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Alle origini di Enzo Moscato. Con la regia di Andò e il corpo di Musella

Un approfondimento su Non posso narrare la mia vita e Enzo Moscato, scomparso il 13 gennaio del 2024, dal romanzo Gli anni piccoli alla messinscena con la regia di Roberto Andò e l’interpretazione tra gli altri di Lino Musella. Visto al Teatro Mercadante e ora in tournée fino al 25 gennaio al Piccolo Teatro di Milano. Recensione.

Foto Lia Pasqualino

Nel 2011 esce Gli anni piccoli. Centoventisei pagine, titolo in rosso, in copertina una foto di Fiorenzo de Marinis ritrae Enzo Moscato, bianco spettrale per un taglio di luce di scena su fondo nero: palpebre chiuse, mani in preghiera, la guancia destra per metà truccata dall’ombra. Stampato a San Biagio dei Librai, è pubblicato da Guida, che aveva il punto vendita principale a Port’Alba, la strada napoletana delle bancarelle coi libri usati. Di tutto ciò adesso non c’è che il ricordo: Moscato è morto nel gennaio 2024, Gli anni piccoli si è aggiunto ai suoi volumi introvabili mentre Guida dal 2013 ha la serranda abbassata. «Pare possa riaprire» dice qualcuno; «chissà quando», si risponde di solito.

Ma cos’è Gli anni piccoli? Allora mi sembrò un’autobiografia frammentaria dell’infanzia. Enzo sulle spalle del padre, il compagno di scorribande Ignatiello Di Franzo, i giri da Upim e Coin con la madre, fatti senza comprare nulla, e la casa a Palazzo Scampagnato (antri bui, stanze piene di brande, i lumini sotto un’immagine di Gesù), i bagni a mare, l’umido dei Quartieri Spagnoli e la lettura come precoce strumento di salvezza tra gli accenni a Luigi il terrasantiere, zia Concettella o nonno Salvatore. Ripreso il libro per lo spettacolo prodotto dal Nazionale di Napoli, nel rileggerlo mi sono invece ora chiesto: cosa ha colpito il regista? So infatti che Roberto Andò era votato a dirigere Sull’ordine e il disordine dell’ex macello pubblico, che ridice la rivoluzione napoletana del 1799, ma poi è rimasto folgorato da queste pagine. Perché? Cosa contengono d’inevitabile? Che c’è qui di prezioso?

Foto Lia Pasqualino

Al centro de Gli anni piccoli c’è un capitolo titolato Giallo per Svista. È mattina, Moscato è trascinato all’asilo dalla madre quando sente da Carlo Campolongo, sarto e all’occorrenza portiere del palazzo, che le signorine Musciacco del terzo piano sono state visitate dai ladri: «Stanotte i mariuoli sono saliti e le hanno arrubbato bbuono e meglio. Hanno scassato la porta portandosi appresso tutte le cose. Pure gli occhi, pure quelli gli hanno scippato». È il commento d’un fatto, diventa sprone immaginativo. Il palazzo si trasforma in un «covo sanguinario», le donne si fanno «inermi come bambini» e dei banditi gli pare di sentire l’odore, un misto di sudore e cattiveria. Un giorno sale le scale e nota una macchia rossastra: è il sangue, dovuto di certo allo strappo dei bulbi oculari subito dalle due vecchie. Poco importa avesse intuito già il vero (le Musciacco non sono morte ma si sono trasferite e la macchia è dovuta a quattro acini d’uva schiacciati da un piede): lui s’agita, urla e racconta cambiando i connotati alle cose, usando per pubblico i condomini. «Fu quel pomeriggio», scrive Moscato, «che il mio teatro ha avuto inizio». La trasfigurazione della realtà e la sua mutazione in qualcos’altro, che sarà di volta in volta l’avvio d’un canto, il ritmo di un verso, la presenza rievocata in uno spettacolo. Ecco forse Andò cosa avverte nel libro.

Foto Lia Pasqualino

D’altronde il reale ne Gli anni piccoli è trasfigurato di continuo: la spiaggia è una distesa di «nero catarro del Vesuvio», le strade sono arazzi di «voci, gole, di braccia e di gesti» e quando un medico dice ai genitori di Moscato che il bimbo ha in sé una ghiandola che potrebbe ammazzarlo la fa diventare porro, bottone, mosca, biglia, chicco di grano. Anche la morte subisce il trattamento: dalla madre impara che il padre, ucciso dal cancro, è assente perché è sempre a lavoro mentre la fine d’un bimbo, affogato a Marechiaro, è solo «un malore inscenato a bella posta» per farsi coccolare. Insomma, quando Moscato scrive «non posso narrare la mia vita. Non posso narrare la mia infanzia. Tutto si frantuma alle mie spalle. Ogni cosa va in sfacelo di memoria non appena l’ho toccata» non sta solo parlando dell’incenerita rovina dei giorni ma sta esprimendo un principio di composizione ricreativa di cui fa esperienza quand’è bambino e su cui fonda ciò che comporrà quando gli anni non saranno più piccoli. Della realtà non ci sarà che il ricordo ritornante, vero o falso chissà, da cui germoglierà l’altro e l’altrove cui potremmo dare il nome “poesia”. Così siedo in platea per Non posso narrare la mia vita e noto l’allestimento di un gran dispiego di roba, sul fondo un velo, dietro il velo una scalinata gigante. Tutto sembra realistico. Sembra, appunto.

Foto Lia Pasqualino

Sulla mia destra ci sono una scrivania con fogli, libri, una bottiglia, un bicchiere e una ceneriera (sotto c’è un paio di scarpe col tacco) e una sedia su cui sta appoggiato un cappottino bianco, a terra e più avanti un mucchio di libri e quaderni, di lato un pianoforte e cinque poltrone di legno da cinema anni Cinquanta; sulla sinistra tre sdraio, una sedia e due banchi scolastici, di cui uno ribaltato mentre nell’angolo anteriore, su un’altra sedia, c’è una radio-stereo beige e bianca che tacerà fino a un minuto dalla fine. Al centro una vasca d’acqua, in fondo il retro-sipario che, aperto, mostra la scalinata di una trentina di gradini su cui stanno poggiati un copertone, una gabbia e ciò che resta del banco d’un calzolaio (una mensola e otto scarpe) e sedie cui sono state tagliate le gambe perché stiano dritte sulle scale, in alto a sinistra un letto e un cuscino, in basso la parete d’un bagno con specchio, lavabo e pennello da barba; in alto a destra la ringhiera d’un balcone, sospese stanno altre ringhiere e finestre e balconi, in cima il busto d’un santo. Tutto quel che vedo dipende da Gli anni piccoli, per intenderci: gabbia e copertone rimandano ai rifiuti «che salgono tortuosi» nei vicoli, la ringhiera è quella di casa Musciacco mentre la vasca è dei bagni Eldorado, in cui «un rettangolo d’acqua palafittato» faceva da «piscina rudimentale». Eppure nulla resta solo ciò che è: le scale sono la scesa dei Quartieri ma pure i gradoni delle Cavaiuole, gli ingressi delle chiese in cui Moscato è portato da piccolo, il quarto piano della scuola elementare dal quale gli alunni si tuffavano suicidandosi e il terzo piano di Palazzo Scampagnato mentre le sedie diventano le panche delle navate ecclesiastiche, la portineria del palazzo e l’esterno del basso dove la madre se ne sta poco prima che Moscato nascesse: prende il sole sul viso e le spalle, «sì che forse quella mia pressa inspiegabile ad uscirmene fu dovuta a una specie d’allentamento dei tessuti della pancia» scatenato dal caldo. Il retro-sipario fa da «alone nero» e «brume della memoria», l’enormità del busto di Sant’Antonio è la resa oggettiva d’una visione soggettiva (il volto della statua, contro cui Moscato viene issato), quando si parla dei bagni Eldorado la luce si fa azzurra (il mare, l’ingresso color celeste ma anche l’alone del Paradiso, di cui ha la sensazione frequentando quel lido) mentre il proscenio è il bordo del porto dove, se la giornata era bella (taglio di luce calda), Enzo se ne stava a immaginare che il Mediterraneo fosse l’Oceano. Hai voglia a notare i dettagli credibili (la polvere sugli oggetti, il legno scheggiato, gli strappi ai dorsi dei libri, i basoli in rilievo, i tombini), qui tutto è soggetto a metamorfosi: le parole sfociano in musica, un foglio di carta diventa una barca, un soffio dato a quattro fiammiferi accesi mutano il fuoco nel fumo e «la gente, i palazzi, i negozi» per quanto tangibili sono «ossessioni, deliri, sogni a occhi aperti» tant’è: a Lino Musella basta uno schiocco perché tornino immediatamente all’oblio.

Foto Lia Pasqualino

Musella in Non posso narrare la mia vita porta le parole del libro senza tuttavia interpretare Moscato. Lo ricorda solo per tratti (i capelli tirati all’indietro, le sopracciglia feline, le mani giunte in grembo o alle spalle, la coscia sinistra sulla destra quand’è seduto, i passi felpati, la montatura degli occhiali, forse un po’ di bianco sul viso e un ritmo tonale che più che un ricalco pare il resto d’una voce lontana) facendo di lui una compresenza appena intuibile, mentre si muove tra le rimanenze larvali dell’autore: i quaderni laceri, la pelliccetta di simil-orso indossata da bimbo, l’eco di un cucchiaino che graffia la tazza nel girare il caffè. A un punto impugna una penna e dichiara il compito: rammendare «i buchi, le faglie, le crepe» perché i pezzi stiano l’uno con l’altro. Il filo è il suo corpo: comincia delle scale e dal santo, s’avvolge nel velo diventando una sagoma d’ombra, supera la soglia tra l’allora e l’adesso venendo in luce e siede alla scrivania, va al banco di scuola, scrive, si stende tra i libri, s’alza e scrive, s’accomoda al cinema – sguardo altrove, mani sulle cosce, schiena che s’inclina alle spalle – poi di nuovo a scuola, alla scrivania, in proscenio o attorno alla vasca. Scruta a un centimetro di distanza i bagnanti dell’Eldorado (la signora che fatica ad alzarsi, il ragazzo che galleggia posando la testa all’angolo posteriore della piscina, i giovani che si carezzano e baciano, il vecchio che mastica pane come avesse in bocca soltanto gengive), metaforizza Palazzo Scampagnato piantandosi dritto, scrive, pone lo sguardo in graticcia quando parla del cielo, scrive, s’accorge della bella giornata volgendo gli occhi al taglio d’un faro che gli tocca lo zigomo, rende «chiacchiera, quisquiglia, pinzillacchera» muovendo le dita a mo’ di becco di papera, scrive, scrive o risponde al saluto delle Musciacco ondeggiando il palmo per un attimo. Non di rado si astrae, il mento poggiato alla mano: forse pensa, forse vede e commemora, o forse non fa che togliersi dalla storia. Una madre porta al petto un bimbo affogato e lui osserva la scena allo specchio del bagno facendo della morte un riflesso indiretto, dice tre volte «quelle scale» indicandole quando si tratta d’inventarsi l’omicidio avvenuto al terzo piano, annuncia «lo show» e da libro trasforma il furto in una recita isterica e quando si trova davanti Pulcinella – in cui Moscato intravede non il re dei maccheroni ma «qualcosa di spaventosamente indefinito» – s’accuccia sul quarto gradino mentre la maschera è all’undicesimo: così torna un bambino che osserva le guarattelle da sotto. Ma soprattutto passando dalle scale al palco e dal palco alle scale incarna l’idea che Moscato ha della poesia, che è «un andare e venire senza posa» tra passato e presente. Il secondo sta nel suo dire, il primo consiste negli esseri che riapparendo lo cingono.

La madre (Flo) rigida per l’imbarazzo e col sorriso nervoso tra i decori natalizi della Standa (i pacchi imbiancati d’ovatta, i nastri bordeaux, le palline appese a parete), i due Babbo Natale che s’azzuffano lenti e senza emettere fiato, come se danzando «volessero penetrare l’uno nell’altro», l’amico (Lello Pirone) che gli ricorda che forse quel giorno sono scese le lacrime o il portiere (Lello Giulivo) che, dito al pomo d’Adamo perché la voce diventi profonda, dice delle Musciacco; sono strappi individuali al coro di Napoli, sono le dimenticate e gli umili di cui scrive Moscato ne Gli anni piccoli: le levatrici, le tarallare, le signore che badano ai figli degli altri e i varcaiuoli, i zarellàri, i miseri che cantano perché schiacciati dalla vita o non hanno facoltà di parola. Si prenda lo Sconosciuto di Tonino Taiuti, barba incolta, abiti lisi, in pugno un bastone, che entrando taglia il palco senza parlare o si guardi il cameriere di Giuseppe Affinito, che sta ai margini, all’avambraccio il vassoio, in attesa di ordinazioni che non vengono. Il primo con amarezza poi si lamenta per conto dei pittori, dei musici, dei fotografi e degli artisti a quattro soldi; il secondo sta da solo in proscenio quanto in cima alle scale, si sfiora a un punto il collo con un tocco, sussurra un «Padre nostro» che diventa preghiera e quando parla confessa che giace «non chiamato, non voluto», da sempre «fuori fila». Taiuti cita Litoranea, Affinito Istruzioni per minuta servitù. Perché anche questo avviene ossia che squarci d’opere (Co’Stell’Azioni, Partitura, Pièce Noire, Mal d’Hamlè, Hotel de l’univers, Rasoi, Signurì, signurì… a cui s’aggiunge Autodafè, testo pubblicato postumo ne Le scritture del Grande Infante, Cronopio, 2025) prorompano per qualche minuto. Servono a dire – con la poesia che Moscato ha poi composto nella vita – del naufragio, della catastrofe, e che la fogna è il vizio che la città ha nel sangue, che il trafficabile è stato già trafficato, che le strade sono un immondezzaio e il mare pare un azzurro obitorio. O raccontano di cinema in cui dei film non resta che il suono, e di teatranti che, addosso gli abiti della festa, in programma non hanno che una recita al porto. Sono reduci di cui sapremo poco o niente, donne prive di nome, uomini dai calli alle mani; è la plebe che scende dai Quartieri come le palomme che volando nell’acqua per un attimo s’illudono di nuotare: per un po’ sta con la borghesia infatti, di cui condivide i balli o gli schizzi, ma basta un urlo, o il calare della sera, perché torni da dove è venuta: distesa, la vedi livida come un cadavere, la plebe, di nuovo tra le pietre dei vicoli.

Alla fine, centrale in proscenio, Musella, luci in sala appena accese si espone, come solo gli attori ambiguamente sanno esporsi: i piedi saldamente ancorati sul palco, lo sguardo proteso oltre il buio-burrone costituito dalle teste del pubblico. Alle spalle c’è tutto ciò che abbiamo visto e davanti che cosa? Parla quindi di rovine, di vuoto, dice che «tutto è precipitato» ma poi nomina la neve e dietro, subito dopo o in quell’istante, non so, cade la neve, che Moscato vide nel ’56 e nel ’63 e forse per altre tre o quattro volte e mai più, ma che non smise di attendere, illudendosi potesse tornare. E allora la poesia è questa neve, io penso, che all’impossibile risponde fioccando per finta. Un po’, un altro po’, un altro po’ ancora. Musella intanto siede sulle scale con gli altri dopo aver infilato un disco nello stereo. «E mò tutto è fernuto» canta Moscato. Eppure lui e noi lo sappiamo che la perdita, l’assenza e la morte, in teatro, non sono che i presupposti da cui tutto ricomincia.

Alessandro Toppi

Teatro Mercadante – Napoli, gennaio 2026

Altre date in calendario tournée

Milano 16-25 gennaio- Teatro Studio Melato

Non posso narrare la mia vita
da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato
drammaturgia e regia Roberto Andò
con Lino Musella, Tonino Taiuti, Flo, Lello Giulivo, Giuseppe Affinito
e Vincenzo Pasquariello, Ivano Battiston, Lello Pirone, Eleonora Limongi
voci e corpi della città Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella Cerino, Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria D’Antò, Ciro Giacco, Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche Pasquale Scialò
suono Hubert Westkemper
coreografie Luna Cenere
aiuto regia Luca Bargagna
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

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Alessandro Toppi
Alessandro Toppi
Alessandro Toppi è critico e giornalista napoletano. Scrive prima per il Pickwick, di cui è fondatore e direttore fino al 2022. Dal 2014 è redattore per Hystrio, dal 2019 scrive per le pagine napoletane de la Repubblica e dal 2020 è direttore de La Falena, rivista semestrale di cultura e teatro promossa dal MET di Prato. Negli anni suoi interventi, prefazioni, postfazioni e approfondimenti sono comparsi in varie pubblicazioni. Del 2024 la curatela condivisa con Maria Procino del volume Tavola tavola chiodo chiodo… Il teatro di Eduardo nello spettacolo di Lino Musella edito dalla redazione napoletana de la Repubblica.

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