Una finestra nazionale e internazionale sul teatro per le nuove generazioni: questo è stato REF Kids, pe l’edizione 2025 di Romaeuropa Festival negli spazi del Mattatoio.

Si può raccontare una storia con le dita delle mani? Accumulare tutta l’attenzione su gesti piccoli, una sequenza di azioni minute che possa farsi carico di storie più grandi? È la sfida che molto spesso raccoglie chi fa teatro per le nuove generazioni, scegliendo di raccontare qualcosa di enorme, esteso, oppure profondo, attraverso però l’utilizzo di strumenti al contrario contenuti, che stanno in uno spazio ridotto, oppure, appunto, sulle dita delle mani. È questo l’incantevole proposito che deve aver guidato l’artista catalano Guillem Albà, autore di Ma solitud che Romaeuropa Festival 2025 ha portato sul palco del Mattatoio per i weekend dedicati al pubblico più giovane, ormai un vero e proprio festival nel festival: REF Kids, che non soltanto offre spettacoli ma cura la dimensione totale attorno ad essi, costruendo giochi ed esperienze artigianali nel Playground posto fuori dalle sale teatrali.

Il magnifico lavoro di Albà, abilissimo nel concepire una drammaturgia pressoché muta e accompagnata dalla musica che si fa veicolo emozionale e sostituisce le parole, ché sarebbero state superflue, è un racconto di situazioni percepibili lasciandosi completamente avvolgere dalla sua capacità mimetica: con espressioni indirizzate e un uso sapiente dei finger puppets e della marionetta, Albà fa vivere nella scatola nera una tensione emozionale diffusa che solo il carattere poetico della storia sa sciogliere in una più docile meraviglia. Già, perché non rinuncia anche all’azione violenta, compiuta da e verso la marionetta, non per forza buona o cattiva ma in tutto aderente a quella duplicità umana che già nell’infanzia può farsi chiara; eppure quella violenza si stempera in una ironia sottile, delicata, che mai abbandona il palco, affinché tutti i dettagli, anche quelli macabri come una mano tagliata e poi riapparsa, le deformità degli arti, siano vissuti con la stessa leggerezza.

Ancora dalla Spagna, con la produzione del Teatro Español e il sostegno dell’Institut Català de les Empreses Culturals de la Generalitat de Catalunya, arriva la compagnia La petita malumaluga, qui con un lavoro tra teatro, circo e musica in scena, Marceline, dedicato alla storia di Marceline Orbés, pioniere del clown moderno e maestro di Charlie Chaplin. Sia per i contenuti in scena che per l’impianto produttivo, questo si preannunciava come uno spettacolo di grande richiamo, tuttavia la delusione dell’attesa è stata piuttosto forte e ha generato molti dubbi. Si racconta la storia di un clown ma di clownerie ce n’è ben poca (soltanto un numero un po’ classico con la luce a dito), ma soprattutto la storia rimane piatta e cerca di evocare un sogno, ma lo racconta soltanto invece di farlo vivere a questo pubblico; la narrazione non riesce a sviluppare la meraviglia di cui si parla, le occorrenze pressoché tutte biografiche sono sghembe, mancano di una coerenza drammaturgica e la storia finisce per essere confusa e poco interessante. È questa l’idea di spettacolo ad alto budget? Molte le perplessità…

La proposta che arriva dall’Italia, desunta dalla nostra partecipazione, è uno strano cortocircuito produttivo nord-sud: Jack, il ragazzino che sorvolò l’oceano (una storia tra cielo e mare) della Compagnia La luna Nel Letto e l’Odissea Sonora di Campsirago Residenza. Il lavoro firmato da Michelangelo Campanale per la compagnia pugliese vive su un palco largo e tratta il tema dell’emigrazione verso gli Stati Uniti d’America; ci sono due tavoli: uno è l’Europa, il punto di partenza, il piccolo paese dove vive il piccolo Jack, l’altro rappresenta l’America appunto, punto d’arrivo di un viaggio ancora tutto da compiere. Jack è un ragazzino capace e ingegnoso, il suo desiderio di raggiungere questa meta ambita travalica le sue possibilità, al punto di ideare un velivolo in grado di compiere il viaggio, tra cielo e mare. La narrazione è affidata a una assistente di volo, Maria Pascale, e ad un capitano, pilota d’aereo, lo stesso Campanale che armeggia con una videocamera attorno ai tavoli, proiettando sullo schermo alle spalle le miniature dei personaggi, degli edifici, delle ambientazioni dipinte sul tappeto che fa da mappa dei luoghi cardinali, esplicitando una sorta di esteso presepe che possa creare un contesto alla storia. Jack riuscirà nella sua impresa, lo sappiamo fin dall’inizio, e grazie a lui il giovane pubblico impara ad affrontare la paura delle sfide, ad avere coraggio e non abbandonare i propri sogni, anche quando sembrano irraggiungibili. C’è sul piano tecnico una grande cura dell’oggetto, dell’uso che il teatro ne può fare per veicolare emozioni, qualche dubbio emerge invece sul piano sia espressivo – i vuoti di ritmo non sembrano sempre sostenuti in modo convincente – che sostanziale: quale postura avere di fronte a questa idea un po’ stereotipata della migrazione? Può la vicenda di Jack uscire da questo eurocentrismo e definirsi in una dimensione universale?

La proposta di Campsirago Residenza, ideata da Michele Losi, è invece un percorso dedicato ovviamente all’Odissea omerica, immaginata come un Racconto poetico per piccoli navigatori. Non è uno spettacolo da palco ma un’installazione itinerante in più stanze, o meglio, stazioni del viaggio per mare: siamo tutti compagni di Ulisse, ci sediamo a terra guidati da una narratrice (Anna Fascendini o Liliana Benini) di fronte alle magnifiche strutture – sculture magnifiche di Anna Turina, capace di edificare, con pochi elementi e materiali leggeri, oggetti di forte impatto – che rappresentano la successione cronologica del percorso omerico di ritorno a Itaca; tuttavia in ognuna la dimensione sensibile addensa emozioni (la sorpresa, la paura, ma anche la speranza o il sollievo) in modo delicato, fa fare esperienza diretta, toccare con mano, sfrutta dunque quella dimensione artigianale che permette al pubblico tutto di entrare completamente in relazione con il racconto, parteciparvi e non riceverlo soltanto, come accade in tutte le storie: se dentro ci sono anch’io, la storia è più bella.
Simone Nebbia
Visto a Romaeuropa Festival – Novembre 2025










