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Christos Papadopoulos. Emozione e mutamento

My Fierce Ignorant Step di Christos Papadopoulos ha debuttato a Romaeuropa Festival in chiusura della quarantesima edizione. Recensione

Foto di Pinelopi Gerasimou

A distanza di giorni siamo ancora lì, con la memoria vivida, la dolcezza del ricordo, il trasporto emotivo… Romaeuropa Festival chiude la sua quarantesima edizione, tra gli altri spettacoli dell’ultimo weekend, con My Fierce Ignorant Step dell’atteso, e ritrovato, Christos Papadopoulos. Siamo lì, in quegli sguardi fieri, sensualissimi e nevrotici, tra le onde di una gestualità dominata e perciò libera di espandersi, contraddirsi, cedere e incedere; lì nel palcoscenico “aperto” di una Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone amplificata dall’assenza di quinte, liscia, sgombra da tutto. Andiamo a ritroso di una quindicina di giorni sentendoci di nuovo parte di quell’unico movimento che lega l’ensemble al pubblico in una fusione erotica e nuda, spontaneamente trasmessa senza filtri e orpelli da una parte all’altra della sala.

Foto di Pinelopi Gerasimou

Immancabile nel cartellone del festival internazionale, Papadopoulos è ormai con il passare degli anni tra gli artisti di riferimento di REF, conosciuto in Italia grazie al sostegno che la direzione di Fabrizio Grifasi ha dato alla sua carriera. Nel tempo, la collaborazione con Romaeuropa Festival è diventata «una vera e propria storia d’amicizia artistica», come riportato nel programma di sala, e questa relazione si è consolidata anche col pubblico che, pertanto, lo aspetta ad ogni stagione. Partiamo proprio dalla platea che, al termine dello spettacolo, non riesce a smettere di applaudire e dimostra la sua gratitudine rimanendo in sala e continuando a battere le mani, in visibilio, senza pausa. Inevitabile visto che il finale ci stacca letteralmente la spina dalla visione; a schiaffo, cala il buio in sala e ci smarrisce, in un silenzio orfano. Non sperimentiamo soltanto la conclusione dello spettacolo ma con essa muore una parte di noi, quella feroce fierezza giovanile che abbiamo visto e rivissuto in sessanta minuti, senza distogliere lo sguardo, con languida noia in brevi istanti, come a convincerci che l’adultità crei una distanza da quella passione quando in realtà è tuttora intrisa di quella nostalgica propositività: «quella fiducia senza paura che il mondo fosse davanti a noi, aperto, nostro, e che lo avremmo vissuto nel modo in cui desideravamo e meritavamo. Questo lavoro è il mio tentativo di ritrovare quella sensazione». Chissà se le giovani generazioni di oggi vivono la loro età con simile slancio, quale sarà il loro passo (step) nel mondo e cosa proveranno nel confrontarsi oggi, in un orizzonte fragile, individualistico e solipsistico, con l’idea di un’adolescenza collettiva, fortificata, anche nelle sue schizofrenie e turbamenti?

Foto di Pinelopi Gerasimou

Come nei precedenti progetti, anche in My Fierce Ignorant Step permane un velo di oscurità che riveste la scena e la lascia in una penombra lunare, illuminata con luci fredde, asettiche e chirurgiche (scenografia, Clio Boboti e luci di Stefanos Drousiotis) al contrario delle tonalità calde che trasmette invece la scrittura coreografica (consulente alla drammaturigia Alexandros Mistriotis e assistente alla coreografia Sevasti Zafeira). È un procedimento abbastanza automatico quello di attuare un confronto con il repertorio di Papadopoulos, sia per collocare le sue opere in una linea progressiva di creazione sia perché, con tutta onestà, cambiano le tematiche affrontate dal coreografo – nel 2024, con Mycelium, l’ideale comunitario era espresso osservando la natura dei funghi – ma non la ricerca gestuale che, senza nulla togliere alla sua bellezza, sembra restare però sempre uguale e, perciò, prevedibile. Prevedibile anche nel suo impatto emotivo.

Ritroviamo allora quelli che in un precedente pezzo dedicato a Larsen C venivano chiamati “cues ritmici” ovvero spunti, battute d’entrata che creano un «paesaggio» sonoro ispirato stavolta all’oratorio Axion Esti del musicista e compositore Mikis Theodorakis, scritto nel 1964 e diventato in Grecia un inno che parla di resistenza collettiva, perseveranza e futuro. Ad ogni cue si muove questo organismo vivente composto da sbalorditivi interpreti (Themis Andreoulaki, Maria Bregianni, Amalia Kosma, Georgios Kotsifakis, Sotiria Koutsopetrou, Tasos Nikas, Spyros Ntogas, Ioanna Paraskevopoulou, Danae Pazirgiannidi, Adonis Vais) con indosso leggere maglie e pantaloni dai colori bluastri e ramati (Costumi Maria Panourgia). Ancora prima del corpo, la partitura inizia dallo sguardo, che va a tempo con i suoni minimali parcellizzati (musica originale Kornilios Selamsis): guizzi rapidissimi che planano sulla platea, sono rivolti in lontananza, sfrecciano nelle pupille, guardano dritto verso di te con energia e malizia, ed è impossibile distrarsi. Si aggiunge poi la testa, le braccia, e fanno da base le gambe morbide ma risolute nel prendersi spazio. Sono virgole dinamiche, colpi brevi e netti, a sinistra e destra, in controtempo in alcuni passaggi, a canone in altri, con un’animalità da branco, che si ascolta a vicenda. È un crescendo di gesti che, come nella musica dodecafonica, si aggiungono l’uno dopo l’altro formando una frase di movimento ripetuta poi in una sequenza di moduli, a ricordare anche Mellowing. La struttura è molto esile, sinuosa, mutevole e impostata per accumulation: un riconoscibilissimo virtuosismo che inizia, si sviluppa e si conclude per poi ricominciare uguale a se stesso ma spazializzato, dislocato, frammentato. L’espressività del gruppo, che si colora di voci, mormorii, sospiri (preparazione vocale Apostolis Psichramis) non indietreggia mai di fronte alla reiterazione della forma, anzi la vivifica e la esalta aumentandone la risonanza empatica, e tra loro si distingue Georgios Kotsifakis per l’incantevole seduzione che esercita su chi lo guarda.

Foto di Pinelopi Gerasimou

Non possiamo fare a meno di certi spettacoli, di nomi a cui siamo affezionati e che abbiamo scoperto nei quarant’anni di Romaeuropa Festival. Continueremo ad aspettarli, a confrontarci sulle loro poetiche, ma sarebbe interessante sondare quale sia il confine tra la stimolante attesa di un artista (o di una compagnia) e l’abitudine verso quei linguaggi già emotivamente riconoscibili, per comprendere come queste due variabili incidano sulla ricerca artistica e sulla curatela di un festival.

Lucia Medri

Auditorium Parco della Musica – novembre 2025

MY FIERCE IGNORANT STEP

Ideazione e coreografia: Christos Papadopoulos
Danzano e collaborano: Themis Andreoulaki, Maria Bregianni,
Amalia Kosma, Georgios Kotsifakis,
Sotiria Koutsopetrou, Tasos Nikas,
Spyros Ntogas, Ioanna Paraskevopoulou, Danae Pazirgiannidi, Adonis Vais
Consulente alla drammaturgia: Alexandros Mistriotis
Musica originale: Kornilios Selamsis
Compositore associato: Jeph Vanger
Scenografia: Clio Boboti
Costumi: Maria Panourgia
Disegno luci: Stefanos Drousiotis
Preparazione vocale: Apostolis Psichramis
Assistente alla coreografia: Sevasti Zafeira
Assistente alla scenografia: Aggeliki Vasilopoulou-Kampitsi
Assistente ai costumi: Panayiotis Renieris
Coordinamento e produzione esecutiva: Zoe Mouschi – Rena Andreadaki
Responsabile luci in tournée: Alexandros Mavridis
Responsabili scenografia in tournée: Marilena Kalaitzantonaki & Aggeliki Vasilopoulou-Kampitsi
Fonico: Kostis Pavlopoulos
Direzione di tournée: Konstantina Papadopoulou

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Lucia Medri
Lucia Medri
Giornalista pubblicista iscritta all'ODG della Regione Lazio, laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale. Dopo la formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi) si specializza in web editing e social media management svolgendo come freelance attività di redazione, ghostwriting e consulenza presso agenzie di comunicazione, testate giornalistiche, e per realtà promotrici in ambito culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018, vince il Premio Nico Garrone come "critica sensibile al teatro che muta".

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