Recensione di Atomica di Muta Imago. Programmato da Romaeuropa Festival e dal Teatro di Roma, lo abbiamo visto all’India. Prossime date a Brescia, Torino e Bologna.

«Quando eseguisti l’incarico che ti era stato affidato, non sapevi che cosa facevi. Ma dopo aver visto quello che avevi fatto, sei balzato in piedi e hai gridato no… Non ti sei fatto piccolo e non hai cercato di scagionarti con la frase: “Non ero che una vite dell’ingranaggio, e quindi non sono colpevole”, ma hai detto invece: “Se anche fungendo solo da rotelle, possiamo diventare così paurosamente colpevoli, dobbiamo rifiutarci di lasciarci utilizzare più oltre in questo modo”». È quanto scrive Günther Anders in parte del carteggio con il pilota americano Claude Eatherly, esperto di meteorologia, che, la mattina del 6 agosto 1945, a bordo del B-29 Straight Flush, diede l’ordine all’Enola Gay alle sue spalle di sganciare la prima bomba atomica della storia su Hiroshima. A partire da questo epistolario, pubblicato per la prima volta in Germania nel 1961, e tradotto l’anno successivo in Italia da Renato Solmi con il titolo La coscienza al bando (Einaudi), Muta Imago recupera non solo la ricostruzione storica di quel tragico evento di ottant’anni fa, ma soprattutto ricerca, con potente incisività, quanto viene costantemente evocato dalle parole che si fondono, nello spazio, insieme ai corpi. Distanti ma, al contempo, vicini, nella lotta silenziosa per la conquista di una umanità che sembra perduta.

Presentato in prima nazionale a Romaeuropa Festival in collaborazione con Fondazione Teatro di Roma, Atomica va in scena al Teatro India, dove lo spazio immaginifico e sonoro si apre a interrogativi universali che diventano presagio e monito imprescindibile per il presente. In voice over, il discorso del presidente degli Stati Uniti d’America, Harry S. Truman, annuncia, con lucido distacco, l’avvenuto bombardamento: non si tiene conto delle drammatiche conseguenze, ma si esalta invece il risultato scientifico, tra i più grandi mai raggiunti, ristabilendo così anche un rapporto di supremazia nei confronti del nemico giapponese.

Creazione e distruzione sono i poli opposti che si fronteggiano, in una perenne e lacerante dicotomia tra la vita e la morte. La regista Claudia Sorace e il drammaturgo e sound designer Riccardo Fazi ne indagano, con acutezza e puntualità, le intime corrispondenze con il presente, in una disamina in cui diventa centrale la responsabilità di ognuno. Claude Eatherly – interpretato da Gabriele Portoghese, che ne intercetta inquietudine e sofferenza – si oppone all’opinione pubblica e al pensiero politico che vorrebbe onorarlo come un eroe. Dinanzi ai suoi occhi, invece, resta ben nitido il ricordo del cielo di Hiroshima e del fumo nero che oscura il sole e ricopre le centinaia di migliaia di vittime, cancellandone i volti e le storie. È lo stesso cielo che viene riprodotto su un tendaggio – nelle suggestive scene ideate da Paola Villani – dinanzi al quale si compie la fatica di stringersi in un abbraccio impossibile, quello tra Claude Eatherly e Günther Anders, il cui ruolo è affidato ad Alessandro Berti, che ben ne rappresenta acume e utopia. In preda a un angosciante senso di colpa e perseguitato da allucinazioni notturne, e dopo aver commesso diversi irrilevanti reati e aver tentato il suicidio, Claude viene ricoverato presso l’ospedale psichiatrico militare di Waco, dove l’unico conforto gli deriva dallo scambio epistolare con Günther. La scelta di raccontare il rapporto tra l’aviatore e il filosofo tedesco, autore dei saggi Essere o non essere e L’uomo è antiquato, risale a dodici anni fa, dichiara Claudia Sorace, grazie a Goffredo Fofi che, nel 1992, promuove una nuova pubblicazione, per Linea d’ombra, dell’epistolario (nel 2016, Mimesis ne cura una successiva edizione, L’ultima vittima di Hiroshima); un progetto che «messo da parte per ragioni insondabili, è tornato presente tre anni fa».

È il 1959 quando Anders scrive la prima lettera a Eatherly, lo stesso anno in cui Alain Resnais realizza Hiroshima mon amour (candidato all’Oscar nel 1961 per la miglior sceneggiatura originale della scrittrice Marguerite Duras). L’incipit del film mostra un abbraccio tra i due protagonisti, di cui non vediamo subito i volti, ma i dettagli dei loro corpi: la macchina da presa indugia su una mano femminile che si stringe alla schiena di un uomo, e su una polvere densa che ricopre le loro braccia mentre, in montaggio alternato, vengono mostrati i corpi feriti o senza vita delle vittime della bomba atomica. Ordigno che viene evocato in Atomica da un dispositivo iperrealista posto sullo sfondo, emanazione di sequenze algoritmiche di un’intelligenza artificiale ingannevole e potenzialmente pericolosa, che ricorda Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio.

Muta Imago prende a prestito il linguaggio cinematografico, per fonderlo con i diversi codici drammaturgici. Esterno notte, interno giorno, controcampo, stacco, primo piano: prendono vita le scene previste per il film Medal in the Dust, per la cui eventuale realizzazione Eatherly aveva ceduto i diritti a William Rowland per rappresentare il personaggio ispirato alla sua storia. Il microcosmo di gesti e rituali quotidiani, reiterati in un eterno e angoscioso presente, viene attraversato inoltre dai ricordi di Claude bambino nella sua casa in Texas e dalle testimonianze dei sopravvissuti; è la voce di Gabriele Portoghese a ripercorrere gli istanti che hanno preceduto il disastro nucleare: «ero in ufficio e mi ero girato per parlare a un collega», e ancora «ero in giardino a potare gli alberi». I confini tra realtà e finzione, per Eatherly, si assottigliano, come avvenne per il controverso showman statunitense Andy Kaufman, interpretato da Jim Carrey nel biopic Man on the Moon, che Portoghese ci ricorda – circondato da un effetto iride proiettato sul tendaggio alle sue spalle -, in un momento dello spettacolo.

Dei fasci di luce, infine, inondano la platea. Siamo tutti chiamati a immaginare il futuro. «Vedi, quello è il mondo di ieri». «No, è il mondo di domani».
«Tutto ciò si ripeterà», scriveva Marguerite Duras, scolpendo nelle parole «una memoria fatta d’ombra e di pietra […] La notte non finisce mai a Hiroshima».
Giusi De Santis
Visto al Teatro India, Novembre 2025
Prossime date in calendario tournée
29 novembre 2025 Teatro Sociale, CTB – Centro Teatrale Bresciano, Duende Brescia
3—7 dicembre 2025 Teatro Astra, TPE Torino
16—17 gennaio 2026 Teatro Arena del Sole, Emilia Romagna Teatro ERT Bologna
ATOMICA
di Muta Imago
liberamente ispirato al carteggio tra Günther Anders e Claude Eatherly
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchi
costumi Fiamma Benvignat
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi
foto di Eleonora Mattozzi / CIRCA
per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
una produzione INDEX
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures; Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro
con il supporto di ATCL / Spazio Rossellini, MAB Maison des Artistes Bard, Viola Produzioni / Spazio Diamante












