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Il teatro e la danza che vorremmo rivedere nel 2026

La redazione di teatroecritica ha stilato una mappa composta da più di 40 spettacoli visti nei 12 mesi passati tra stagioni teatrali e festival, danza e arti performative. Ecco la selezione preceduta da una piccola riflessione di fine anno.

Lo scorso anno ci auguravamo di continuare a trovare opere in grado di rendere conto della complessità che ci circonda, di un mondo esploso, nel quale persino le democrazie occidentali non se la passano bene. Il teatro e la danza del contemporaneo sono forme d’arte, tra le pochissime, in grado di fare rappresentazione di questa complessità, di prendersi il rischio del vuoto, di attraversare forme e temi sconosciuti. Quando ci sediamo nel buio di una sala sappiamo che può accadere qualsiasi cosa, di fronte a noi potranno muoversi i rinnovati personaggi di un classico oppure le ombre di qualcosa che non ha ancora storia. A teatro dobbiamo essere pronte e pronti a tutto.

E la critica? È ancora in grado di leggere le mutazioni dell’arte? Ma, soprattutto, sarà ancora in grado di farsi leggere? Siamo entrati definitivamente nell’epoca dell’intelligenza artificiale, che ha reso possibili molte idee (come la creazione dell’immagine di questo articolo) e numerose sono le contraddizioni; nell’ultima puntata della sua rubrica radiofonica, Revolution, Stefano Feltri riflette sulla nuova funzione di Google, Overview, che attraverso la A. I. riassume i risultati delle nostre ricerche restituendo risposte apparentemente in grado di sciogliere ogni dubbio. Questo si traduce (come racconta Feltri) in un attacco frontale al giornalismo indipendente, che vede calare nettamente le visualizzazioni (e dunque gli introiti) e in un impoverimento generale proprio del nostro campo di ricerca; il rischio insomma è quello di avere risposte più semplici e immediate (ma non per forza esaustive ed efficaci) anche per temi complessi e difficili.

In questi anni abbiamo cercato forme nuove di comunicazione ma tenendo anche fermo il baricentro del nostro lavoro nell’approfondimento critico. Ora toccherà anche a voi, care lettrici e cari lettori: a voi la responsabilità di scegliere. Non vi chiediamo un patto, ma abbiamo bisogno di attenzione, curiosità, passione e voglia di arrivare alle radici delle questioni, senza accontentarsi della prima risposta elaborata dall’algoritmo.

Qui tutti gli spettacoli segnalati da ogni redattore e redattrice di teatroecritica, in queste quaranta e più opere c’è molto della varietà della scena contemporanea di oggi, abbiamo scelto un massimo di 5 titoli visti del 2025; vi sarà capitato di vedere quest’anno alcuni spettacoli che non rientrano in questa selezione perché visti dalla nostra redazione alla fine del 2024, in questo caso potete cercarli nella selezione precedente. Per ogni opera trovate il link alla recensione pubblicata sulle nostre pagine (tutti articoli incredibilmente firmati da esseri umani). (A.P.)


Tiziana Bonsignore

THE ANGRY MAN Resuscitare i morti. Un’attività sfiancante, di cui è lecito chiedersi la ragione. Soprattutto se necessita tanto dispendio, tanta rabbia. È proprio questo il sentimento che The Angry Man, di Michele Mariniello, regia di Luigi Maria Rausa e dell’autore, sembra volere rievocare insieme alla vicenda di Jimmy Porter. Look back in Anger, di John Osborne, è infatti il punto di partenza, seguito con relativa fedeltà lungo i primi due atti. I dialoghi hanno ritmo, sono puntellati da un’ironia convincente: è soprattutto questa a declinare con intelligenza la rabbia che gli Angry Young Men rivolgevano, negli anni Cinquanta, al ceto medio britannico. Ma adesso, viene da chiedersi, quale dovrebbe esserne il bersaglio? Nell’inevitabile nichilismo di ogni possibile risposta, non rimane che il disvelamento dell’inganno. Nel subconscio lunare in cui il protagonista infine si muove, si dissolve anche la rabbia: quella di una generazione che, parafrasando Umberto Eco, più di tutte avverte la condizione di essere parola già scritta. [recensione]

MOLLY BLOOM La Molly Bloom di Daniela Macaluso ha una voce di velluto ruvido, rotonda, ma con vaghi accenni di spigoli. Una voce che è corpo, o forse un corpo talmente presente da essere dotato di una voce propria. In Molly Bloom. Anatomia di una (anti) eroina, la protagonista è un grumo inestricabile di carne e spirito, così come l’autore dublinese l’ha offerta al lettore. È coraggioso il modo in cui Macaluso offre al pubblico una forza che è anzitutto esposizione della fragilità; è coraggioso il suo ritratto di una donna che si vive nel suo vivere il sesso, ma nell’incertezza sbigottita di cosa questo davvero significhi. Tutto le scorre addosso: relazioni, matrimonio, maternità, sempre in quell’unico atto che è carne e parola. Sfida importante, quella di avanzare un femminile privo dei facili schematismi a cui spesso oggi si ricorre, sostituendovi piuttosto un’elegia malinconica e dura, fatta di membra, ferite e voce. Se la sfida era questa, è stata pienamente vinta. [recensione]


Letizia Chiarlone

COME TRATTENERE IL RESPIRO (di Zinnie Harris, regia di Marco Plini) “Di fronte al crollo di una civiltà, emerge inevitabilmente la natura più fragile e meschina dell’uomo, che porta a distinguere “noi” da “loro”, […] come se con le loro disgrazie potessero diffondere un contagio. Come trattenere il respiro delinea la tragedia personale di coloro che hanno perso tutto e non temono di raschiare il fondo pur di risalire, e con il sapore della terra in bocca, andare avanti, spinti dal desiderio di normalità e dal sogno di un’umanità civile e comprensiva, in virtù del quale sono disposti, però, a sacrificare anche i propri simili.” [recensione]

L’INFAMANTE ACCUSA DI ASSENZA “Oscar De Summa vuole porre l’accento su come le emozioni siano “la benzina del mondo”, e come scampare al sentire equivalga a rinunciare alla vita, la quale “pulsa e si muove”. Ed è proprio muovendosi e, per dirla meglio, commuovendosi, che viviamo a pieno e ci inseriamo nel flusso degli eventi, non più sassi passivi sul fondo di un fiume, ma pesci che assecondano la corrente.” [recensione]

L’EMPIREO (di Lucy Kirkwood, regia di Serena Sinigaglia) Un’accusa di omicidio, una criminale di cui è messo in discussione lo stato di gravidanza (il quale, se attestato, la salverebbe dalla forca) e un concilio di donne chiamato a decidere delle sue sorti. “È nella pietà di una madre che si trova compassione e, a volte, una possibilità di salvezza.” [recensione]

TOO LATE (di Jon Fosse, regia di Dellavalle/Petris) Sul filone del “What if?”, Fosse immagina una Nora ormai anziana che, divorziata da Torvald, conduce un’esistenza a parte, dedicata alla pittura. “Forse in questo si cela la vera libertà per Nora, non dipendere più dal marito e dalla sua incapacità di esprimersi, ma poter dialogare con sé stessa e con la sua interiorità, anche quando quest’ultima è costellata da ricordi che, come pezzi di vetro di uno specchio andato in frantumi, hanno bordi affilati con cui è facile tagliarsi. È una realizzazione che ha un sapore dolceamaro, il retrogusto di ciò che si è perso in virtù di una vita che non è poi così soddisfacente, ma di cui Nora può finalmente rivendicare il pieno possesso.” [recensione]


Giusi De Santis

DANCER OF THE YEAR (di Trajal Harrell) «Se la danza è sempre stata esaltazione della forza, Harrell vuole invece esprimere della danza le sue fragilità; un linguaggio che – erede del voguing newyorkese, della postmodern dance e del butoh giapponese – vuole innazitutto tenerci insieme, regalarci il calore che sta dietro un abbraccio, l’energia di un bacio. «I’ve tried to bring you together», dirà alla fine Harrel con gentile e composta onestà». [recensione di Lucia Medri]

A PLACE OF SAFETY (di Kepler 452)«La festa è l’epilogo più teatrale che potevamo immaginare. L’unico momento in cui i confini si allargano e si aprono. L’unico momento in cui la vita di tutti ha lo stesso significato. È un hic et nunc inevitabile. La drammaturgia si costruisce sfruttando il lessico proprio delle operazioni in mare, queste ci vengono descritte nel dettaglio ma la realtà che viene esposta, se pur scevra da qualsiasi volontà di enfatizzazione, usa gli strumenti del teatro: ci troviamo in presenza di messaggeri della tragedia greca. Raccontandoci dei salvataggi, delle ferite, dei loro compiti personali, della morte raccontano la tragedia del mare senza mostrarcela». [recensione di Silvia Maiuri]

MA SOLITUD (Guillem Albà) «Si può raccontare una storia con le dita delle mani? Accumulare tutta l’attenzione su gesti piccoli, una sequenza di azioni minute che possa farsi carico di storie più grandi? È la sfida che molto spesso raccoglie chi fa teatro per le nuove generazioni, scegliendo di raccontare qualcosa di enorme, esteso, oppure profondo, attraverso però l’utilizzo di strumenti al contrario contenuti, che stanno in uno spazio ridotto, oppure, appunto, sulle dita delle mani». [recensione di Simone Nebbia]

METADIETRO (di RezzaMastrella) «Il reale, teatro di lotte efferate, non viene soltanto evocato, né tantomeno descritto, ma rielaborato attraverso i sapienti strumenti d’indagine plasmati, all’occorrenza, dalla originale creatività dei due artisti. Le tragedie in mare, il genocidio palestinese, le devianze e gli assurdi cortocircuiti del potere sono affrontati con piglio feroce e dissacrante. Non c’è spazio per la commozione. Occorre raggiungere presto altri luoghi, acquisire ulteriori prospettive, e continuare a guardare, a innamorarsi nuovamente della lotta. […] Gli occhi di Rezza Mastrella sono una grande finestra aperta sul mondo». [recensione e intervista]


Andrea Gardenghi

LE OPERE E I GIORNI FC Bergman torna in Italia portando sul palco con un linguaggio visionario unico, in cui la sacralità del gesto rituale trasforma il lavoro quotidiano e il sacrificio simbolico in un’antica parabola sulla storia umana. Sono figure contadine, aratri e scenografie tridimensionali, a significare un rito che diventa espressione di fatica, memoria e comunità, mentre l’irruzione della modernità tecnologica ne scandisce il contrasto, l’interrompersi brusco e senza ritorno dell’equilibrio tra armonia agricola e dominio post-industriale. [recensione]

LIFE FESTIVAL – ZONA K LIFE trasforma la città di Milano in un terreno vivo di indagine e riflessione, intrecciando teatro, documentario e arti visive in un dialogo transdisciplinare, andando a scandagliare le zone grigie del nostro tempo. Dai conflitti nei Balcani alle rotte del Mediterraneo, dal corpo come strumento politico alla testimonianza storica, il festival decostruisce logiche dominanti e apre lo sguardo su prospettive spesso invisibili, offrendo un teatro che è lente critica di lettura del nostro presente. [recensione]

GOODBYE, LINDITA Un lutto familiare che si trasforma in dispositivo scenico, dove silenzio e gesto liturgico modulano una drammaturgia fatta di corpi, sospiri e memoria. Nel lavoro di Mario Banushi, sono i riferimenti visivi, da Bosch a Bill Viola e da Caravaggio a Piero della Francesca, a strutturare un appartamento “agente”, tableau vivant e soglia dell’altrove. Qui, l’azione teatrale si fa lascito e tradizione, intima e simbolica, per restituire il dolore della perdita come esperienza estetica collettiva. [recensione]


Silvia Maiuri

A PLACE OF SAFETY (di Kepler 452) Il primo effetto che ha sul pubblico è lo spaesamento. L’esposizione dei fatti è sin dall’inizio di una tale chiarezza che sentiamo di non sapere quasi nulla di questo tema tanto discusso nel nostro paese: “il Mediterraneo è una tomba” non è la frase a effetto con cui si può iniziare a parlare di immigrazione clandestina, è la realtà dei fatti. È uno spettacolo necessario, che non si serve del pathos, nè sfrutta il senso di colpa del privilegio occupazionale. Ha avuto un grande impatto sul pubblico e anche sulla critica che gli assegna il premio Ubu come miglior spettacolo dell’anno. [recensione]

ESTERNO DIO È il tentativo di mettere in scena la memoria del dolore dei dissidenti politici che dal 1943 al 1945 dal nord Italia sono stati deportati come triangoli rossi (simbolo dei prigionieri politici) nei campi di concentramento. La loro storia è oggi tramandata attraverso il recupero di trentatré audiocassette registrate nel 1995 da Fiorella Rodella, all’epoca laureanda in psicologia che sceglie di stilare una tesi sulle conseguenze del trauma da deportazione. Di questa storia dimenticata F. M. Ceredi fa un’opera complessa caratterizzata dalla commistione tra arte visiva, installazione sonora e performance fisica. E in questa narrazione si inserisce il presente: il disarmante senso di impotenza di fronte genocidio del popolo palestinese e il desiderio di una nuova liberazione. [recensione]

A VISUAL DIARY Indaga le biografie di tre artisti newyorkesi scomparsi a causa dell’AIDS negli anni ‘90: Patrick Angus, Larry Stanton e Darrel Ellis. Come descrive già il sottotitolo – A Journey into the 1980s New York Queer Art Scene – tutto parte del viaggio che Fabio Cherstich ha intrapreso per avvicinarsi al corpus delle opere pittoriche di ognuno di loro e quindi alle loro vite. Storie di incontri, amori, intimità ma anche di abbandono, di solitudine, e poi ancora di riscatto. La qualità estetica e l’atmosfera intimistica ci fanno immergere nelle loro storie. Un piccolo e mirabile esempio di lecture performance. [recensione]


Lucia Medri

PARALLAX La coppia Kata Wéber, drammaturga, e Kornél Mundruczó, regista, insieme alla loro compagnia ungherese Proton Theatre, continuano a dare schiaffi di senso e militanza politica ai sovranismi europei grazie alla loro, sempre imperdibile, produzione artistica. Creare, programmare e interrogarsi attorno simili progetti in questo periodo storico, significa difenderli e riconoscerne la loro doverosa esistenza, come presidi di pensiero contro il nichilismo imperante. [recensione]

LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA Ne La gatta sul tetto che scotta per l’adattamento teatrale di Leonardo Lidi sul testo del 1954 di Tennessee Williams c’è, ancora, l’America di ieri, di più di settant’anni fa e c’è, soprattutto, molto di quella di oggi. E non è solo di America che si parla, quanto di una realtà, estesa da una parte all’altra dell’Oceano, che teme e abborrisce le stonature. Lidi insiste sullo scompenso sistemico di questo spaccato borghese facendo stridere l’inceppo, che è innanzitutto di natura politica e diventa sentimentalmente sclerotico quando l’infertilità, la malattia, la morte e quindi l’esproprio di una proprietà, fanno deragliare i protagonisti e le loro psicologie dal modello sociale imposto e incorporato, in cui la perdita non è ammessa. [recensione]

OLTRE (di Fabiana Iacozzilli) La crudele bellezza di essere umani, con le nostre paure, meschinità, profondissime gioie e allucinanti dolori. Un lavoro di cura, come altri firmati dalla stessa regista, che non è solo uno spettacolo ma una ricerca sul mistero dell’esistenza, spinta dalla volontà di capire e ascoltare e far risuonare tutte le diverse voci dei sopravvissuti, da una parte all’altra della montagna. Per ricordarci che forza e coraggio, anche nelle situazioni più a limite della sofferenza, ci permettono di sopravvivere solo se siamo in grado di metterci in cammino. In tutti i modi possibili. (Lucia Medri) [leggi la recensione di Sergio Lo Gatto]

NELLE PUNTATE PRECEDENTI (Collettivo della creta e Pier Lorenzo Pisano) Un “fatto” perché, a prescindere dallo spettacolo, anzi dagli spettacoli, ben undici le repliche in totale, Nelle puntate precedenti è stato un vero e proprio evento. Gli intenti registici e curatoriali hanno avuto un impatto reale, aggregante e partecipato che ha trasformato la sala in Piazza di Porta San Giovanni in un luogo dove darsi appuntamento settimana dopo settimana e per cinque settimane. A teatro la serialità è diventata un’occasione di incontro, attesa e confronto da vivere insieme, bucando l’isolamento casalingo e virtuale delle serie tv. [recensione]


Simone Nebbia

I GIORNI DELL’ABBANDONO Rare gocce di pioggia si addensano sempre di più, diventano uno scroscio via via più forte che impedisce di vedere oltre. Tutto questo non c’è nello spettacolo di Gaia Saitta, tratto dal libro omonimo di Elena Ferrante, ma è questa la sensazione che si avverte a veder cadere pian piano la protagonista in una solitudine crescente, a fare i conti con l’abbandono del marito che la ripudia e le consegna un dolore troppo forte per essere ridotto. Lo spettacolo prende l’intero spazio del Piccolo Teatro Studio Melato, le impalcature tubolari creano spazi ove la vita si sfalda, la famiglia si disunisce, il futuro immaginato si disintegra nella crudezza della verità. [recensione]

NOTE A MARGINE La famiglia. Allargata agli amici della stessa. Ecco il pubblico che si riunisce e si stringe attorno alla protagonista di un funerale. Solo che la festa è un groviglio di meschinità e la protagonista, l’unica che raccoglie quel microcosmo, è presente fino a un certo punto. Questo spettacolo de I Gordi, diretto da Riccardo Pippa, è una commedia intelligente su tutto il contesto funebre attorno a un evento a tutti noto ma che sorprende sempre allo stesso modo: la perdita di una persona porta chi l’ha conosciuta a confrontare un dolore o in contrario un imbarazzo, esplicita la stortura ridicola che è, in profondo, l’essere umani, proprio nel punto in cui la vita ne abbandona uno, uno a caso, fra tutti. [recensione]

INFINITO Lo spirito che protegge un luogo e ne custodisce in profondità l’essenza prende il nome, dal latino che ne restituisce la forma primaria, di genius loci, ossia genio del luogo. È da questa immagine che sembra prendere spunto Manovalanza Teatro – Adriana Follieri e Davide Scognamiglio – per dare continuità al lavoro svolto tra i Bipiani di Ponticelli, a Napoli, per il progetto Foodistribution che già aveva dato forma al precedente Exaudi. Cosa c’è sotto questi container di amianto che, una volta abbattuti si vorrà portare nelle nuove case? C’è la storia di ciascuno, le relazioni, l’umanità costruita che resta impressa nelle vite mentre si sposteranno altrove. Come una foglia d’oro, una archeologia del cuore, sotto il cemento e la dispersione. [recensione]

DOV’E’ LA VITTORIA Allora ipotizziamo che dalle ceneri di movimenti di ultradestra, cresciuti nella rabbia delle periferie, nei mercati dove si fatica a fare la spesa, al buio delle notti dei locali chiusi, nasca una forza giovanile e propositiva, magicamente pulita di ogni nefandezza compiuta, guidata o suggerita, condotta da una ragazza, via via donna, che raccoglie su di sé il malcontento di tutti e se lo porta come un bacino elettorale, fino ad arrivare alla presidenza del consiglio italiano. Ecco, se per caso avete riconosciuto qualcosa o qualcuno in questa descrizione, probabilmente avrete visto l’ottimo, leggero e intelligente, spettacolo del Collettivo Bestand. [recensione]


Andrea Pocosgnich

BORDA Al Teatro Argentina La luce lentamente comincia a bagnare una materia per noi ancora indistinguibile, sono interi minuti, un tempo lunghissimo in cui si dispiega una mutazione. Qualcuno in platea comincia a spazientirsi. Dopo gli applausi se ne andrà adirata una spettatrice sulla cinquantina che forse aveva altre aspettative. E invece bisogna starci in questo silenzio pieno e magnifico, conquistare con gli occhi le più piccole apparizioni, le diverse palette di bianco e grigio create dalla brasiliana Lia Rodrigues… [recensione]

OLTRE (di Fabiana Iacozzilli) «L’artista Alberto Giacometti una volta disse: «Faccio scultura per mordere nella realtà, per difendermi, per nutrire me stesso». E il risultato sono quelle sue sculture in cui la pelle umana pare arsa, esposta agli elementi del gelo o del fuoco, martoriata da misteriosi agenti atmosferici che scarnificano, smagriscono, rendono filiforme la massa umana che deve attraversare il mondo. E così sono questi pupazzi a grandezza naturale progettati dalla stessa Villani, rimasugli coriacei di un’umanità che pare passata di grado. La loro materia, pallida ed emaciata, le orbite nere dove a tratti sembra riverberare un lume, è al contempo rocciosa e lieve: solo due sono inerti, già imbalsamati dal ghiaccio, gli altri con leggerezza si lasciano flettere, ruotare, chiudere, aprire e finanche si abbandonano al destino di perdere pezzi, di cedere lembi e giunture al sacrificio per salvare i compagni. E, così facendo, salvare se stessi.» [recensione di Sergio Lo Gatto]

MORTE ACCIDENTALE DI UN ANARCHICO (Regia Antonio Latella) Comincia con le luci di platea accese e con due attori vestiti di nero che portano sulle spalle (senza il pathos kantoriano) due pupazzi, nel mentre Daniele Russo inizia a camminare guardando in basso, vicino al bordo della passerella: un gigantesco praticabile sagomato sulla classica forma dell’uomo a terra, il cadavere stilizzato dalle autorità, qui, verrebbe da dire, il cadavere di una nazione. Una delle ultime importanti produzioni del capolavoro della coppia Fo/Rame fu con l’interpretazione di Eugenio Allegri, nei primi anni 2000, per la compagnia dell’Elfo, la regia era di Ferdinando Bruni e in quel caso la scena di Carlo Sala esasperava il carattere surreale dell’opera, sul palco appariva una questura piena zeppa di libri impolverati, una sorta di incubo burocratico. Anche il progetto scenografico di Giuseppe Stellato si nutre di un’idea simbolica, ma nel segno dell’essenzialità e della grandezza installativa che ridisegna l’intero spazio teatrale. La struttura è nel mezzo della platea del Teatro Bellini, le poltrone rimanenti sono vuote perché il pubblico è sistemato sui palchetti e sul palco… [recensione]

PER SEMPRE (di Alessandro Bandini) Un lavoro (in collaborazione con Ugo Fiore come dramaturg) che è una sorpresa incredibile, un’esplosione poetica e teatrale, una prova d’attore incontenibile che ha il coraggio di raccontare l’amore senza confini attraverso solo le lettere inviate dallo scrittore: alcune sono cortissime e contengono un saluto o informazioni pratiche altre sono esaltazioni poetiche del sentimento. Ad ascoltarle tutte si nota anche l’evoluzione del rapporto, il passaggio dal voi al tu, l’immaginario sensuale che si fa esplicito. E poi c’è l’attesa per le risposte e una sottile ironia – sulla quale amabilmente si destreggia Bandini – per il parossismo delle immagini utilizzate. È una grande corsa, di cui vediamo la fatica, fino all’arrivo dei Trionfi, in cui cui il poema esplode come un potente orgasmo. [recensione]

PRENDRE SOIN (di Alexander Zeldin) Non c’è spazio per le trame esterne, l’occhio narrativo non esce mai da questo luogo freddo e senz’anima: solo pochi dettagli ci danno conto del mondo esterno e delle vite di chi è al lavoro. Una di loro chiama casa dicendo che non potrà vedere la figlia come programmato perché non avrà la giornata libera, un’altra porta con sé la propria disabilità in una gamba da trascinare che le fa rallentare il lavoro e subire i richiami del responsabile, un’altra pur senza dire nulla della propria vita fa intendere allo spettatore di avere importanti problemi economici e forse di non possedere neanche un luogo dove tornare a dormire… [recensione]


Viviana Raciti

TITANS (di Euripides Laskaridis) Per la capacità poieutica che fa del caos il principio generatore, che racconta un principio, un “ancora da venire” che può essere tutto, continuamente giocando tra stupore, ricerca raffinata, clownerie e avanguardia, contraffacendo la scena con ironia e con gesto poetico, rivelando così la sua titanica forza. [recensione]

ANTIGONE Per lo scontro – dolorosamente vero, tanto nel V secolo a.C. dell’originale, tanto nel 1942 della riscrittura di Jean Anouilh, quanto oggi nella regia di Roberto Latini – tra l’essere uomo e l’essere umano, tra rispetto cieco delle leggi e la pietà dell’altro. Per quell’Antigone ragazzina che ha la forza di tenere testa a un Creonte che non è più granitico, ma fragile strumento. Per quella lezione di teoria teatrale che contrappone tragedia e dramma, e fa la lezione ai politicanti di ogni tempo. [recensione online a gennaio]


Stefano Tomassini

CINEMA IMPERO (di Muna Mussie) Prende spunto dall’omonimo cinema di Asmara, costruito nel 1937 durante il regime fascista. È per spettatore unico (nessuna generica coscienza collettiva è qui convocata, ma intima e individuale). Per imparare a fare i conti con la nostra storia, passata e presente. [recensione]

L’AVVENIRE (Silvia Rampelli/Habillé d’eau) È opera che oltrepassa ogni regola compositiva, disattende ogni tempo costruito, elude ogni ordine della ricezione e tralascia tutti i processi teatrali che affermano la prassi di ogni nostra visione, perché ciò che viene è già qui, non deve essere riformulato e venduto ma solo riconosciuto nel rovescio della luce, del gesto, del suono, là dove è revocata ogni sentenza, ogni significato, ogni spiegazione. Là dove non c’è più bisogno di nulla, questo poco più che nulla è questo l’avvenire. [recensione]

MANIFESTUS (Jacopo Jenna e Mattia Quintavalle SLY) Tre formidabili street dancer hanno dato vita a ciò che nelle mani e nelle braccia si palesa, si manifesta: hanno clickato le articolazioni, incrociato geometrie, vaporizzato le pulsazioni e i battiti dei polsi, incatenato attimi veloci in schematici port de bras, frantumato assi anatomiche, vettori corporei, tattiche di prossimità. Ma è la ricchezza della composizione coreografica radicata nell’uso del corpo, nella frammentazione dei suoi centri, nella variazione del materiale tematico continuamente generato, a emancipare ogni materiale, ogni idea, e rendere tutto manifesto. [recensione]

UNDERTAINMENT Questa nuova riflessione in forma danzata di William Forsythe è tutta una scrittura senza musica. Nessun intrattenimento ha luogo, l’improvvisazione come metodo compositivo prevale in un movimento che si presenta proprio così come è: sono quasi sempre assoli, con tutt* intorno a cintura, forse per fare memoria, forse proprio per tenere insieme il mondo. È come se l’aria stessa in questo spazio che non necessita d’altro dai corpi che lo abitano, sia essa stessa la coreografia. [recensione]

FUGA BWV 565 (di Gaetano Palermo e Michele Petrosino) In questo geniale lavoro di Palermo e Petrosino la fuga è qui una chiave concettuale, quasi un mito primitivo, non certo per mettere ordine al caos del mondo; non è un allenamento anestetico alle ugge del presente. È invece, in questo universo di opposti perfettamente espansi, l’emersione dell’irragionevole, del paradosso, del finito infinito: l’iperbole di un palazzo delle meraviglie infestato di fantasmi della ragione, e che appare e dispare a comando per dire del mondo tutta la necessità della sua dismisura. [recensione]


Alessandro Toppi

PRENDRE SOIN (di Alexander Zeldin) Il palco sembra davvero contenere la sala-pausa di un’azienda: la porta del bagno di lato, macchine-pulitrici che sbuffano, luci fredde da neon e tre neo-operaie con contratto di quindici giorni, precarietà, pranzi con cibo-spazzatura per conservarsi gli spiccioli e ritardi di paga, competizione, micro-abusi quotidiani. Che qui non si macella solo la carne ma si riducono in poltiglia anche i diritti e la dignità. Eppure l’umanità resiste: un uomo racconta una storia perché la collega, addormentandosi, possa riposare un minuto e ci si presta gli ultimi soldi sul conto o ci si dà una mano perché il turno finisca per tutti. A un punto si fa pure sesso contro-parete, anche se dura poco, che lei non l’accarezza nessuno da chissà quanto e lui da chissà quanto non faceva l’amore. Ecco, io lo rivedrei questo spettacolo duro, interpretato da attrici e attori che sanno ancora farsi carico, recitando, della vita degli altri e in cui i legami tra le persone non cedono del tutto a un capitalismo freddo, quotidiano e terribile. [leggi la recensione di Andrea Pocosgnich]

TRAGÙDIA (di Alessandro Serra) Edipo che inizia percorrendo la platea (l’arrivo dello straniero, dell’ospite, del capro espiatorio) e termina tagliando il palco da solo, dopo aver compreso e condiviso che l’amore, affrontato il dolore, è ciò che conta e ci salva. Il buio di un luogo intriso di nuvole e morte, non a caso ronza una mosca (sangue, cadaveri, putrefazione), attrici e attori che sono un coro e uno stormo, la scena sonora e riverberante, i gesti significativi (Antigone ad esempio, che già ha nel pugno la terra con cui seppellirà Polinice) e il tentativo impossibile: risalire a una lingua irraggiungibile, di cui non sappiamo né i ritmi né il suono, attraverso l’eco di un’altra lingua rara, il grecanico. È l’ennesimo tentativo che Serra compie per risalire alla fonte ovvero all’infanzia (le botteghe di Schulz, la ricerca del tempo perduto di Proust, il giardino di visciole di Čechov) che qui è l’inizio stesso del teatro e del pensiero dell’uomo sull’uomo. [leggi la recensione di Andrea Gardenghi]

PLAY-MOSCATO Tonino Taiuti entra camminando a sghimbescio ed è una sagoma nera che si muove nell’ombra neanche tornasse dalla morte. Batte i tacchi in circolo, chiama Moscato ridicendone il nome in un soffio che sa di litania e di lamento e comincia a condividerne schegge, crastule, schizzi, frammenti. Ogni tanto un assolo di chitarra, ogni tanto un «Enzo» scagliato con malinconia contro il soffitto. Mi pare un collage e invece mi sbaglio: sta strappando all’oblio pezzi di Rasoi, Teatri Uniti, 1994, rivolgendo al presente le macerie d’uno spettacolo definitivamente scomparso. Ciò che mi si para davanti è dunque una commovente resistenza contro-tempo. Da un lato un poeta defunto di cui non possiamo leggere i testi, essendo fuori catalogo quasi tutti i suoi libri; dall’altro un attore che per lingua, anima e corpo fa memoria di ciò che furono e fecero assieme. [recensione]


Matteo Valentini

MADRI (di D. Pleuteri, regia A. Sinigaglia) Qualche settimana fa, nel corso dell’ultima edizione di Rete Critica, Alice Sinigaglia ha identificato nel senso di “compressione” la spinta che, fino a questo momento, ha guidato il suo lavoro da autrice. A Madri Sinigaglia presta soltanto la regia – il testo, infatti, è di Diego Pleuteri –, ma quel senso di compressione è evidente nel costante zampettio che si avverte dentro l’intercapedine, nelle luci livide che spianano lo spazio scenico, persino nell’uso arbitrario e straniante del microfono o del leggio da parte di Valentina Picello e Vito Vicino, veri e falsi allo stesso tempo: tutto ci parla dell’inettitudine emotiva di una madre e di un figlio, della loro mutua dipendenza e della loro – della nostra – primordiale solitudine. [leggi la recensione di Andrea Pocosgnich]

SdisOrè (di Gruppo UROR) Nell’interpretazione di Evelina Rosselli della tragedia eschileo-testoriana resistono i contrasti che la tradizione ci ha consegnato, ma si incardinano in volti e in corpi deformi – le maschere e le marionette di Caterina Rossi –, si sporcano con le loro pulsioni ancestrali. Così, la furia vendicatrice fa di Oreste un energumeno dagli occhi stravolti; la lunga solitudine e il disprezzo verso la madre danno ad Elettra un’attitudine da zitella morbosa; l’appetito sessuale rende Clitennestra una tiranna tanto feroce quanto impotente, ridotta a costringere per la soddisfazione del proprio piacere un Egisto prosciugato dal terrore. L’abbassamento scatologico della materia tragica genera nello spettatore un’oscena ilarità e un orrore ridanciano, che si stemperano quando l’attrice si libera di tutte le sue protesi e racconta il finale della tragedia, in cui al brusio della giuria dell’Areopago e all’olimpica giustizia ateniese si sostituiscono un suono e un concetto sconosciuti alla Grecia del VI a.C: lo scampanio di una chiesa e il perdono cristiano. [recensione]

ASTEROIDE Nel montaggio con cui Marco D’Agostin, almeno inizialmente, giustappone la biografia dell’archeologo Walter Álvarez e la catastrofe che segna il passaggio tra Cretaceo e Paleogene, fa ogni tanto capolino un gesto improvviso, alieno, subito immobilizzato in una posa plastica: il musical irrompe nel racconto come una scossa tellurica inevitabilmente comica, con cui gradualmente la vicenda di Álvarez viene rivestita. Da questa robusta intercapedine ironica è emozionante, quasi liberatorio, veder guizzare fuori momenti genuinamente intensi, in cui D’Agostin dà prova di tutta la sua perizia canora e coreografica, in maniera certo enfatica, ma perfettamente in linea con l’idea di musical costruita fino a quel momento. Tuttavia l’intercapedine, dopo ogni esibizione più o meno compiuta, si riforma immediatamente, funzionale com’è a richiamare un’altra, ben più radicale, distanza, quella tra la realtà per come accade e i nostri tentativi di rappresentarla. Un’impossibilità di cui D’Agostin raccoglie la sfida, rispondendo con il racconto malgrado tutto, con l’instancabile tentativo dell’artista di catturare il mondo in un’immagine. [recensione]

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