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CiKorea_amara la danza 2026 (con Petta, Piva, Ermini, Popolo Rubbio, Zambelli, Spattini e Rosini)

Questa recensione fa parte di Cordelia di gennaio 26

Le pratiche di condivisione degli studi che anticipano futuri spettacoli fanno bene alla salute della visione e educano la coscienza critica perché emancipano il pubblico dalla definizione e dalla finitezza di un percorso concluso. In CiKorea_amara la danza 2026, il legame con il reale interessa una gran parte dei lavori, in alcuni di questi, la parola sembra inserirsi come necessaria estensione del discorso coreografico. La parola deve dirsi, il corpo ne ha bisogno e la gestualità o procede in parallelo o la sostiene. In Sentiero 105 di Michele Ermini i testi delle poesie di Antonia Pozzi ricreano i paesaggi del cuore dell’autrice ma anche quelli in cui il corpo del danzatore si muove in scena in una doppia, lenta, delicata narrazione che incrocia il tempo delle montagne delle poesie con quello del danzatore. In Settembre non arriverà mai di Noemi Piva, è manifesta la dimensione installativa del lavoro: il corpo è inserito in uno spazio euristico in cui la musica dal vivo (Lorenzo Minozzi) risponde ai movimenti, alla manipolazione degli oggetti (tazzine piattine cucchiaini plastilina) e anche alle parole che affondano nella memoria biografica della performer ma non sono funzionali a una narrazione: si dicono e potrebbero essere dette anche in un’altra lingua, tanto è importante comprendere il come e non il cosa. Diverso è invece il significato in Lacrimosa di Simone Zambelli che trae ispirazione dalla coreografia di Fokine, La morte del Cigno, in cui il corpo trafitto e annichilito dalla fine di un amore tenta di rialzarsi a suon di dediche, invettive rap e le parole che lo sostengono sono più nude e esposte nelle loro ferite della stessa nudità corporea del performer. Più fisici e astratti nelle partiture ma pur sempre molto radicati nella realtà la scarica magnetica di sensuale isteria de La mia playlist n°42 di Francesco Alex Petta, e il terrigno e intimo Amarù o sulla nostalgia di e con Adriano Popolo Rubbio e Fabiola Donati, afflato suggestivo grazie anche ai suoni di Daniela Pes. A chiudere la rassegna, l’anteprima nazionale di Argus, Nuovi dispositivi di salvataggio di Giulia Spattini che, come la zattera del titolo, immersa nella tinte drammatiche e giallastre di Géricault, dipinge con sensibilità l’affresco coreografico di un’umanità (Giovanni Fasser, Michele Calcari, Paolo Rosini, Giulia Spattini e Fabio Bergaglio) salvata o da salvare che si poggia, slancia, litiga, coccola, prevarica, soccombe fluendo nelle nevrosi e fragilità quotidiane. (Lucia Medri)

Visto a Carrozzerie Not e Spazio Rossellini: Foto di Davide Agostini/Spazio Rossellini. Crediti completi al link www.carrozzerienot.com/cikorea

Cordelia, gennaio 2026

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Lucia Medri
Lucia Medri
Giornalista pubblicista iscritta all'ODG della Regione Lazio, laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale. Dopo la formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi) si specializza in web editing e social media management svolgendo come freelance attività di redazione, ghostwriting e consulenza presso agenzie di comunicazione, testate giornalistiche, e per realtà promotrici in ambito culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018, vince il Premio Nico Garrone come "critica sensibile al teatro che muta".

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