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Riconoscete Taiwan! Riconoscete il Kosovo! La diplomazia teatrale di Rimini Protokoll

Recensione. Ceci n’est pas une ambassad è lo spettacolo di Rimini Protokoll, visto al Festival delle Colline Torinesi, che racconta Taiwan e riflette sul suo diritto ad essere uno stato autonomo. Cosa succederebbe se il teatro organizzasse la rappresentazione temporanea e nomade di questo territorio che, pur non potendo esistere ufficialmente come nazione, sarebbe comunque presente sul palco a ogni rappresentazione? Stefan Kaegi

Foto Claudia-Ndebele

Cosa significa vivere in uno Stato che pur rappresentando una delle principali economie tecnologiche del pianeta e una democrazia avanzata, non è riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei Paesi mondiali, dall’Onu e persino dall’OMS? Protagonista dello spettacolo Ceci n’est pas une ambassade dei Rimini Protokoll (visto al Festival delle Colline Torinesi) è Taiwan: l’isola asiatica, cuore della produzione mondiale di semiconduttori, vive come è noto, in bilico tra la condizione di auto-governo democratico e la contesa del territorio da parte della Repubblica popolare cinese. Taiwan punto focale della geopolitica globale rappresenta il caso più evidente e vistoso (ma non unico) di Stato non riconosciuto, pur vantando un’economia tra le più dinamiche in Asia e con un Pil tra i più alti al mondo. Lo spettacolo è costruito sull’utopia del fare del teatro un’assemblea popolare, un forum di discussione e insieme un territorio libero e aperto, un luogo dove si rappresentano conflitti e si immaginano soluzioni: il teatro – si interroga il regista Stefan Kaegi – riuscirà a svolgere un ruolo attivo nella diplomazia internazionale? Ceci n’est pas une ambassade è andato in scena a Torino nei giorni dell’incontro tra Trump e Xi Jinping per accordi commerciali sull’esportazione delle terre rare

Foto Claudia-Ndebele

Sul palco vengono mostrate le tre diverse posizioni della attuale diplomazia taiwanese incarnate da tre persone conosciute dal regista durante la residenza artistica a Taipei, posizioni tutte incapsulate nella cosiddetta “Questione di Taiwan” oltre il dispositivo “Una Cina due sistemi”. David Chienkuo Wu già impiegato presso il Ministero degli esteri come ambasciatore si sente profondamente cinese e spera in una riunificazione nel rispetto della democrazia di Taiwan; Debby Wang musicista che vive fuori dall’Isola, figlia di un imprenditore che produce Bubble Tea preferisce evitare di parlare pubblicamente di politica per proteggere la sua famiglia e i loro interessi economici; infine Chayo Kiu giovane attivista che lavora come diplomatica digitale che si batte per una risposta alternativa alla diplomazia istituzionale; entrambe le donne temono che un riavvicinamento con la Cina possa comportare una limitazione delle libertà civili. Capiamo subito che in scena non ci sono attori professionisti ma persone reali che, una volta usciti dal teatro possiamo seguire sui blog o sulle pagine social, vedere le loro attività, continuando quel dialogo cominciato con lo spettacolo. Dalle loro vicende personali, dalle loro visioni, passioni, progetti e speranze per il futuro navighiamo a ritroso lungo la storia di Taiwan che è anche una storia dei movimenti per l’indipendenza del Paese. Un cartello con scritto: “Io Dissento” (I disagree”) viene alzato o abbassato dagli attori a seconda delle proprie posizioni sugli eventi narrati: una soluzione forse un po’ troppo “light”, debole, rispetto a quel confronto politico e generazionale che ci saremmo aspettati.

Foto Claudia-Ndebele

Lo spettacolo si carica progressivamente di simboli: il nome cinese di Chienkuo Wu, che significa “costruire una nazione” e la vicenda del Bubble Tea assumono un valore emblematico. La bevanda a base di tè freddo con perle di tapioca inventata da una piccola catena di caffetterie di Taiwan negli anni Ottanta in scena è associata alla Milk Tea Alliance, movimento transnazionale online di solidarietà che unisce giovani attivisti di Taiwan, Hong Kong, Thailandia, India, Indonesia accomunati dalla lotta per la democrazia e dalla passione per il tè con il latte, in contrasto con il tradizionale tè cinese. Lo storico Jeffrey Wasserstrom ha descritto il movimento nato su Twitter e animato da personaggi dei videogame e dai meme, come una rete fluida non istituzionalizzata che sta dando forma a un vero e proprio stile asiatico di attivismo giovanile. 

Rimini Protokoll usano con grande efficacia la tecnica del live video: le telecamere in mano agli attori riprendono in macro, maquette e modellini in cartone che proiettati sul fondale, presentano oggetti, persone, mappe e geografie che sono il colorato contrappunto visivo al racconto della storia di Taiwan, dal 1949 a oggi. Lo spettacolo è una specie di Manuale di Storia, un sussidiario guidato da immagini d’archivio o generate sul momento e amplificate da azioni coreografate e canzoni. Il racconto inizia dalla guerra civile cinese nel 1949: da quel momento il governo nazionalista guidato da Chiang Kai-shek si rifugia a Taiwan, proclamandola sede della Repubblica di Cina (ROC). Inizia un regime autoritario con la proclamazione della legge marziale, che verrà mantenuta fino al 1987. Lo spettacolo prosegue col racconto del supporto militare ed economico dagli Stati Uniti, di cui Taipei diventa alleato strategico nella Guerra Fredda. Momento centrale è l’episodio del 1971 all’Onu quando Taiwan venne isolata diplomaticamente: la Repubblica Popolare Cinese da quel momento prenderà, infatti, il suo posto. Alle Olimpiadi gli atleti parteciperanno non più a nome di Taiwan ma di Formosa o Repubblica cinese di Taipei, con il divieto di usare la bandiera e l’inno ufficiale del proprio Paese. . 

Foto Claudia-Ndebele

La telecamera in modalità live è un modo per far rivivere qui e ora i momenti chiave del passato: si crea una “doppia scena” reale e virtuale, in cui l’immagine interagisce con l’attore, dialogando con lui e partecipando all’azione. Siamo immersi nei colori, nella cultura, nell’arte di Taiwan. Issando la bandiera del proprio Paese in scena e attaccando targhe alle porte di sicurezza, gli attori dichiarano che il Teatro Astra di Torino per tutta la durata dello spettacolo sarà sede dell’Ambasciata; c’è una cerimonia di inaugurazione e di insediamento e si timbrano passaporti.

L’apertura di un’Ambasciata per Taiwan è un evento eccezionale perché in tutto il mondo poche nazioni ne hanno riconosciuto l’indipendenza e di conseguenza, l’Isola asiatica ha solo uffici rappresentativi e relazioni diplomatiche con 12 Paesi della comunità internazionale. Non l’Italia ma Città del Vaticano, le Isole del Pacifico e il Belize; altri hanno rapporti non ufficiali o hanno interrotto i legami per continuare ad avere relazioni con la Cina. Taiwan -come spiegano gli attori– è peggio del Kosovo che ad oggi ha avuto almeno il riconoscimento di 104 dei 193 stati membri dell’ONU. Di questo parla Chayo Kiu giovane fondatrice della ONG Taiwan Digital Diplomacy Association che si occupa di aumentare la visibilità di Taiwan attraverso la diplomazia digitale e ha avviato la promozione proprio in Kosovo, creando progetti internazionali. 

Foto Claudia-Ndebele

Anche il Kosovo come Taiwan, vive nella condizione paradossale del mancato riconoscimento da parte dell’ONU per il veto di Serbia e Cina, pur essendo presente nel Paese proprio la missione delle Nazioni Unite chiamata UNMK; situazione a cui il drammaturgo politico di Prishtina Jeton Neziraj ha dedicato alcuni importanti testi teatrali. Nello spettacolo One Flew over Kosovo Theatre Neziraj rifletteva ironicamente sull’“euforia nazionale” che si diffuse nel Paese dopo la fine della guerra nel 1999, in attesa della proclamazione dell’indipendenza e del riconoscimento da parte dell’UE e delle NU. Nella finzione teatrale una compagnia sta provando Aspettando Godot che dovrebbe andare in scena per festeggiare l’indipendenza ma lo spettacolo evidentemente, non debutterà mai. È una parodia del fallimento della cosiddetta “shuttle diplomacy” (il tentativo diplomatico di risolvere controversie quando i leader dei Paesi si rifiutano di parlare direttamente). 

Nello spettacolo dei Rimini Protokoll si mostra il Movimento attivista dei Girasoli nato per contrastare un accordo commerciale con Pechino, evento-simbolo della resistenza giovanile. Gli studenti nel 2014 occuparono il Parlamento e dopo 23 giorni il movimento ottenne la sospensione dell’accordo e una maggiore attenzione verso la partecipazione democratica. Viene in mente che i movimenti di protesta a Taiwan nel 2014 si accesero nello stesso anno del Movimento degli Ombrelli gialli a Hong Kong in risposta alla decisione di Pechino di limitare il suffragio universale. Gli studenti e i cittadini occuparono le strade chiedendo più democrazia: gli ombrelli divennero simbolo di resistenza, usati contro i gas lacrimogeni e gli idranti della polizia. Entrambi i movimenti -di Taiwan e Hong Kong- usarono strategie non violente, occupazioni simboliche e mobilitazioni attraverso i social media, anche se su Hong Kong le proteste non portarono ad alcuna concessione politica anzi, la repressione fu durissima. Ai Weiwei artista attivista cinese noto per le sue opere provocatorie e per il suo impegno a favore dei diritti umani, della libertà di espressione e della democrazia, realizzò nel 2020 un documentario dal titolo Cockroach (“Scarafaggio”) che testimoniava la rivolta del 2019, continuazione più radicale del movimento del 2014. Il governo di Hong Kong propose, infatti, una legge sull’estradizione che avrebbe permesso di trasferire persone sospette verso la Cina continentale, azione che fu considerata uno strumento per perseguitare i dissidenti politici. Ai Weiwei, impossibilitato a tornare a Hong Kong, coordinò la produzione del film a distanza, raccogliendo materiale girato da attivisti, droni e giornalisti. Nel film appare anche l’attivista Joshua Wong oggi in carcere, simbolo dei giovani hongkonghesi che avevano scelto di sfidare il potere centrale cinese con mezzi pacifici.

E così, nello spettacolo, tra immagini di archivio che mostrano l’isolamento di Taiwan ufficializzato dal disconoscimento di quasi tutti i Paesi membri dell’ONU (Italia compresa) e le riprese delle rivolte, il pubblico è reso edotto della situazione vecchia e nuova del Paese tra Realismo e Liberalismo. A qualcuno viene chiesto di rispondere davanti alle telecamere in diretta come in un talk show televisivo, ad alcuni quesiti sul futuro di Taiwan come fossero membri del Parlamento italiano o capi di grandi aziende (da Giorgia Meloni a John Elkan).

Il pubblico diventa così, partecipe di una delicata missione politica; vengono poi distribuite al pubblico lanterne rosse luminose, simbolo di buon auspicio. 

Lo spettacolo dei Rimini Protokoll (che a Torino ha avuto un’accoglienza straordinaria) ha la capacità di unire tutti i simboli di Taiwan, compresi quelli delle proteste, della solidarietà e della speranza di cambiamento: non solo la bandiera e l’inno, ma anche le lanterne, i bicchieroni del bubble tea, i girasoli, il milk tea: stando a teatro partecipiamo anche noi del cammino del Paese verso la sovranità e condividiamo le azioni della nuova generazione che si mobilita non solo per l’indipendenza da Pechino ma anche per i diritti civili e per l’ambiente. Il teatro torna ad essere uno spazio di negoziazione simbolica, metafora di una società civile che rivendica i propri diritti e l’indipendenza, lavora per una trasformazione della società ma mantiene le radici nella memoria identitaria del proprio Paese. Insomma, una comunità che da un lato fissa i propri sogni dentro le lanterne liberandoli in aria, dall’altro tiene in mano girasoli e ombrelli gialli.

Anna Maria Monteverdi

concezione e regia

Stefan Kaegi (Rimini Protokoll)

con Chiayo Kuo, Debby Szu-Ya Wang, David Chienkuo Wu

drammaturgia e assistente alla regia Szu-Ni Wen

scenografia Dominic Huber

video Mikko Gaestel

musica Polina Lapkovskaja (Pollyester), Debby Szu-Ya Wang, Heiko Tubbesing

ricercatore Taïwan: Yinru Lo

riprese video Philip Lin

luci Pierre-Nicolas Moulin

assistente alla drammaturgia Caroline Barneaud

assistente alla regia Kim Crofts

assistente alla scenografia Matthieu Stephan

Produzione Théâtre Vidy-Lausanne, National Theater

& Concert Hall Taipei

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Anna Maria Monteverdi
Anna Maria Monteverdi
Esperta di Digital Performance, è Professoressa Associata all’Università Statale di Milano e docente di Storia del Teatro e Drammaturgia multimediale. È fondatrice e direttrice della rivista accademica di fascia A Connessioni remote dedicata a Arte, Teatro tecnologico e Artivismo. Ultimi volumi pubblicati: per la MIlano University Press due volumi su Giacomo Verde (2022 e 2023); per Dino Audino Scenografe.Storia della scenografia al femminile dalle avanguardie a oggi (2022) e Leggere uno spettacolo multimediale (2020); Memoria, maschera e macchina nel teatro di Robert Lepage (Meltemi, 2018). È stata curatrice della mostra Giacomo Verde. Liberare Arte da Artisti (Sp, Camec, 2022).

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