Recensione. La diva del Bataclan di Gabriele Paolocà ha debuttato al Romaeuropa Festival, dopo un’anteprima a Colpi di Scena. Una produzione Cranpi, SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Romaeuropa Festival, in tournée tra febbraio e marzo 2026 a La Spezia, Firenze e Milano

Comincia con una voce fuori campo – per chi conosce il regista capirà che si tratta proprio della voce di Gabriele Paolocà – che in un breve prologo presenta la situazione, lo spettatore quindi sa già come si svolgerà la storia e che fine farà la protagonista. Ma qui, in pieno stile brechtiano, non è importante il finale quanto l’andamento. Nel nero della scena di Rosita Vallefuoco (con le luci di Martìn Emanuel Palma), un piccolo palco rialzato di pochi centimetri a forma pentagonale con un’apertura sul fondale, occupato da un letto sulla destra e da un water in metallo sulla sinistra; uno spazio che è sia dimensione metaforica di luogo del successo, dell’affermazione personale, della messa in mostra, sia immagine della capitolazione finale, ovvero del carcere nel quale Audrey, la protagonista di questa storia, dovrà scontare la propria pena.
Claudia Marsicano è volto e voce della giovane, fuseaux neri, maglietta degli Iron Maiden, chiodo con le toppe dedicate a celebri rock band e stivali neri per imporre una presenza già egocentrica. D’altronde la straordinaria attrice, efficace nel registro recitativo e sorprendente nel canto, lavora sul personaggio come se fosse una maschera e come se tutto fosse già avvenuto, l’idea appunto è quella di ripercorrere a ritroso la vita della ragazza fino ai fatti del Bataclan e quelli successivi scatenati dall’attacco terroristico.

Gabriele Paolocà (già Vicoquartomazzini con Michele Altamura) si è nutrito di libri e racconti giornalistici per arrivare alle storie delle presunte vittime della strage che poi sono risultate false, inventate da mitomani che al Bataclan non c’erano proprio state. La Audrey dello spettacolo è dunque il simbolo narrativo di queste storie. E questa modalità di composizione della drammaturgia, che prende le distanze dalle persone realmente esistite, si addice alla forma teatrale immaginata dal regista. Ora bisogna spendere qualche parola per questo artista che nel pieno della propria maturità creativa continua a fare del teatro un luogo dell’invenzione, destinando sempre un ruolo importante all’ironia e fuggendo da quelle modalità produttive che potrebbero fare della sua poetica un’etichetta precostituita. Anzi proprio il mutamento dello stile a servizio della storia, accompagnato dalla voglia di stupire e da una certa passione per la sana idiozia, sono stati i punti certi delle diverse fasi creative di Gabriele Paolocà (da artista ‘solista’ o con Vico Quarto Mazzini). Ricordo di un suo Amleto Fx, quando nella sala più piccola del Teatro dell’Orologio di Roma riscriveva il personaggio più filosofico del Bardo catapultandolo in un esilarante mondo contemporaneo, ma potremmo parlare anche della regia dei Sei personaggi di Pirandello o la scrittura di Bohème, entrambi con Vicoquartomazzini, operazioni folli e sempre legate a quel coraggioso multisala romano che era l’Orologio.
Ecco, questa vivacità di sguardo sulle possibilità della scena la ritrovo anche nel teatro musicale de La diva del Bataclan, nello spettacolo l’assurda vicenda della giovane mitomane viene messa in scena con un linguaggio a metà tra il musical e il videoclip – con un’idea insomma tutt’altro che ordinaria per le nostre platee. Il primo è evidente proprio perché la trama, nella sua estrema semplicità, è portata al pubblico sia attraverso i monologhi recitati che con le canzoni rock e pop, ma penso anche al videoclip per il dialogo che Claudia Marsicano intrattiene, grazie a un grande carisma, con il pubblico: come se guardasse sempre in macchina, come accade appunto nei video musicali debitori della MTV generation. In scena con lei c’è solo un altro performer, Gabriele Correddu, vestito come Jess Hughes, il cantante degli Eagles of Death Metal quando la band tornò a Parigi per il concerto commemorativo, è una sorta di servo di scena oltre che un rimando figurativo.

Audrey nasce in una cittadina dimenticata dal mondo, alle porte di Parigi, con il tipico passato sfortunato, padre assente, madre bevitrice: sarà internet a cambiare la sua vita, i primi blog dedicati al rock, l’arrivo dei social e la possibilità di creare altre vite. Audrey si inventa una realtà che non vive, con tanto di amici e un fidanzato; tutti profili creati, controllati e animati da lei. La tragedia del Bataclan rappresenta così la possibilità di sperimentare le abilità acquisite ma soprattutto rappresenta l’emancipazione definitiva dalla solitudine e l’unione a una comunità, quella delle vittime. Bellissima da questo punto di vista l’atmosfera della scena à la Kurt Weil – le musiche sono di Fabio Antonelli e le liriche (come la drammaturgia) dello stesso regista: la canzone con la quale viene raccontata l’azione dei terroristi fa da contrappunto allegro alla strage e Claudia Marsicano la canta immobile, come una perfetta Milva dei nostri giorni.

I fatti della strage colpiscono Audrey, la quale studia tutto quello che c’è da sapere fino a quando entra a far parte dell’associazione delle persone sopravvissute, è questa la nuova vita che si è creata. Da qui a lavorare come volontaria di ascolto e a chiedere i benefici economici spettanti alle vittime il passo è breve. La aspetterà il carcere, lo sapevamo, però il racconto finale di Paolocà comincia con Marsicano che scende dalla platea del Teatro Vascello e si dirige verso il palco: ora Audrey è pronta finalmente a rientrare nel Bataclan; ascolteremo la canzone che il gruppo americano cantava durante l’attacco dei terroristi, vedremo il primo piano di Jesse Hughes commosso e poi i messaggi che impietosamente smascherano la protagonista.

Audrey non esiste, ma sono esistite tante Audrey, piccole e grandi false vittime che hanno avuto il bisogno di utilizzare le emozioni trasmesse dalla tragedia per migliorare la propria vita: “non si vuole uscire da qualcosa di così forte” è una frase pronunciata da una di queste persone, come viene spiegato alla fine dello spettacolo nei titoli di coda. C’è dunque, alla base, un bisogno di vita, l’avvistamento di una possibilità di mettere fuori la testa dalla propria solitudine e cercare un’appartenenza. Emanuel Carrère in V13 dedica al caso un paragrafo intitolato La mitomane del Bataclan – una delle storie che hanno contribuito a creare la protagonista dell’opera di Paolocà -, la donna, realmente esistita nel libro viene chiamata Flo e ha ricevuto dallo stato 25 mila euro come indennizzo; verrà processata per truffa e condannata a quattro anni di carcere. Il presidente dell’associazione delle vittime, scrive Carrère, «ha sporto querela, ma lo ha fatto con un pizzico di rammarico perché Flo gli piaceva e, dice, perché quella donna consumata dalla solitudine aveva trovato nel loro gruppo di sopravvissuti i primi veri amici della sua vita».
Andrea Pocosgnich
Teatro Vascello, Romaeuropa Festival, Ottobre 2025
Prossime date in calendario tournée
20-21 febbraio 2026 Il Dialma, La Spezia
6-7 febbraio 2026 Teatro Florida, Firenze
27-29 marzo 2026 Teatro Fontana, Milano
LA DIVA DEL BATACLAN
Regia, drammaturgia e liriche Gabriele Paolocà
con Claudia Marsicano
e con Gabriele Correddu
musiche originali Fabio Antonelli
scene Rosita Vallefuoco
luci Martìn Emanuel Palma
drammaturgia fisica Carlo Massari
video Luca Brinchi e Gabriele Paolocà
progetto audio Niccolò Menegazzo
costumi Anna Coluccia
aiuto regia Marco Fasciana
tecnica Chiara Zaffiro
assistente volontario Matteo Libertucci
ufficio stampa Antonella Mucciaccio
si ringrazia per le traduzioni Marco Chenevier
produzione Cranpi, SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Romaeuropa Festival
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura, Regione Lazio
con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt), Comune di Sansepolcro e Teatro Biblioteca Quarticciolo











