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ISMENE (di G. Ritsos, regia E. Arvigo)

Questa recensione fa parte di Cordelia di dicembre 25

L’ingresso in sala è accompagnato dalle note del brano La lontananza di Domenico Modugno, mentre, in piedi, accanto a un vecchio giradischi, scorgiamo la figura di una donna: è circondata da oggetti, piante e mobili che ne definiscono lo spazio intorno. Uno spazio intimo e, a tratti, crepuscolare, che prende vita non sul palcoscenico ma in prossimità della platea, e si lascia attraversare dal nostro sguardo curioso. La donna, Ismene, è in attesa. Della parola, dei ricordi, a cui una delicatissima Elena Arvigo si affida per camminare «al bordo del tempo», per non dimenticare nulla, «per ricordare ogni cosa». La regista e attrice porta in scena il secondo capitolo del progetto la Trilogia delle Stanze, dedicato a Elena di Troia (leggi la recensione di Sabrina Fasanella), Ismene e Crisotemi, tra le protagoniste della raccolta di Ghiannis Ritsos, Quarta dimensione (Crocetti editore). Affrancati dalla cornice temporale – pur ispirandosi a storie e personaggi mitologici per aggirare le regole censorie -, i versi rivelano l’urgenza della poesia quale strumento di conoscenza e veicolo di idee, invocando la lotta di resistenza ai regimi totalitari, da cui il poeta greco è stato a lungo perseguitato (molti dei suoi componimenti sono scritti durante i periodi di detenzione). Arvigo sceglie di dare voce a Ismene, figlia di Giocasta e di Edipo, rivolgendo, con voce esile ma piena, una pungente critica alle crepe del presente, rifugiandosi nella ricercatezza del dettaglio, nell’eleganza del gesto, e disvelando un feroce atto di accusa alle violenze efferate e ai soprusi del potere – a cui fa da scudo una mantella argentea che Ismene indossa come fosse un’armatura, «ridicola premura di proteggerci sempre da tutto» -, contrapponendo alle immagini di morte la bellezza lontana dei pomeriggi d’estate, i giochi d’acqua, il rapporto con i familiari e le complicità con la sorella Antigone, che sembrano affollare la scena in un misto di tenera concitazione. Ma «è veramente cambiato il tempo, gli orologi sono tutti fermi». Insieme alla sera, cala un silenzio inspiegabile. Ascoltiamo insieme il respiro del mondo. (Giusi De Santis)

Visto al Teatro Torlonia. Di: Ghiannis Ritsos; Traduzione di: Nicola Crocetti; Regia: Elena Arvigo; Con: Elena Arvigo: Disegno luci: Pietro Sperduti; Scene e costumi: Elena Arvigo in collaborazione con Maria Alessandra Giuri; Produzione: Santa Rita & Jack Teatro; si ringrazia la gentile collaborazione di Eleonora Bossi

Cordelia, dicembre 2025

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Giusi De Santis
Giusi De Santis
Giusi De Santis si laurea con lode in Analisi del Film con una tesi su Luis Buñuel, presso la facoltà di Lettere della Sapienza Università di Roma, dove è stata cultrice della materia ‘Teoria e interpretazione del film’ - corso di Laurea in ‘Forme e Tecniche dello Spettacolo’ -, e dove approfondisce gli studi di metodologia e critica sia cinematografica che teatrale. Ha lavorato alla Fondazione Cinema per Roma per quattro edizioni del Rome Film Fest e per la Compagnia Leone Cinematografica nell’ambito del coordinamento della produzione e, successivamente, come story editor e responsabile editoriale. Svolge attività di consulenza artistica e di editing per la realizzazione di podcast e collabora, come membro del comitato scientifico, chair e discussant, alla progettazione e realizzazione di convegni nazionali e internazionali. Ha scritto di cinema e teatro per diverse riviste online, tra cui Frame e Paper Street e, al lavoro di critica cinematografica e teatrale, affianca quello di dramaturg. Dal 2017 collabora con la rivista Left, dove cura anche la rubrica di cinema. Autrice di saggi e racconti, per L’Asino d’oro edizioni ha curato i volumi Infinito Antonioni. Una ricerca rivoluzionaria sulle immagini (insieme a E. Amalfitano, 2024), Fine serie mai (2023), Il cielo della luna (2020).

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