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Molestie sessuali a teatro. Parma dopo la sentenza

Ripercorriamo le vicende e i passaggi legati ai casi di molestie sessuali nell’ambiente teatrale parmense a partire dall’emanazione della storica sentenza, tra incontri, articoli.

Foto Casa delle Donne di Parma

Sabato 6 dicembre si è tenuto, negli spazi della Casa delle Donne di Parma, l’incontro “Rompiamo il silenzio” dedicato alle vicende che stanno scuotendo la città in seguito alla sentenza n. 474/2025 del Tribunale del lavoro di Parma. A dire il vero, la sentenza è datata 20 settembre, ma la Gazzetta di Parma ne dà notizia solo il 24 novembre, giorno in cui si svolge una prima conferenza stampa a Roma, in via del Plebiscito, con l’organizzazione di Amleta e Differenza donna, che hanno accompagnato le vittime delle violenze nel percorso processuale. 

«Il Tribunale del Lavoro di Parma – così racconta la Gazzetta – ha condannato un regista e il teatro dove lavorava (sito in viale Basetti n.12/A a Parma, come è riportato nella sentenza n.46 del 02/02/2025 della Corte d’Appello del Tribunale di Bologna, sezione Lavoro) a pagare risarcimenti di 25 mila e di 85 mila euro nei confronti di due attrici che hanno subito dall’uomo una molestie sessuali e l’altra violenza sessuale, mentre partecipavano ad un corso “di alta formazione” di teatro». 

Il caso è ormai noto a buona parte del settore e della città, soprattutto grazie al tamtam che è scaturito sui social network in seguito alla condivisione delle sentenze e degli articoli, in primis da parte delle associazioni coinvolte, dalla Casa delle Donne di Parma, dalla CGIL e poi da decine di profili personali, che hanno rilanciato la notizia chiedendo che non passasse sotto silenzio. 

Una sentenza dura da leggere, un caso che non fu un caso bensì l’apice di una «lunga catena di aggressioni e violenze […] dal primo caso di cui siamo a conoscenza avvenuto nel lontano 1998 e che ha coinvolto decine se non addirittura centinaia di attrici» (citando Cinzia Spanò, Presidente di Amleta). La sentenza è storica non soltanto perché ha spalancato un contesto di violenza e abuso indisturbato per oltre vent’anni, ma soprattutto perché estende la responsabilità e la richiesta di risarcimento al teatro, ente organizzatore del corso, poiché esso era consapevole, o avrebbe dovuto esserlo, e non adottò le misure preventive e di controllo sufficienti per impedire molestie e comportamenti vessatori. Questa sentenza, inoltre, introduce la categoria – mai applicata prima in Italia – del risarcimento psicologico del danno. 

Per gentile concessione di Fogliazza

Una sentenza che chiede d’esser letta, poiché non si rischi di interpretarla come “uno – seppur l’ennesimo – tra i casi di violenza”. Appaiono chiari i continui approcci predatori, le minacce (“non lavorerai mai più”), i silenzi imbarazzati e i sguardi bassi in quello che non è soltanto un raccapricciante caso di abuso e violenza, bensì un vero e proprio sistema di potere che affonda le radici nel nucleo archetipico della relazione maestro/allieva e si fortifica nella relazione regista/attrice, inserendosi in un solco fin troppo profondo della cultura della regia teatrale (si veda il caso Jan Fabre). Una cultura che attribuisce al regista la facoltà di costringere i propri attori a qualsivoglia azione, al di là di ogni nozione di consenso, di congruità, di senso artistico e di limite. Una dimensione che, denunciano le attrici, a chi fa questo mestiere viene propinata dall’inizio, viene normalizzata, come se facesse parte del mestiere accettare compromissioni della propria intimità e dello stare a proprio agio nei contesti di provini, prove, recite. 

Il reiterarsi degli abusi nel tempo sembra, inoltre, confermato dalle decine di testimonianze che numerose attrici e professioniste del settore teatrale (così come colleghi uomini, anch’essi testimoni) hanno raccontato sui propri profili social sulla scia della sentenza, tracciando i contorni di una ricorrenza procedurale nel comportamento dell’innominabile regista. 

La conferenza stampa del 6 dicembre arriva, appunto, in risposta al silenzio tombale delle istituzioni cittadine e dell’ente chiamato in causa, in una fase in cui, nonostante la sentenza giuslavorista imponga di non rivelare i nomi del teatro e del regista, la cittadinanza ribolle e i nomi escono, ora con allusioni, ora esplicitamente, sui social. Fatto sta che a Parma la vicenda era già in parte di pubblico dominio, anche perché già a luglio 2024 diversi articoli riportavano un’altra sentenza, sempre del Tribunale del Lavoro di Parma, che riconosceva come discriminazioni le violenze e gli abusi avvenuti in un teatro della città, così come già era segnalata la responsabilità dell’ente. Allo stesso modo sembra, via via che le testimonianze si sommano a quelle raccolte dal tribunale, che il settore e la città fossero in larga parte a conoscenza, da decenni, della condotta del regista durante corsi di formazione e regie. 

Foto Casa delle Donne di Parma

L’incontro della scorsa settimana, durato più di tre ore, ha visto un’importante partecipazione della cittadinanza, con un centinaio di persone accalcate nella piccola sala e di fronte all’ingresso di via Melloni 1, dove è stato posizionato un amplificatore per permettere anche a chi non era riuscito a entrare di seguire, così come per attirare l’attenzione dei numerosi passanti che animano le vie del centro città il sabato mattina. Tra il pubblico, i rappresentanti di alcuni enti teatrali e culturali, di Potere al Popolo, del Consiglio Comunale, dell’Università di Parma; giornalisti, attuali allievi e tutor del corso di formazione del Teatro Due, spettatori. Nel corso della mattinata si sono succeduti gli interventi di Cinzia Spanò (Amleta), Chiara Colasurdo e Maria Teresa Manente (Differenza Donna), Federica Ombrato e Veronica Stecchetti (le due attrici principali testimoni del processo e destinatarie del risarcimento) che hanno ripercorso la vicenda giudiziaria e ribadito le posizioni già espresse in un comunicato stampa da La Casa delle Donne. 

Non sono mancati momenti di tensione, come nel caso in cui è stata notata la presenza di un addetto alla comunicazione del Teatro Due e il fatto che stesse probabilmente trasmettendo immagini e registrazioni in tempo reale al teatro. Neanche un’ora dopo giunge, pubblicato dalla Fondazione Teatro Due sul proprio sito (ma non, e tutt’ora non è stato diffuso, sui propri social), un comunicato stampa in cui il CdA della Fondazione afferma che “il regista ha agito di nascosto, fuori dai luoghi del teatro e la prima denuncia in Procura è stata quella della Fondazione” e in cui si conferma “piena fiducia a lavoratrici, lavoratori e direzione”.

Nel comunicato, che viene letto in tempo reale – anche perché sembra essere una chiara risposta all’assemblea temporaneamente riunita in via Melloni, e molti sostengono che non sarebbe stato pubblicato altrimenti – il CdA respinge le accuse di connivenza. Ribadisce come la “lotta alle discriminazioni e alla violenza di genere” sia “centrale per la Fondazione fin dalla sua creazione” e si rammarica di come “sia stata trasformata in un attacco politico e mediatico”.

Questa frase si riferisce alla richiesta, ribadita durante l’incontro e già divulgata alcuni giorni prima tramite suddetto comunicato dalla Casa delle Donne, di dimissioni della direzione artistica del teatro, nella persona di Paola Donati. 

Per gentile concessione di Fogliazza

Sempre nel comunicato si legge: «La Fondazione ha ricevuto, il 14 luglio 2021, una pec dai legali dello studio “Lavoro Vivo” ed indirizzata anche a molte Autorità pubbliche e alla Consigliera regionale di parità, in cui veniva riferito che l’associazione era in possesso di testimonianze concernenti certe condotte del regista e si richiedeva un “intervento urgentissimo”. Nonostante la comunicazione non menzionasse alcuna attrice o corsista, rendendo così impossibile ogni approfondimento di sorta, la Fondazione si è immediatamente attivata, rivolgendosi, il 16 luglio 2021, prima di altri, alla Procura della Repubblica ed interrompendo, altrettanto immediatamente, qualsiasi rapporto col regista». Anche questo passaggio viene smentito, durante l’incontro, dagli allievi del corso di formazione, che sostengono che i rapporti con il regista non siano stati interrotti nel 2021; così come le avvocate confermano di essere state loro le prime a denunciare il regista e di essere state costrette a far pervenire la suddetta diffida al CdA della Fondazione proprio poiché la denuncia non aveva generato alcuna azione o presa di posizione e a quel punto risultava di primaria importanza impedire che altre allieve e attrici potessero essere vittime della condotta del regista, che all’epoca insegnava regolarmente al corso di formazione. 

Il CdA sostiene, inoltre, di “non  essere mai stato reso edotto di alcuna criticità” (circostanza che viene smentita dalle testimonianze riportate dalla sentenza, così come dalla corrispondenza letta durante l’incontro da una delle vittime); che si trattava di “condotte avvenute in contesti esterni ed estranei al teatro” (vero, sembra, per quanto riguarda gli atti di effettiva violenza sessuale, mentre per quanto riguarda molestie e abusi fisici e verbali anche questo punto è smentito dalla sentenza ). 

Continua dicendo che “il Teatro possiede un sistema di tutela delle lavoratrici e dei lavoratori nei luoghi di lavoro tra i più efficaci e completi del settore”. Non è certo questo il luogo più adatto al sarcasmo, vale, tuttavia, la pena chiedersi quali atrocità sia necessario aspettarsi presso gli altri luoghi del settore, se in quello in cui sono avvenute per vent’anni le vicende narrate dalla sentenza vigeva uno dei piani di tutela più efficaci e completi. 

Il comunicato stampa si conclude dicendo che la Fondazione appellerà la sentenza e conferma piena fiducia ai lavoratori e alla Direzione. Non segue alcuna scusa, alcuna parola di vicinanza nei confronti delle vittime. 

L’assemblea temporanea riunita in via Melloni reagisce malamente. Sono i toni, il parlare di strumentalizzazione mediatica e politica, l’assenza di un’assunzione di responsabilità a suscitare forte indignazione, così come il fatto che il CdA risponda con un comunicato invece che, piuttosto, prendere parte all’incontro ed esprimersi di persona, sottoponendosi al confronto richiesto dalla città. 

Gli interventi si susseguono: dagli abituali spettatori del teatro viene chiesta la possibilità di fare i nomi, così come viene sollevato l’interrogativo se sia o meno il caso di avviare forme di boicottaggio o di presidio, perché tutti gli avventori del teatro possano essere messi al corrente e per obbligare i vertici della Fondazione, a parole e azioni più convincenti, se non, appunto, alle dimissioni. I lavoratori più giovani e gli allievi del teatro parlano di un clima di pesante silenzio che rende impossibile discutere la questione tra le mura del teatro con le posizioni dirigenziali così come con i lavoratori più longevi, e chiedono che, piuttosto che azioni di sabotaggio, si possano prevedere azioni di sensibilizzazione durante gli stessi eventi organizzati del teatro, o comunque nei suoi spazi. Lavoratori che, probabilmente, la Fondazione Teatro Due avrebbe responsabilità di tutelare, in questa fase. I partecipanti concordano, appunto, sul fatto che un sabotaggio organizzato arrecherebbe maggior danno alle compagnie contrattualizzate dal teatro, agli artisti e lavoratori piuttosto che ai vertici dirigenziali. 

Un sabotaggio de facto in ogni caso sta avvenendo: deriva dalla dichiarata impossibilità, da parte di numerosi spettatori e rappresentanti del mondo culturale parmense, di recarsi in un’istituzione i cui vertici sono ritenuti responsabili di non aver fatto né sufficientemente chiarezza, né di essere pienamente consapevoli della gravità delle accuse a cui dovrebbero rispondere; ed è dimostrato da alcuni pesanti commenti che sono comparsi sui recenti post promozionali del teatro (“Si sanno già le date di ‘Io padrone. Tu schiava. Voi zitti’?”, “Quando mettete in scena ‘mani nelle mutande’?”, “Quando chiederete scusa torneremo a teatro”). Passeggiando il Sabato sera per viale Basetti, infatti, l’affluenza al teatro è molto diversa da quella che ci si aspetterebbe per un evento come la prima parmense de Il grande vuoto, candidato Premio Ubu miglior spettacolo 2024. Così come non ci si aspetterebbe di trovare ancora biglietti disponibili per il primo settore della Sala Grande a poche ore dalla replica, tramite il sito di prevendita online. Del resto la stessa regista, Fabiana Iacozzilli, ha preso parola sul proprio profilo Facebook dicendo che lo spettacolo si sarebbe svolto “nel rispetto degli accordi presi precedentemente alla sentenza”, ma dichiarando il dispiacere che un’istituzione che non è stata in grado di vigilare “non riesca a fare un’autocritica e farla fino in fondo”. 

Oltre la sentenza, si apre una serie molto lunga e complessa di tematiche che richiederà numerosi articoli, riflessioni, confronti per trovare una direzione. Alcuni punti rimangono salienti, e sono quelli su cui la cittadinanza, incontrandosi, si interroga e tenta di prendere una posizione il più possibile unanime, contemporaneamente facendo sì che le proprie affermazioni non vengano strumentalizzate da parti politiche (è il caso dei rappresentanti locali di FdI, a cui la Casa delle Donne ha pubblicamente intimato di non associarsi alle dichiarazioni) e trovando una quadra tra meccanismi relazionali, politici e di potere che caratterizzano l’infrastruttura culturale della città. 

Una città, ricordiamolo, che ancora deve fare i conti con lo spaventoso buco di bilancio che portò il Teatro Regio alla ribalta delle cronache nel 2019; così come con il caso eccellente Solares delle Arti / Teatro delle Briciole, sopito dal Covid, dal tempo e dal disturbo dell’attenzione che caratterizza l’opinione pubblica e che ha lasciato la città orfana di un centro dedicato alla sperimentazione e ricerca per le nuove generazioni, spingendo lo stesso Teatro Due a proporre una più corposa stagione per famiglie e scuole.  

Una città che ora deve fare i conti con uno scandalo di proporzioni nazionali (il me too italiano, come viene definito) che ne scuote il luogo teatrale forse più rappresentativo, erede di una tradizione che continua dagli anni ’70 e che l’ha reso un’istituzione. Un teatro che vive di finanziamento pubblico, per giunta, e a cui adesso si chiede di rispondere con azioni concrete, visibili, inequivocabili. Per molti, le dimissioni sarebbero forse l’unica delle soluzioni rimaste, specie considerando l’occasione sprecata del comunicato del CdA e dell’intervista rilasciata alla Gazzetta di Parma dalla direttrice. Occasioni in cui delle scuse, un’ammissione di responsabilità, una dichiarazione di vicinanza sarebbero state sufficienti, a detta di molti legati al teatro dalla pluriennale frequentazione. 

Per gentile concessione di Fogliazza

Si discute nel merito della questione: forse quella della direzione sarebbe “una testa” sufficiente per mettere a tacere l’opinione pubblica in questa fase; ma il CdA e la direzione stessa confermano la non volontà di un passo indietro, e, soprattutto, sarebbe sufficiente un cambio della direzione artistica senza modificare la composizione del CdA, specie considerando che il regista condannato ne fu per molti anni membro e presidente? L’opposizione locale, per voce di Priamo Bocchi, parla infatti di “azzeramento del CdA”, ovviamente e – secondo la Casa delle Donne – indebitamente facendo propria una battaglia che mira a colpire le relazioni evidenti tra il CdA stesso e il principale partito cittadino. Del resto, sostengono in molti, è bene che la direttrice del teatro non divenga il capro espiatorio della vicenda, magari in un meccanismo che replica il vizio e che responsabilizza l’unica donna coinvolta, mentre si guarda bene dal mettere in discussione altre figure maschili limitrofe e, verosimilmente, altrettanto coinvolte; l’assemblea chiede, quindi, che il nome del regista venga dichiarato, che la sua condanna e il suo ruolo di primo responsabile non passino in secondo piano, così come che si faccia chiarezza sul ruolo dell’intero CdA nella vicenda. 

Ci si chiede se sia eticamente giusto, al di là delle normative, che ci siano governance di teatri sorretti da fondi pubblici senza ombra di ricambio generazionale e con ruoli cristallizzati per trent’anni, un contesto in cui sembra più facile possano consolidarsi malsane relazioni di potere e situazioni di omertà. 

 Il punto in assoluto più dolente è che, secondo la sentenza, la direzione e i vertici del teatro non potevano non sapere quello che stava accadendo; anche ammettendo che non sia così, ovvero che effettivamente CdA e Direzione siano rimasti ignari della situazione per tutto questo tempo, è accettabile che potessero realmente non essere al corrente di ciò che stava avvenendo tra le mura del teatro? La governance dovrebbe avere, infatti, la responsabilità di vigilare su ciò che accade all’interno del proprio ente e che riguarda i propri dipendenti; è accettabile per un luogo di cultura, per giunta sovvenzionato da fondi pubblici e tenuto a norme rigide di trasparenza e controllo interno, che questa direzione possa non aver avuto alcun sentore di quello che è accaduto in maniera reiterata e ripetuta per vent’anni? Anche perché, al di là delle violenze e degli abusi in ambito sessuale, la sentenza riporta procedure scorrette, come il fatto che il regista si presentasse molto spesso con diverse ore di ritardo rispetto all’inizio del corso, costringendo quindi alcune allieve a rimanere in teatro ben oltre l’orario di conclusione delle lezioni; oppure il fatto che allieve e allievi venissero insultati apertamente e con violenza durante i provini, di fronte a numerosi testimoni. 

Ha seguito l’incontro del 6 dicembre un ulteriore appuntamento, sempre presso la Casa delle Donne, con un invito più propriamente indirizzato alle realtà culturali e teatrali della città, chiamate a prendere posizione e a condividere un pensiero comune, in cui si ribadisce la necessità di tenere alta l’attenzione su questa vicenda, chiedendo che si esprima chi ancora non si è pronunciato, nel tentativo di scongiurare che essa rappresenti l’ennesimo caso di cronaca o di indignazione sui social, salvo poi sparire dai radar nell’attesa che il tempo curi l’indignazione. Così come si ribadisce la necessità di un confronto diretto con il teatro in questione e con i suoi rappresentanti: un confronto che si apre e che richiede presenza, vicinanza alle vittime. E una garanzia convincente che l’orrore avvenuto non possa accadere mai più. 

Angela Forti

 

 

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Angela Forti
Angela Forti
Angela Forti, di La Spezia, 1998. Nel 2021 si laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo presso La Sapienza Università di Roma, con un percorso di studi incentrato sulle arti performative contemporanee. Frequenta il master in Innovation and Organization of Culture and the Arts all’università di Bologna. Nel 2019 consegue il diploma Animateria, corso di formazione per operatore esperto nelle tecniche e nei linguaggi del teatro di figura. Studia pianoforte e teoria musicale, prima al Conservatorio G. Puccini di La Spezia, poi al Santa Cecilia di Roma. Inizia a occuparsi di critica musicale per il Conservatorio Puccini, con il Maestro Giovanni Tasso; all'università inizia il percorso nella critica teatrale con i laboratori tenuti da Sergio Lo Gatto e Simone Nebbia e scrivendo, poi, per le riviste Paneacquaculture, Le Nottole di Minerva, Animatazine, La Falena. Scrive per Teatro e Critica da luglio 2019. Fa parte della compagnia Hombre Collettivo, che si occupa di teatro visuale e teatro d’oggetti/di figura (Casa Nostra 2021, Alle Armi 2023).

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