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La danza per prima. Lettera a Mauro Bigonzetti per il suo nuovo Schiaccianoci

In occasione del felice debutto del nuovo lavoro di Mauro Bigonzetti per la MM Dance Company al LAC di Lugano, con l’Orchestra della Svizzera Italiana nel titolo natalizio per eccellenza, la recensione si è scritta da sé in forma di lettera: come una sorta di dono, e di congedo.

Foto Luca Del Pia

Caro Mauro lo sapevo che pur con tutta l’orchestra in buca avresti iniziato con i corpi: la danza per prima. È sempre stato il tuo mantra. Sei uno dei coreografi che ho seguito di più, fin dall’inizio, eri ancora ballerino per Amedeo Amodio in un Aterballetto stellare, unica compagnia che passava in stagione nella mia città (tu in coppia con Elisabetta Terabust, meglio esserci). Anche poi quando gli interessi sono progrediti e nuove curiosità esplose, con fedeltà militante e amicale ho continuato a seguire la tua incredibile carriera. Le mille creazioni per Aterballetto, New York City Ballet, Alvin Ailey Dance Theater Company, Gautier Dance Company e quindi per il più vero Centro Coreografico Nazionale per me oggi, la divertita compagine di Michele Merola. A New York ti ho fatto aspettare per più di due ore (avevamo una cena con amici di ABT, sulla 54a) perché credevo di doverti accogliere in Columbus Circle all’uscita della metro più nuova, tra la 58a e la Broadway, ma tu stavi nell’ipogeo di quella più storica, tra la 59a e la Eight Avenue. Quella dei veri newyorkesi, fu il tuo monito. Anche qui due diverse cronologie della città ci mettevano insieme: tu sei restato, convinto che il tempo avrebbe sciolto l’equivoco, e fu poi infatti serata memorabile. Anch’io sono restato, quando eri direttore del Corpo di Ballo in Scala e ho assistito, mentre cercavi di svecchiare e innovare, all’astio e al livore di tanta critica (milanese e torinese) che non ti voleva perché non hai mai fatto omaggi, né riverito o ossequiato, a chi per istinto sentivi l’ipocrisia e, ne sono certo, una certa avarizia affettiva. Ma che prodigio (e privilegio) assistere in studio alle creazioni scaligere con Bolle e Zakharova e Polina Semionova, e imparare che i passi sono una continua e divertita e negoziata invenzione condivisa: e che nulla preesiste prima dei corpi che si consegnano all’altro, che poi solo i maître sapranno nominare.

Foto Luca Del Pia

Questo tuo nuovo Schiaccianoci che ho visto al LAC di Lugano per la magnifica MM Dance Company è per me davvero una gran cosa: la partitura integrale, l’esecuzione musicale perfetta e spedita, una narrazione anche inedita senza quasi transizioni, i tuoi assieme vigorosi (e rumorosi), la gestica tutta flessa e articolare, le continue invenzioni visive da galleria barocca, l’eros sempre libero mai sotto ricatto, e le danze della seconda parte ricolme di idee, e poi almeno un assolo indimenticabile, la cura che hai avuto per quest* interpreti che lascia trasparire tutto il divertimento generato. La composizione è (anche) un gioco: questo di (de)scrivere è il mio. Il sipario si apre su un nascosto anfratto circondato da alte grate: qui una figura intabarrata sta cucendo e stirando (sembra un ferro a carbone, vecchia scuola) il costume di un burattino (che tanto già assomiglia a quel gran figo del Principe in cui appunto si trasformerà lo schiaccianoci donato). Nel sorprendente silenzio, appena il ferro viene con forza posato sul tavolo, il direttore (l’ottimo, bravissimo Philippe Béran) attacca con la Miniature Overture. Ora la scena è una cucina di palazzo nella quale provetti cuochi stremati se la dormono prima di essere risvegliati e via a girare mestoli e saltar padelle, tra un assaggio e l’altro. Poi si prepara la sala della festa e qui lo spazio letteralmente esplode in una rassegna di saloni e vetrate nelle proiezioni disegnate da Carlo Cerri (un Drosselmeier dell’illuminovideotecnica): coi tavoli si sposta anche il nostro punto di vista perché nulla è fermo, qui tutto vive.

Foto Luca Del Pia

Nel clamore lunare, appare un fascinoso, castigato e castigante Drosselmeier (è Fabiana Lonardo, irresistibile) che governa l’attenzione e i movimenti per preparare il dono di un burattino/schiaccianoci dalle fattezze adoniche alla bella-bellissima Clara (nel prodigio di Giorgia Raffetto), ma che subito il rognoso fratellino Fritz (l’imprendibile e onnipresente Giuseppe Villarosa) imbratterà di farina per dispetto. Tra mille magie, Drosselmeier restituirà intatto l’adonico schiaccianoci a Clara (e intanto è partito un folto ensemble che doppia in scena col rumore dei passi la carica in partitura dello schiaccianoci: ergo l’amore come dono è di tutt*). Al termine della festa cade esausta nel suo letto: la scena onirica è ora invasa da un manipolo di roditori, sbevazzanti, capitanata dal Re dei Topi (il muscolare platinato Andrea Palmieri) ma non hanno la meglio coi cuochi e le maestranze che li mettono in fuga (sarà la forza del proletariato…). Come premio della vittoria (la salvaguardia del sogno), Drosselmeier trasforma il burattino in un Principe in carne e ossa (il bravissimo e carismatico Nicola Stasi) per dar vita a uno strepitoso passo a due d’amore pieno di rotolate e allacciamenti. Poi un ensemble tutto in bianco inaugura la nevicata proverbiale che arriva sulle note notissime del valzer dei fiocchi di neve (e qui pure perfette le voci bianche del coro Clairière mirabilmente diretto da Brunella Clerici): la chiusura dell’atto del duo è una meravigliosa intesa d’intimità.

Foto Luca Del Pia

L’avvio del secondo atto, l’arrivo nel mondo delle favole, è tutto a sipario chiuso (astuzie della creazione…). Tutto è già nella musica: i corpi mai commentano. Poi, a partire dal niente (uno stanzone semibuio e vuoto con alte e minacciose vetrate: altro che Regno dei Dolciumi e delizie varie), da questo cupo nulla nasce la magia: Drosselmaier dopo un assolo di austera forza richiama in scena la coppia e letteralmente la libera all’iniziazione della fantasia. Qui da loro sono immaginati gli incontri previsti in partitura come divertissement: la danza spagnola (un incontenibile abanico di Mario Genovese), quella araba (tutta sur place degli incredibili e fantastici contorsionisti Paolo Giovanni Grosso e Aurora Lattanzi; qui, tra le cornici scrostate che addobbano la scena, il perspicace Cerri dissemina pure i colori della bandiera palestinese, tiè!), quella cinese (con i dinamici Anna Dal Maso e Luca Marchi), russa (in una pletora di matrioske sul fondale, dei molto bigonzettiani Filippo Begnozzi, Giulia Lusetti e Sara Manzini) e infine quella dei mirlitons (i bravissimi Lorenzo Molinaro e Alice Ruspaggiari, con una splendida trouvaille del raddrizzamento live di una cornice in video, pendente). È proprio così: il virtuale coincide col reale quando la fantasia è creatrice, dunque è amore. L’assolo d’arpa che inaugura il valzer dei fiori è un bellissimo assolo di Drosselmeier poi raggiunto di nuovo da questo ensemble tutto bianco rumoroso e decisamente anticlassico (tutt* o quasi sono sempre a piedi nudi). E per il passo a due di chiusura, caro Mauro, ti chiedo: ma come ti è venuto quell’incredibile assolo del Principe che in pratica plana di continuo sul proprio collo per poi darsi tutto a lei (Giulia, marchigiana, direbbe: Ma come ce pensa?). E poi tutta una serie di solletichi che stimolano il movimento chiudono in gioia piena il valzer finale dell’ultima apoteosi. Boh, in tanta panoplia difficile chiedere di più, impossibile uscire scontenti (solo un dio malvagio potrebbe mettere il sale in questa torta).

Foto Luca Del Pia

Ora, caro Mauro, voglio anche confessarti che ho progettato di sospendere questo mio tempo di scritture istantanee (lo faccio dal 1989), proprio con il tuo titolo di fine anno. Serviva una data simbolica, un termine ultimo, un titolo della buona scuola, eccolo. Ho seguito fin qui molte piste, ho alimentato qualche (forse) utile libro; ho dialogato con coreografi e coreografe da cui ho imparato tutto (uno solo, di poca maturità, se l’è presa davvero a male), e ho risposto a (quasi) tutte le chiamate (quelle mai arrivate restano le più bifolche): ma ho visto anche troppi incompetenti lenoni, molte antigoni trasformarsi in creonti per la correità di una presentazione, di una conferenzina, di una gita in barca. La miseria della misura più incivile del nostro testimoniare: la garanzia di un posto a tavola.

Allora, inaspettato lettore, qualcosa qui si ascolta: è la porta che si chiude.

Stefano Tomassini

Visto al Lac. Lugano Arte e Cultura. Sala Teatro. Balletto in due atti coreografia Mauro Bigonzetti musica Pëtr Il’ič Čajkovskij Orchestra della Svizzera italiana direttore Philippe Béran Coro Clairière direttrice Brunella Clerici interpreti
MM Contemporary Dance Company Giorgia Raffetto, Clara Nicola Stasi, Lo schiaccianoci  Fabiana Lonardo, Drosselmeier Giuseppe Villarosa, Fritz Mario Genovese, Danza spagnola Paolo Giovanni Grosso Aurora Lattanzi, Danza araba Anna Dal Maso Luca Marchi, Danza cinese Filippo Begnozzi
Giulia Lusetti Sara Manzini, Danza russa Lorenzo Molinaro Alice Ruspaggiari, Mirlitons e con (in ordine alfabetico) Matilde Abbati Jacopo Bellani Elisa Bocconi Sara Ferrentino Federico Musumeci Andrea Palmieri Diletta Savini Maxime Schiavon scene, luci e ideazione video Carlo Cerri Ideazione e realizzazione video OOOPStudio costumi Lois Swandale Kristopher Millar realizzazione costumi Nuvia Valestri realizzazione attrezzeria Studio Cromo Attosecondo assistente alla coreografia Roberto Zamorano maestro ripetitore Enrico Morelli produzione LAC Lugano Arte e Cultura in coproduzione con
MM Contemporary Dance Company con la collaborazione produttiva di Fondazione Teatro Comunale di Modena

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini
Insegna studi di danza e coreografici presso l’Università Iuav di Venezia. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar (NYC); nel 2010 Scholar-in-Residence presso l’Archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e nel 2011, Associate Research Scholar presso l’Italian Academy for Advanced Studies in America, Columbia University (NYC). Dal 2021 è membro onorario dell’Associazione Danzare Cecchetti ANCEC Italia. Nel 2018 ha pubblicato la monografia Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell’impossibile (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi.

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