell’interruttore del neon, come a scovare sporcizia per noia. Oppure sfoglia una rivista o se ne sta diritto, schiena a parete, spalle ingobbite, in attesa che Hamm gli dica che fare. Beckett in un appunto dice che Clov non vuol altro che tornare in cucina mentre a me pare che questo Clov in cucina perda tempo come capita quando siamo chiusi in stanza e passiamo le ore a guardare il soffitto. Che è vita, ma non quella voluta. Scatta appena chiamato e d’altronde è l’unico dotato di mobilità per quanto abbia un piede in una scarpa anatomica e il ginocchio avvolto da un tutore. Desta Nagg con la sveglia, accende e spegne la luce, controlla che Nagg e Nell siano vivi, serve al padre di Hamm il biscotto per cani, porta il peluche, avvelena la pulce che ha nei pantaloni e quando smette d’agire si ritira come fosse un’aspirapolvere spento e riposto nell’angolo. Abbraccia Hamm al collo quando lui gli dice di andarsene (qui vedo più che un gesto d’affetto la gioia per aver colto uno spiraglio di fuga) mentre quando Hamm dice il romanzo se ne sta steso sul fianco, a terra, occhi spalancati: «trascinandosi sul ventre», «un accattone», «voleva del pane», «mi fissava con occhi da demente», «se acconsentivo a ricoverare anche il bambino». Hamm lo guarda facendomi intendere che il ragazzino di cui parla sia Clov: che ne abbia avuto a servizio il padre e che morto quest’ultimo gli abbia fatto da padrone adottivo? Fatto sta che Clov non ne può più: punta il cannocchiale alla nuca di Hamm come un fucile e tiene pronta la valigia, che desidera andare. A un punto va. Apre la porta, passa la soglia, chiude la porta ma resta con la mano attaccata alla maniglia, ne scorgiamo attraverso il vetro l’ombra. Rigurgito di coscienza, assenza di coraggio o mancanza d’alternative: che fa? Dove va? Che ne sarà degli altri? E come si manterrà da domani? Riapre la porta e torna a un quotidiano che gli è insopportabile. D’altronde è giovane, tutto sommato in salute, ha più futuro davanti di quanto abbia passato alle spalle e desidera aria pulita, una vita diversa. Me ne accorgo quando apre l’anta della finestra, entra un taglio di luce che simula il sole e lui se lo gode, occhi chiusi, guancia appoggiata al muro, in pieno sulla faccia. Ma soprattutto questo Clov (approfittando della cecità di Hamm) mente di continuo. Si chiede dov’è il cannocchiale pur avendolo in mano, nega ad Hamm la coperta che è a vista nel mobile («non ce ne sono»), dice che il sole non è sole e il giorno non è giorno, racconta che in cucina siede al tavolo e fissa il muro ma non c’è tavolo e non fissa mai il muro, inganna Hamm sul colore del cane di peluche, lo bacia pur detestandolo, inventa la presenza del topo per assentarsi, indossa il tutore anche se non ne ha bisogno e quando Hamm gli chiede di salire sulla scala glielo fa credere battendo il piede sui gradini senza salire davvero. Alla fine, dopo aver sistemato l’essenziale accanto al malato (l’ombrello, la sveglia, il peluche), riapre la porta e si ripone sulla soglia.

Foto Flavia Tartagllia

Confesso che negli anni la passione per Beckett mi si è affievolita, non perché le sue pagine abbiano perso la comico-crudele bellezza che ci trovavo all’inizio, ma perché tra lui e me s’è frapposta una quantità di saggi, studi, atti di convegno e riletture illuminate e complesse che m’ha reso lontani tanto i romanzi quanto i testi teatrali. Una spessa cortina di parole sapienti in me ha zittito l’autore dandomi nel contempo l’idea che Beckett avesse più a che fare con la numerologia, la musica dodecafonica o i filosofi del Seicento che con ciò che mi sarebbe potuto capitare domani. Vale anche per Finale di partita. Come si fa a comprenderlo o scriverne in una recensione senza prima essere passati dal testo che gli dedica Adorno nel 1960 o dal libro di Giuseppina Restivo, Le soglie del postmoderno: «Finale di partita» (Il Mulino, 1991)? Cinque capitoli, 356 pagine e centinaia di riferimenti, in cui mi sarò perso per ignoranza decine di volte. I quadri di Mondrian, necessari (pare) per comprendere le linee del testo; Melencolia I di Dürer, da cui per alcuni deriverebbero la scala, il cane e la passione che Hamm ha per il centro del palco, e come puoi fare a meno degli scritti che Duchamp ha dedicato agli scacchi? Tutti sanno che Hamm è un giocatore che, non rassegnato alla sconfitta, continua a muovere i pezzi sbagliando le mosse. Il mondo post-nucleare, la fine del linguaggio, l’esistenzialismo francese e la presenza nascosta di Dante e Leopardi, le allusioni a La tempesta e Re Lear, il riferimento al «vecchio greco» e ai chicchi di grano (Eubulite di Mileto). Mi sono arreso. Poi in vista dello spettacolo prodotto dal Bellini e dal Biondo ho riletto il testo e mi sono reso conto che mi riguardava, non perché mio padre ha smesso di respirare in pandemia o mia madre ha perso la vista e ora sta su una poltrona, gambe gonfie e occhi chiusi, ad ascoltare la televisione ma perché, oltre ogni vertice intellettuale vero o presunto, Finale di partita mi pare ci parli di qualcosa di cui prima o poi facciamo esperienza: la possibilità dell’addio. Una figlia che si chiude la porta alle spalle lasciando la casa dei genitori, dove non tornerà più, un amico che smette d’essere un amico dopo un rancore covato e trascinato per mesi, il tradimento subito dalla persona che reputavi fidata, la moglie o il marito che dice «da tempo non t’amo», il bisogno che chi si prende cura d’un malato ha di salvarsi e fuggire. La fine d’una storia che chissà da quanto ha cominciato a crepare, l’arrivederci supremo per cui arriva il giorno in cui la morte vince l’amore, che ci piaccia o no. Così a un punto sposto lo sguardo e mi dedico in controscena al Nagg di Alessio Piazza e alla Nell di Anna Rita Vitolo. Lui, secco come una spina, sta leggendo il giornale, lei d’una bianchezza da tulipano, è dall’inizio che si trucca come per andare a un ballo: abito avorio, filo di perle, rimmel, guanti, rossetto. Nel corso dell’opera hanno rievocato il viaggio fatto sul lago (la vasca in cui sono, più alta da un lato, non ricorda la barca in cui dondolavano?) e si sono ridetti le storielle che li facevano ridere, il giorno prima lei gli ha grattato il sedere e ora hanno tentato di baciarsi, anche se Beckett non vuole che le labbra di lei ritocchino le labbra di lui, e quando Nagg ha ricevuto da Clov il biscotto ha pensato di conservarne una parte alla moglie. Mi piace pensare che s’amino quanto i due vecchi che ho visto la settimana scorsa dividersi un cono gelato, un po’ a me un po’ a te, ma s’intuiva che lui ne mangiava meno perché lei potesse averne di più. Eppure anche per Nagg e Nell arriva la fine con lei che gli crolla addosso e io che a distanza d’un mese non so decidermi se ho visto la metafora di un sentimento che termina o due amanti che neanche la mannaia definitiva divide: lei che da morta gli giace sul petto, un braccio all’esterno della vasca, la testa sulla sua spalla, come se in qualche modo lui le facesse da bara.

Foto Flavia Tartagllia

A questo punto potrei ricordare che spesso Beckett ha infilato la sua stessa esistenza in quel che ha scritto e composto, anche in Finale di partita: i riferimenti, nella prima stesura, alla Piccardia distrutta dalla guerra nel ’14-‘18; i morti che si accumulano ai morti che ha visto a Saint-Lô facendo parte della Croce Rossa irlandese nel secondo conflitto mondiale. La barzelletta del sarto, usata in un saggio su una mostra anni prima; la malattia di zia Cassie, paralizzata dall’artrite su una sedia a rotelle, che passava i giorni a sentire il mare da lontano o a spiare con un cannocchiale l’entra ed esci delle barche nel porto; i dissidi tra Hamm e Clov, in cui parenti e amici dello scrittore hanno riconosciuto di volta in volta il legame che Beckett ebbe con la madre, Joyce o Suzanne: «devi considerare che Hamm e Clov sono Didi e Gogo in un’età più avanzata» dice a Jean Martin e Roger Blin per poi aggiungere «in realtà siamo io e Suzanne». Il fatto, spiega Gontarski, è che Beckett la biografia la mette per poi celarla disfacendola, come uno scultore che dopo essersi ritratto levighi la statua al punto da rendere il volto dell’opera neutro: non sono io, è l’umanità, se volete. Oppure potrei citare Jan Kott, che assiste a Giorni felici e confronta la borsa di Winnie con quelle ch’erano al fianco delle donne che, in ospedale, non lasciavano il letto per mesi: «io le ho viste» ritirare fuori gli specchi per guardarsi le guance e usare il pettine per darsi una sistemata ai capelli o lo spazzolino per rinfrescarsi l’alito guastato dalle pillole. Ma a che servirebbe? Meglio sottolineare che la regia di Gabriele Russo e il lavoro della compagnia non rinunciano all’evidenza teatrale (la tenda della doccia s’apre e si chiude come un sipario, i pugni di Hamm svelano che la parete di fondo è di legno, Clov andando nel retro produce «un’uscita di scena», Hamm chiede guardandoci «cosa vi aspettavate?» e l’ultima dichiarazione che vuole da Clov somiglia a una ripetizione a memoria, con tanto d’imbocco di battute) né rinunciano al rigore geometrico dei movimenti (Clov si muove in orizzontale tagliando di continuo lo spazio, Hamm staziona al centro sorvegliando la porta: vi appoggia anche la testa, quasi volesse essere sicuro sia chiusa). Eppure quel che voglio lasciare per ultimo non è ciò che avvenuto ma un pezzo di frase finale: «non parliamone più». Il fatto è che qualcosa che pareva infrangibile si è rotto e ora Hamm sta frontale, isolato ed è tornato a respirare a fatica mentre Clov, valigia in mano, cappotto, cappello in testa, è sulla porta. E non importa che domani si replichi e lui ricomincerà di nuovo in cucina, ricompiendo le azioni fatte oggi nell’ordine previsto da quasi settant’anni dal testo: importa che stavolta sembra possa andare via. «Finita, è finita» ci ha detto d’altronde all’inizio e, per quanto entrambi abbiano provato a resistere rimanendo assieme per un’ora e mezza, è finita davvero. E non resta più niente da aggiungere.

Alessandro Toppi

Teatro Bellini – Napoli, novembre 2025

Prossime date in calendario tournée

13 – 18 gennaio 2026 Palermo
20 – 25 gennaio 2026 Roma

Finale di partita

di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
regia Gabriele Russo
con Michele Di Mauro, Giuseppe Sartori, Alessio Piazza, Anna Rita Vitolo
scene Roberto Crea
costumi Enzo Pirozzi
disegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
produzione Fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini, Teatro Biondo di Palermo

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Alessandro Toppi
Alessandro Toppi
Alessandro Toppi è critico e giornalista napoletano. Scrive prima per il Pickwick, di cui è fondatore e direttore fino al 2022. Dal 2014 è redattore per Hystrio, dal 2019 scrive per le pagine napoletane de la Repubblica e dal 2020 è direttore de La Falena, rivista semestrale di cultura e teatro promossa dal MET di Prato. Negli anni suoi interventi, prefazioni, postfazioni e approfondimenti sono comparsi in varie pubblicazioni. Del 2024 la curatela condivisa con Maria Procino del volume Tavola tavola chiodo chiodo… Il teatro di Eduardo nello spettacolo di Lino Musella edito dalla redazione napoletana de la Repubblica.

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