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LA STORIA È QUESTA. IL PROCESSO DI GIOVANNA D’ARCO (di T. Cremisi e C. Valerio, regia L. Ferracchiati)

Questa recensione fa parte di Cordelia di novembre 25

Foto Ivan Nocera

All’inizio la sensazione di “un’operazione da Stabile”: una figura buona ai dibattiti d’oggi (Giovanna d’Arco), due nomi editoriali alla drammaturgia (Chiara Valerio e Teresa Cremisi, che adattano la traduzione che la seconda ha compiuto degli atti processuali), la scelta d’un regista che coi fatti (studio, ricerca e la capacità di leggere i testi per riscriverli in scena) ha mostrato di meritare e reggere la grande platea (Liv Ferracchiati). Insomma, avete visto? Il Nazionale è aperto alla scrittura extra-settoriale, sostiene il ricambio e – tra neo censure e contro-ribellioni democratiche – tratta l’odierno. Poi c’è il palco, che a me dice che il testo è come avesse un’eccedenza letteraria e che a mancare in scrittura è il corpo non come tema ma in quanto strumento teatrale, il corpo come posto in uno spazio, atto concreto, scontro non parlato ma agito. Qui interviene il regista. La pedana che taglia la sala (stretta cella da avanti-e-indietro, resa fisica della condizione in bilico di Giovanna, mezzo espositivo perché s’inneschi una tensione di sguardi-giudizi col pubblico); sul fondo pannelli bianco-neri da conflitto dicotomico; la lux divina è un taglio d’arte contemporanea (Ferracchiati vuole che lo spettacolo sia «un’installazione museale vivente»); quattro maxi-grammofoni tra angolo alto d’assito e palchetti da cui calano le voci sante (Caterina d’Alessandria, Michele, Margherita d’Antiochia) e d’inquisitore e soldati. Esito: l’orizzontalità della gladiatrice cinta dalla folla, la verticalità dell’essere umano alle prese col verticismo del Potere, cui si rivolta guardando al cielo. E poi l’attore e l’attrice. Riccardo Goretti è il cronista, media in platea con interazione diretta, colloquialità ironica, rimarco dei passi salienti. Che bravo. E Caterina Tieghi. Ammirata già in Sarabanda, in cui teneva il livello di Renato Carpentieri, Alvia Reale ed Elia Schilton, per intenderci. Lo spettacolo è in lei. Per la lotta compiuta pestando i centimetri che le toccano; per la degradazione che l’agguanta (il mento al petto, le schiena piegata, i capelli che sfuggono all’ordine dicendone la fatica). Fino ai passi lenti in armatura smagliante, e cioè protetta da un’idea che la smaterializza e l’illumina, con cui va a un martirio che l’arde di luci freddissime. (Alessandro Toppi)

Visto al Teatro Mercadante: di Teresa Cremisi, Chiara Valerio; con Caterina Tieghi, Riccardo Goretti; voci di Giovanni Battaglia, Gennaro Di Biase, Laura Marinoni, Anna Coppola, Nicola Conforto, Francesco Roccasecca, Rosario Sparno; scene e luci Simone Mannino; sound designer Giacomo Agrifili; costumi Gianluca Sbicca; auto regia Piera Mungiguerra; produzione Teatro di Napoli-Teatro Nazionale

Cordelia, novembre 2025

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Alessandro Toppi
Alessandro Toppi
Alessandro Toppi è critico e giornalista napoletano. Scrive prima per il Pickwick, di cui è fondatore e direttore fino al 2022. Dal 2014 è redattore per Hystrio, dal 2019 scrive per le pagine napoletane de la Repubblica e dal 2020 è direttore de La Falena, rivista semestrale di cultura e teatro promossa dal MET di Prato. Negli anni suoi interventi, prefazioni, postfazioni e approfondimenti sono comparsi in varie pubblicazioni. Del 2024 la curatela condivisa con Maria Procino del volume Tavola tavola chiodo chiodo… Il teatro di Eduardo nello spettacolo di Lino Musella edito dalla redazione napoletana de la Repubblica.

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