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GIOCASTA (di e con Michela Lucenti)

Questa recensione fa parte di Cordelia di novembre 25


Dopo un frullato/centrifuga color del sangue (ma tutto intorno è rosso, ossessivamente rosso negli oggetti come nell’abito, e allora riemerge con forza il ricordo della Medea di Carlotta Ikeda via Pascal Quignard) parte una lunga seppur intermittente telefonata (Enni súbito richiama alla mia memoria La Voix Humaine di Cocteau). Telefonate di un tempo: cornette inseguite dal filo. L’amore senza le barriere dei nomi correva anche così, accucciati in un angolo per non condividere (e compromettere) tanta intimità. Parole in attesa della carne. Ma le parole delle memorie che restano, il dire anche affrettato di tanta passione, senza macchia che possa dirsi colpa, il riconoscere libero quell’amore dallo stigma, sono sempre in grado di sciogliere qualsiasi enigma. Nasce sempre già tutto negli occhi, che se ne riempiono (e acciecano) e poi la voce (che è canto) come ultima testimone: chi non lo capisce non agisce nella verità. Perché ogni richiesta di integrità morale che deplora e censura è dei prezzolati accumulatori di potere, manipolatori di professione che distruggono la città. In questa Giocasta post-tebana, matura e innamorata, inquieta eppure risoluta, madre di figli di suo figlio (che rotolano come pietre anche giù dal palco: benedetta pendenza dei teatri all’italiana), e che danza e canta e piange e grida con pari abilità, Michela Lucenti di Balletto Civile affronta un vero e intenso agone performativo. Alle spalle in una penombra incolore un Edipo accecato seduto o in piedi sulla bianca tazza di una latrina nella quale si è cacciato come forse un’ultima prigione. È Thybaud Monterisi che amplifica distorce e riscrive nel canto con vera sagacia e nuova bellezza il ruolo di Edipo. Vista al Teatro San Giorgio di Udine, per la stagione del CSS, questa trascinante Giocasta ci insegna che amore è felice inciampo, e salutare caduta, e liberazione dal giogo di ogni potere. Fino alla conclusiva cattura nel nero, e la geniale trouvaille di brani pieni di rabbia del gruppo indie italiano anni 60, The Blackmen, tra cui L’Urlo Negro: la schiavitù colora i cuori e le menti, non la pelle. (Stefano Tomassini)

Visto al Teatro S. Giorgio. Regia coreografia e interpretazione Michela Lucenti assistente alla creazione Maurizio Camilli sguardo Balletto Civile scene/luciluci Stefano Mazzanti e…interlocutore sonoro dal vivo Thybaud Monterisi
produzione Balletto Civile in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT Teatro Nazionale nell’ambito di CARNE Focus di drammaturgia fisica con il sostegno di Orbita|Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza e Ministero della Cultura

Cordelia, novembre 2025

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini
Insegna studi di danza e coreografici presso l’Università Iuav di Venezia. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar (NYC); nel 2010 Scholar-in-Residence presso l’Archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e nel 2011, Associate Research Scholar presso l’Italian Academy for Advanced Studies in America, Columbia University (NYC). Dal 2021 è membro onorario dell’Associazione Danzare Cecchetti ANCEC Italia. Nel 2018 ha pubblicato la monografia Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell’impossibile (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi.

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