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La compagnia della montagna. Oltre di Fabiana Iacozzilli

Recensione. Oltre è il nuovo spettacolo di Fabiana Iacozzilli, visto al debutto al Teatro Vascello di Roma per Romaeuropa Festival 40, prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria (in coproduzione con Cranpi e Fabbrica dell’Attore). Poi in tournée a Genova, Firenze, in Umbria, a Lugano, Palermo, Milano.

Foto Gianluca Pantaleo

Nella scena progettata da Paola Villani per Oltre di Fabiana Iacozzilli, il nero palco del Teatro Vascello di Roma è illuminato appena dalle luci di Raffaella Vitiello; a far da sfondo troneggia la carcassa di un aereo, relitto sventrato, diroccato, spento, ma su cui campeggia, in una grafia tremante e quasi lugubre, la scritta «FUERZA». Disseminati in terra i resti del suo interno: sedili divelti, contenitori di fortuna, valigie, un pallone da rugby, tutto in scala di grigi. La fusoliera si spaccherà a metà, aprendolo alla visione in due sezioni, un rifugio dove ancora crescono piante non rase al suolo dal gelo.
13 ottobre 1972. Un volo da Montevideo diretto a Santiago del Cile precipita nel mezzo della Cordigliera delle Ande, uno dei luoghi più aspri e remoti del globo, che nei mesi invernali raggiunge temperature ben oltre i 30 gradi sottozero. A bordo un’intera squadra di rugby e alcuni famigliari: 29 i sopravvissuti allo schianto, 16 quelli che torneranno a casa, a un’Itaca che non sarà mai più la stessa.
Stampato negli annali dei più tragici, il disastro è stato eternato da numerosi libri e documentari e ben tre film di fiction a raccontarne le vicende (Supervivientes de los Andes di René Cardona 1976; Alive di Frank Marshall, 1993 e La sociedad de la nieve di J.A. Bayona, 2023).

Foto Cosimo Trimboli

Ma per Fabiana Iacozzilli – che per la seconda volta dopo Il grande vuoto si affianca alla dramaturg Linda Dalisi – l’avventura del volo 571 diviene un pretesto per scendere a fondo nell’intimo più radicale, l’odissea interiore di un gruppo di persone ridotto a campione per un crudele esperimento su resistenza e sopravvivenza. Seguiamo la semina e la raccolta di una speranza che molto somiglia alla fede ma che non potrebbe essere più laica, concentrata com’è su quel nesso delicato che unisce animalità e umanità, reso quasi impercettibile ma cruciale in certe disperate emergenze.
Schivando, come si farebbe durante una partita di rugby, la placcata del documentario retorico o dell’omaggio a un immaginario del disaster movie ben ancorato alla retorica dell’essere umano-eroe, Iacozzilli e Dalisi hanno compiuto innanzitutto un viaggio: hanno visitato i luoghi a valle della tragedia, come il museo eretto a Montevideo dove si può sperimentare per 72 secondi il freddo sopportato dai superstiti per 72 giorni; hanno ascoltato le voci di chi a casa ha ricevuto la notizia della perdita di un famigliare come di chi ce l’ha fatta e che ricorda ora l’episodio come un’epica dell’amicizia e della resilienza, incarnata in un corpo che è sfuggito al peggiore (e forse ancora unico) tabù. E ora – come già in altre creazioni di Fabiana Iacozzilli, uno su tutti La Classe – queste voci sono le uniche protagoniste della narrazione, unite alla dimensione intima della lettura dei sopratitoli e all’animazione di pupazzi.

Foto Gianluca Pantaleo

L’artista Alberto Giacometti una volta disse: «Faccio scultura per mordere nella realtà, per difendermi, per nutrire me stesso». E il risultato sono quelle sue sculture in cui la pelle umana pare arsa, esposta agli elementi del gelo o del fuoco, martoriata da misteriosi agenti atmosferici che scarnificano, smagriscono, rendono filiforme la massa umana che deve attraversare il mondo.
E così sono questi pupazzi a grandezza naturale progettati dalla stessa Villani, rimasugli coriacei di un’umanità che pare passata di grado. La loro materia, pallida ed emaciata, le orbite nere dove a tratti sembra riverberare un lume, è al contempo rocciosa e lieve: solo due sono inerti, già imbalsamati dal ghiaccio, gli altri con leggerezza si lasciano flettere, ruotare, chiudere, aprire e finanche si abbandonano al destino di perdere pezzi, di cedere lembi e giunture al sacrificio per salvare i compagni. E, così facendo, salvare se stessi.

Foto Cosimo Trimboli

In questo apologo sull’amicizia e sul vuoto, i corpi dei protagonisti non avrebbero potuto essere quelli di attori o danzatori, obbligati a rappresentare a gesti un tipo di consunzione fisica ed emotiva forse impossibile da non inchiodare alla retorica dell’imitazione. Quasi a omaggiare il dialogo filosofico Sul teatro di marionette di Heinrich von Kleist, è qui che il teatro di figura giunge appunto a fornire un estremo soccorso: figurare non è rappresentare, è piuttosto additare a un altrove misterioso dove crediamo che ciò che è morto possa risvegliarsi, respirando il soffio di vita del manovratore. In Oltre ad animare non sono artigiani del gesto cresciuti dentro a una tradizione così antica, universale e per questo variegata. Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli compongono un gruppo eterogeneo di perfomer, un blend non univoco di corporature, stili e qualità di gesto e di presenza, selezionato dalla regista quasi a creare una comunità temporanea che deve vedersela con la convivenza in scena, con la creazione di una sinergia e di un respiro comune, e dunque pure con la lotta per padroneggiare un linguaggio così complesso e primordiale che quasi sembra una scuola per imparare a vivere.

Foto Cosimo Trimboli

Se dunque a un primo sguardo ci punge l’idea che, in mano ad artisti navigati e che abbiano davvero incorporato questa tecnica, un lavoro così profondo e gravido di senso potrebbe davvero esplodere in un’esperienza memorabile, ci apriamo poi a una lettura più sottile che affronta l’utilizzo della figura con sguardo più laico. Qualche sporcatura o ingenuità, qualche mancata fluidità del movimento risultano infine giustificate dalla premessa drammatica dello spettacolo. Le fronti imperlate di sudore contrastano con il bianco della materia del fantoccio; la di lui assenza d’espressione guarda la concentrazione corrugata degli umani. In una relazione tra manovratore e pupazzo non sempre rigorosa per chiarezza, il labour profuso in scena da attrici e attori cita lo sforzo impiegato dai sopravvissuti per mantenere vivo un calore almeno umano, antidoto alla scarnificazione bioetica paventata dalla soluzione del cannibalismo, che infatti perde centralità (che rischierebbe di sfiorare la pornografia) e viene risolta in un montaggio fisico sintetico e poetico.

Foto Cosimo Trimboli

L’uscita di maschera (o l’entrata in maschera?) di Evelina Rosselli a leggere una lettera di epilogo rappresenta un cambio repentino e potenzialmente pericoloso per l’integrità del linguaggio scenico, sfumato però con un evocativo segmento d’azione che sorprende il pubblico: Canessa e Parrado incedono caparbiamente, condotti da quel gesto umano che è “spirto guerrier che entro rugge” e che in definitiva li salverà. Facendo di noi la comunità che sta “oltre”, di là dall’ultima montagna, ad accogliere e abbracciare ciò che è rimasto.

Sergio Lo Gatto

Teatro Vascello, Roma – per Romaeuropa Festival 40, novembre 2025

OLTRE
Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande

ideazione e regia Fabiana Iacozzilli
drammaturgia Linda Dalisi e Fabiana Iacozzilli
con Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli
scene e progettazione puppets Paola Villani (premio Hystrio-Altre Muse 2025)
musica e suono Franco Visioli
luci Raffaella Vitiello
cura dell’animazione Michela Aiello
aiuto regia Cesare Del Beato
assistenti alla regia volontari Matilde Re e Francesco Savino

con le testimonianze di Roberto Canessa, Beatriz Echavarren, Roy Harley, Soledad Inciarte, Susana Danrée de Magri, Ana Ines Martínez Lamas, Juan Pedro Nicola, Alejandro Nicolich, Gabriel Nogueira, Claudia Pérez del Castillo, Eduardo Strauch, Teresita Vásquez, Gustavo Zerbino
traduttrici e interpreti Virginia Gramaglia, Diana Da Rin

produzione Teatro Stabile dell’Umbria
in coproduzione con Cranpi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
con il sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival
con il sostegno del Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna L’arboreto – Teatro
Dimora | La Corte Ospitale, Teatro Biblioteca Quarticciolo
con il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo
un ringraziamento a Fivizzano27 e al comune di Gubbio
un ringraziamento speciale a Biblioteca Nuestros Hijos

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Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto, PhD è giornalista, critico teatrale e docente universitario. È stato consulente alla direzione artistica per Emilia Romagna Teatro ERT Teatro Nazionale dal 2019 al 2022. Attualmente è ricercatore presso l'Università degli Studi Link di Roma. Ha insegnato all'Alma Mater Studiorum Università di Bologna, alla Sapienza Università di Roma e insegna al Master di Critica giornalistica e di Drammaturgia dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" e a Officina delle Arti Pier Paolo Pasoloni a Roma. Collabora alle attività culturali del Teatro di Roma Teatro Nazionale e con Dominio Pubblico. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica e collabora con Rai Radio3, dove cura e conduce la trasmissione "Teatri in Prova". Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per La Falena, Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato e curato diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove ha diretto la rivista online Conflict Zones Reviews. Insieme a Debora Pietrobono, è curatore della collana LINEA per Luca Sossella Editore e ERT. Tra le pubblicazioni, ha firmato Abitare la battaglia. Critica teatrale e comunità virtuali (Bulzoni Editore, 2022); con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3 (Editoria&Spettacolo, 2018), con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), oltre a diversi saggi e articoli scientifici su teatro e arti performative.

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