Questa recensione fa parte di Cordelia di dicembre 25

Più che su Moana Pozzi, Moana Porno-Revolution è uno spettacolo a partire da Moana Pozzi. In scena, Irene Serini, che 17 anni fa lo scrisse con Marcela Serli, non racconta la vita della pornoattrice, non la spiega, né la mima, piuttosto la inserisce all’interno di una cornice, un convegno sulla pornografia interrotto da una stramba manifestante femminista che, ostacolata in vari modi, tiene un discorso obbedendo a un’autodichiarata «fissa storico-erotica» per Moana. Potrebbe essere un esempio di teatro di narrazione camuffato e invece no, perché l’improvvisato comizio è infestato da volti, pose, accenti che scombinano la linea del racconto e, oltre alla biografia di Moana (l’adolescenza nella campagna piemontese, gli spettacoli al teatro delle Muse di Roma, la pornografia e, a 33 anni, la morte), ne illuminano come lampi gli ambienti che ha attraversato. L’estro di Serini si esalta nel tener dietro alla furiosa giustapposizione di questi quadri, suddivisi da netti cambi luce, da cui emergono gli adoratori di Moana, i suoi critici, i suoi amanti, l’ambiente domestico e quello professionale: l’Italia degli anni ’80 che aveva bisogno di lei e che, allo stesso tempo, la processava. Un paese adolescente, curioso ma immaturo, e quindi bigotto, descritto con giocosità violenta, senza traccia di moralismo progressista. L’unico commento, pur indiretto, è quello di Moana, che aleggia sulla scena attraverso le proiezioni delle sue frasi sornione («L’osceno è il sublime», «Vorrei essere eterna, vorrei non finire mai»), spazzate via sul finale dalla sua voce strascicata diffusa nella sala e dall’evocazione di Serini attraverso una parrucca bionda a un vestito scuro. È un esplicito travestimento, sì, ma sul palcoscenico è un’incarnazione e sarebbe sublime se tutto finisse così, con questa figura eterea, ma fisica, ancheggiante nella nebbia. Invece, una fotografia di Moana che corre nuda su una spiaggia al crepuscolo conquista lo sfondo sulle note di Scandalo di Gianna Nannini, riportandoci sulla terra, alla quale – capisco malvolentieri – forse appartiene questa storia. (Matteo Valentini)
Visto al Teatro Fontana. Di e con Irene Serini, drammaturgia e regia di Marcela Serli, prodotto da Z.I.A. – Zona Indipendente Artistica.










