Questa recensione fa parte di Cordelia di dicembre 25

Vi è una suggestione incredibile, una certa barbarica eleganza, rossa, nello spazio scenico della Triennale in cui si agitano le figure partorite dalla penna e dalla biografia di Caterina Filograno. Potremmo essere nella mente della protagonista, nello spazio in cui ricordo e desiderio si mescolano, nel limbo immaginifico nel quale vagano gli spettri di un’epopea familiare, con i costumi bellissimi di Giuseppe Di Morabito (autore anche della scena). Filograno distacca la vicenda autobiografica dalle pericolose paludi teatrali del realismo, che qui si sostanzia nei ricordi, nella malinconia di un’immagine, nell’effetto insomma della realtà su di noi più che sulla rappresentazione di essa. Certamente si sentono gli echi drammaturgici di Lucia Calamaro, ma in un’estetica altra, nella cura di una visione quasi surreale in cui lo spazio scenico è un’installazione che colonizza l’attenzione. Anche in casa si possono provare emozioni forti è un titolo che già dice tanto della scrittura ricca, elegante, ironica dell’autrice, attrice e regista pugliese. Siamo in una baia sulla costa barese, dove la famiglia protagonista “trascorre tutte le sue estati, da oltre un secolo. Era il 1904 quando Gabriele Tajani, il nostro capostipite, commissionò la costruzione di un castelletto sul mare: il Villino Tajani.” Si parla di morte, si cita Seneca con Carrère: c’è una nonna, interpretata da Maria Grazia Sughi con ricchezza recitativa e ironia, la zia di Simona Senzacqua (come al solito perfetta per le malinconie di queste latitudini drammaturgiche), Francesca Porrini, che di Caterina è la madre, anche lei nel pieno di una recitazione antinaturalistica, la sorella psicologa di Gloria Busti e poi Caterina Filograno, nel ruolo di se stessa, baricentro narrativo e voce fuori campo. Siamo ammaliati, dai tessuti, dai colori, dall’ordito della scrittura, eppure qualcosa non accade, questa vicenda familiare non è una vicenda, è una fotografia, anche perturbante e significativa, ma che non scalfisce la ripetitività, la noia che quasi si fa strada in platea; come se i tramonti borbonici, il matriarcato, le cycas e gli oleandri, le acute sferzate sulla psicanalisi possano bastare. Ma il suggestivo ritratto di famiglia, rimane immobile nel solito – seppur problematico – quadro borghese. (Andrea Pocosgnich)
Visto alla Triennale. Crediti:Drammaturgia e regia: Caterina Filograno Con: Gloria Busti, Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi Scene e costumi: Giuseppe Di Morabito Luci: Stefano Bardelli Suono: Gerets Aiuto regia e collaborazione artistica: Ksenija Martinović Movimento: Ester Guntin Assistenza musicale: Diego Finazzi Prima spettatrice: Carlotta Viscovo Produzione: Sardegna Teatro | Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale | Teatri di Bari










