Questa recensione fa parte di Cordelia di dicembre 25

Trovare su una bancarella un ritratto in nero seppia, magari con una dedica in corsivo sul retro, affrancato ottanta o novant’anni fa, produce una precisa impressione: lo raccogliamo e lo rigiriamo tra le mani non tanto per la fattura dello scatto, per l’originalità del soggetto o per l’eloquenza della prosa, quanto per il paesaggio emotivo in cui, per un istante, ci trasporta l’ostentazione della posa, la sua rigidità, la ferrea volontà di restare. Umberto Orsini che, nelle vesti di se stesso, si prepara in un freddo camerino di provincia alla sua ultima replica de Il Temporale di Strindberg, ripercorrendo la propria vita, genera un simile sentimento di nostalgia immotivata. In parte, a impressionare, è la borsa nera nella Novara degli anni ’40; l’occhio di vetro del padre, invalido di guerra; i nomi delle pensioni che costellano Roma durante il boom economico; la tuta marrone della Silvio D’Amico. In parte, è la presenza fisica dell’attore novantunenne, la grana della sua voce, la dolente ricchezza delle sue espressioni rivolte ora a noi, ora agli interpreti con cui divide la scena (Flavio Francucci e Diamara Ferrero), ora alle figure che mano a mano evoca dal passato. In parte, è la monumentalità dell’operazione nel suo egocentrismo, questo prodursi da sé per parlare, tra sé, di sé, pure in modo vagamente autoironico («Di questi tempi si recitano solo memoir»), e nella sua magniloquenza: il trenino che attraversa la scena ed evoca il trasferimento a Roma; il pallone di cuoio che rimanda alle partite in oratorio; i filmati d’epoca, le foto, gli spezzoni di film proiettati sui muri del camerino, tutto emana l’angoscia di significare qualcosa e, contemporaneamente, la consapevolezza della propria vanità. È una consapevolezza arrendevole, non perturbante: solo una volta, quando Orson Welles dal treno di Around the World with Orson Welles augura buona fortuna al protagonista, si prova una divertita inquietudine, un salto nella corrispondenza tra immagine e referente. Il resto è il kitsch de L’amica di Nonna Speranza, con Umberto Orsini nella parte del Gozzano sopravvissuto, e noi che rinasciamo del millenovecentocinquanta. (Matteo Valentini)
Visto al Piccolo Teatro di Milano da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio, con Umberto Orsini e con Flavio Francucci e Diamara Ferrero. Regia Massimo Popolizio, scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, costumi Gianluca Sbicca, video Lorenzo Letizia, luci Carlo Pediani, suono Alessandro Saviozzi, assistente alla regia Mario Scandale, produzione Compagnia Orsini










