La messa in scena di Ubù, Re Scatenato con la regia di Emanuele Conte coincide con i 50 anni di storia del Teatro della Tosse. Un articolo tra passato e presente.

«A volte mi pare che i fondatori del Teatro della Tosse siano stati cento, mille, forse diecimila. Forse tutta la città.» Così dice Emanuele Conte, regista residente e presidente della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse, nonché figlio di quel Tonino Conte che, insieme a Emanuele Luzzati, Aldo Trionfo e molte altre personalità, fondò nel lontano 1975, su in Salita della Tosse, il teatro che da essa prese il nome. Cento, mille, forse diecimila, perché effettivamente furono molte le persone che collaborarono strettamente nell’attività del teatro nel corso dei suoi lunghi cinquant’anni di vita, al punto che pare che tutta Genova abbia in qualche modo dato il proprio contributo a questo “teatro della città, teatro dei genovesi”.
«Il Teatro della Tosse nasce come un gesto di rottura eccentrico» rispetto tanto al ruolo del Teatro Stabile, sotto la direzione di Ivo Chiesa dal 1955, quanto in relazione alla scena avanguardistica e sperimentale. Il Teatro della Tosse era esterno a questa dicotomia, era altro, fuori da ogni coro, attestando questo orientamento diverso prevalentemente per mezzo della sua attività. Un antagonismo, dunque, che non era veramente tale, come ha ricordato Maria De Barbieri, tra i fondatori della Tosse e compagna di Tonino Conte per oltre quarant’anni: nel ricevere il Premio Ivo Chiesa, ha parlato con affetto del Teatro Nazionale di Genova, definendolo “caro nemico”.

Sorto dalle ceneri della Borsa di Arlecchino (locale culturale attivo dal 1957 al 1962 che aveva la propria sede in uno scantinato di via XX Settembre, sotto la Borsa Valori), dal Centro Teatrale Universitario (CUT) e dalla varietà della scena off, il Teatro della Tosse mette le proprie radici a partire dalla cooperativa “Gruppo Teatrale TEATROUBU”, di cui rappresentante legale e amministratore era Tonino Conte, che nel giro di pochi mesi trovò sede presso una sala in Salita della Tosse n. 2. Per partecipare alla vita culturale del neonato “Centro Culturale Teatro della Tosse” era necessario sottoscrivere un abbonamento da 500 lire, che vede figurare tra i primi associati Oscar Prudente, Eugenio Buonaccorsi, Emanuele Luzzati, Gianfranco Bruno, Pietro Favari, Aristo Ciruzzi e Claudio Bertieri.
Il Centro esordisce sulle scene l’8 ottobre con l’Ubu Re di Jarry per la regia di Tonino Conte e con le scene di Emanuele Luzzati. È dunque nel segno della continuità con lo spettacolo inaugurale che Emanuele Conte riporta sulle scene la figura di Ubu, in Ubù, re scatenato, che fonde insieme due testi di Jarry tratti dalla saga di Ubu, ovvero l’Ubu Re e l’Ubu incatenato, che vedono il protagonista passare dall’essere sovrano a schiavo. L’obiettivo principale di Conte è creare un forte dialogo tra presente e passato: la figura di Ubu si articola per mezzo di uno sdoppiamento in un Padre Ubu e una Madre Ubu, di ieri e di oggi, in un gioco dicotomico di opposti, tanto caro alla produzione della Tosse, che non esita a portare sulla scena guardie e ladri, magri e grassi, sante e prostitute, e che, soprattutto, tenta di coinvolgere grandi e piccini, riservando a questi ultimi un’attenzione particolare con la sua rassegna di teatro ragazzi.
Questa oscillazione tra presente e passato si riflette anche nel corpo attoriale, un cast di attori storici della compagnia del Teatro della Tosse al cui interno vengono integrati nuovi e giovani talenti, due diverse generazioni portate a dialogare tra loro e immaginarsi Ubu ai giorni nostri, alle prese con il politically correct, per quanto sia una maschera che di corretto ha sempre avuto ben poco. I tempi cambiano, gli anni passano, ma la ferocia e la vena violenta che animano Ubu sono più vivi e veri che mai, riflessi nelle facce dei leader politici di oggi.

In una scenografia dove spicca nella sua centralità una catasta di mobili in un’alta pila, Padre Ubu e Madre Ubu complottano per allungare le proprie dita rapaci sul regno di Polonia, governato da re Venceslao. L’ingordigia degli Ubu è palpabile a occhio nudo, a partire dai corpi esagerati e abbondanti delle due maschere, che tradiscono la natura vorace del desiderio di potere. Ucciso Venceslao, l’unico figlio sopravvissuto del re promette di vendicare il padre, mentre il regno di Polonia, nelle luride mani di Padre Ubu, va lentamente a rotoli. Il figlio di Venceslao riesce a riconquistare la corona e, così sembrerebbe, a uccidere Padre Ubu. Ma l’erba cattiva non muore mai, ricorda il detto, e infatti ecco i due Ubu in fuga verso la Francia, dove decidono di farsi schiavi al servizio dei borghesi. Eppure, nella schiavitù autoimposta, si fa strada una vena tirannica che permette loro di disporre dei propri padroni come meglio credono. I due racconti trovano una propria cornice nel formato dell’intervista ai due protagonisti, che verso la fine prevalgono sulla stessa presentatrice, fino ad allungare lo sguardo famelico sul pubblico in sala, fuoriuscendo dal palcoscenico e invadendo la sala per circondarlo.
La rottura della quarta parete, come in questo caso, è una delle cifre stilistiche della produzione tossesca che, spesso e volentieri, ricerca un contatto tra attori e pubblico, oltre la rigidità di una fruizione frontale e separata. Anche l’approccio ai generi tende a mescolare le linee di distinzione tra una categoria e l’altra, in una ibridazione che genere qualcosa di vivo, di nuovo e pulsante. C’è una forte volontà di rinnovarsi per stare al passo con i tempi, come un serpente che fa regolarmente la muta, pur mantenendo un filo rosso con il passato, a quell’Ubu assunto a “santo protettore” che, con la sua irriverenza poetica e politica, nutre l’anima “ribelle” e nomade della Tosse.
Nomade, appunto, perché inizialmente la Tosse ha faticato a trovare una propria sede. Dopo due stagioni nella sala originaria, si fa vagante: dal manicomio di Quarto, al teatrino del dopolavoro dell’Enal, al cinema Garibaldi, fino all’Alcione, vecchio cinema-varietà in via Canevari, che resterà un punto di riferimento dal 1979 fino allo sfratto del 1985. Il periodo all’Alcione si caratterizza per l’apertura alle grandi produzioni internazionali, una specificità che nella programmazione attuale si trova perlopiù traslata nell’anima della rassegna di danza Resistere e Creare, giunta alla sua decima edizione.
Dopo aver perso l’Alcione, il Teatro della Tosse dovrà ancora vagare, ape in fiore che si sposta di sede in sede, prima di trovare dimora fissa con la ristrutturazione del complesso di Sant’Agostino, il primo spazio multisala in Italia. Le sale in questione sono tre, e aprono in momenti diversi al pubblico: la prima è la Dino Campana nel 1987, seguita dall’Agorà e infine dall’Aldo Trionfo nel 1993. Luzzati ristruttura anche un capannone dietro Stradone Sant’Agostino, facendone un laboratorio per la produzione di scenografie.

Ad oggi, il Teatro della Tosse non solo conta le tre sale del Sant’Agostino, ma comprende nel suo nucleo anche il Teatro del Ponente con sede a Genova Voltri, il capannone-laboratorio di Luzzati (ora parzialmente convertito a spazio multifunzionale), la sartoria e, durante la stagione estiva, si avvale degli spazi forniti dal Parco Storico Villa Duchessa di Galliera. Ciò esprime una tendenza che si è manifestata fin dagli anni Settanta e Ottanta, cioè la volontà di portare il teatro fuori dal teatro. Sono esplorati spazi non convenzionali che lasciano piede alle due grandi esperienze del 1989 e 1990 che si insediano a Forte Sperone di Genova e nel borgo di Apricale. Degna di nota, in questo contesto, è la messinscena dei Persiani di Eschilo nei capannoni dell’Ansaldo alla Fiumara.

L’allestimento teatrale fu curato da Emanuele Conte, figura che insieme al direttore Amedeo Romeo e a Marina Petrillo (direttrice artistica della rassegna di danza Resistere e Creare) vanno a costituire l’anima del Teatro della Tosse. Eredi di quei fondatori degli albori di cui mantengono lo spirito e gli stilemi, curano l’attività del teatro favorendo il confronto artistico all’interno di un dialogo vivo e volto tanto a preservare la natura intrinseca della Tosse quanto ad aprirla a un cambiamento che sorge da istanze interne ed esterne.
Formicaio brulicante di un perenne lavoro sotterraneo, il Teatro della Tosse cerca infatti di rispondere alle esigenze di una società, di una città soprattutto, che è profondamente mutata rispetto a cinquant’anni fa. È la sfida maggiore che si troverà ad affrontare negli anni a venire, quella di lottare per restare attuale e incuriosire il pubblico, nonché garantire una maggiore accessibilità con prezzi “popolari” alla programmazione nelle sue sale.
La nomination nella sezione Premi Speciali del Premio Ubu 2025 per i suoi cinquant’anni di attività riconosce il prestigio dietro le operazioni portate avanti dal Teatro della Tosse. Per il prossimo mezzo secolo ci si augura che, rimanendo fedele alla sua vocazione, continui a farsi esempio di libertà e innovazione nel panorama genovese, approdando a nuovi lidi e sviluppando nuovi immaginari. Per un teatro libero, aperto, giocoso e seducente, che non ha paura di sbordare dai confini prestabiliti e di chiamare a gran voce un pubblico distratto dalla valanga di stimoli a cui è sottoposto, ma ancora sensibile al fascino della scena.
Letizia Chiarlone
Ubu, Rè Scatenato
CREDITI
drammaturgia e regia Emanuele Conte
con Ludovica Baiardi, Enrico Campanati, Pietro Fabbri, Susanna Gozzetti, Antonella Loliva, Sarah Pesca, Marco Rivolta e Marco Taddei
scenografia Emanuele Conte
costumi Daniéle Sulewic e Daniela De Blasio
disegno luci Andrea Torazza
regista assistente Alessio Aronne
scenografo assistente Luigi Ferrando
oggetti di scena e assistente scenografia Renza Tarantino
macchinisti Fabrizio Camba, Marco Lubrano, Amerigo Musi
elettricisti Davide Bellavia, Matteo Selis
fonico Massimo Calcagno
attrezzista Mara Giordo
direzione tecnica Roberto D’Aversa
assistente ai costumi Marta Balduinotti
sarte Rocio Orihuela Perea e Viviana Bartolini
stage Denise Stuppia
produzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse











