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Daniele Spanò. La caduta dell’immagine

Daniele Spanò, artista visivo, regista e scenografo, mi aspetta all’ingresso di Lasciami cadere, la mostra allestita al Centro Internazionale d’Arte Contemporanea Sala 1, a Roma, dove sarà fino al 24 gennaio 2026. Ne è nata l’occasione per discutere di creazione artistica, rappresentazione, analogie e differenze tra arte e teatro. Intervista

0 – Natura quasi morta – 2025 Ph Daniele Spanò

Quando si entra nello spazio espositivo Sala 1, dov’è allestita la tua mostra Lasciami cadere, c’è subito un’immagine apparentemente banale: degli alberi caduti o semicaduti in un bosco, alla nostra destra. Quella immagine, che porta lo stesso nome dell’intera mostra, accoglie nello spazio espositivo. Perché si trova lì e che cosa rappresenta?

Quella è l’unica immagine diretta in mostra, l’unica che racconta sé stessa, ma non per la fotografia in questione – non mi occupo di fotografia come artista – è invece la testimonianza di un evento che c’è stato nel 2018, la tempesta Vaia che ha sconvolto Trentino e Veneto, abbattendo milioni di alberi. Ero lì per lavoro e passeggiavo in montagna, quando mi sono soffermato su questa immagine che è la linea di confine tra gli alberi che sono caduti e quelli che sono rimasti in piedi. Rimango emozionato da questa immagine che trovo estremamente commovente, perché c’è dentro il sostegno, la capacità di chi rimane in piedi di accogliere qualcosa che cade. Inoltre c’è una grande ambivalenza tra la fragilità della natura e allo stesso tempo anche la sua irruenza. Questa immagine quindi mi è rimasta nella memoria per anni e ha generato tutti i lavori in mostra che sono del 2024 e del 2025, a partire da una domanda: che cos’è la caduta? A volte è una necessità, ma può essere invece una richiesta di aiuto.

Quello che c’è stato nel mezzo tra il 2018 e il 2025 è stato ed è determinante per gli equilibri dell’intero mondo: sono scoppiate due guerre pesantissime, c’è stata l’esperienza della pandemia e trovo che questa mostra che parla esplicitamente di equilibrio, di precarietà, abbia anche molta relazione con la condizione in cui siamo stati in questi anni. Lo stesso titolo, Lasciami cadere, fa sembrare che ci sia qualcuno a parlare, a dire “Lasciami cadere”. C’è qualcuno o qualcosa che parla? Soprattutto: a chi si rivolge? Lo sta chiedendo a qualcuno o a qualcosa?

Lasciami cadere racchiude sicuramente una complessità: il grido di aiuto dell’immagine che urla la sua richiesta di poter cadere, di potersi resettare. Il contesto storico che descrivi rimanda chiaramente alla fragilità, ma in questo specifico caso l’urlo che sento è proprio quello dell’immagine. Negli ultimi anni, da quando l’intelligenza artificiale si è imposta nel panorama della creazione, mettere un’immagine in più al mondo mi crea sicuramente degli spunti di riflessione. Mi interrogo se sia ancora necessario, quale ne sia ancora il valore oggi, che cosa sia la rappresentazione, nel momento in cui la riproduzione di immagini tramite algoritmi raggiunge una perfezione formale a cui è impossibile avvicinarsi.

I Capuleti e i Montecchi – Regia Andrea De Rosa

Proprio l’immagine ha un rapporto molto difficile oggi con la verità, per quello che tu stesso hai evidenziato. Le immagini che tu hai portato in mostra, riflesse, negate, nascoste, che rapporto hanno con quella verità riflessa, negata, nascosta?

Questo è proprio il centro del discorso. Io cerco di avere un rapporto di verità con lo spettatore; per esempio, in Autoritratto, dove c’è una gru che sostiene un monitor, il monitor riproduce l’immagine del mio autoritratto sulla parete; la distanza tra il monitor e la parete è minima, non si riesce quasi a intravedere il ritratto dentro; io comunico allo spettatore che lì dentro c’è il mio autoritratto, anche se non può vederlo. L’opera si compie quindi solo attraverso un atto di fiducia. E questo può succedere solo attraverso la condivisione di uno spazio. Per quello le mie opere, in cui l’immagine non è direttamente visibile, sono opere che hanno un rapporto forte con lo spazio, come se fossero sculture, perché l’effimero viene tenuto da oggetti che hanno un peso, una gravità, che occupano lo spazio, e che hanno la forte necessità di relazionarsi con lo spazio che le circonda.

Non lasciarmi cadere
Natura morta con un lume di speranza-
2025 – Ph Daniele Spanò

A riguardo mi viene in mente un’altra parola chiave che emerge, la parola “ambiguità”. Cosa c’è nello spazio ambiguo? A mio avviso è lo spazio dello scarto in cui si determina l’ironia. E forse la domanda è più questa. Quanto c’è di ironico? Cos’è ironico all’interno del tuo percorso artistico?

L’ironia ha sempre fatto parte dei miei lavori, anche se in questa mostra non è forse palese nell’oggetto in quanto tale, cioè nelle sculture, nelle installazioni. Qui lo scarto ironico è sicuramente con i titoli dei lavori, in precedenza invece ho lavorato anche tanto con oggetti palesemente ironici. Uno dei lavori propedeutici a questa mostra, che poi non ho esposto perché la ricerca si è spostata su altre direzioni, aveva una natura fortemente ironica: ricordi quel gioco della pipa di plastica in cui c’è da soffiare per far volare una pallina ca mezz’aria? Ho forzato quel gioco con la tecnologia inviando aria continuamente nella pipa attraverso un compressore e mantenendo quella pallina costantemente in sospensione. Se si toglie la possibilità di cadere, qualsiasi gioco, qualsiasi esperimento o creazione, qualsiasi voglia di esprimersi e di raccontare, o di raccontarsi, diventa noiosa. Nel caso delle opere presenti in mostra invece l’ironia, come dicevamo, è direttamente legata a titoli come Natura quasi morta o Natura morta con un lume di speranza, sono insomma i nomi delle categorie storicizzate della rappresentazione – paesaggi, nature morte, ritratti, autoritratti. Categorie di cui, nonostante l’avvento dell’AI facciamo fatica a liberarci.

Ancora tempesta – Regia Fabrizio Arcuri

Mi torna ancora più forte questo Lasciami cadere: l’immagine che urla, che grida “Lasciami cadere”, sta dicendo forse “Fai in modo che io cada perché possa rompermi, deflagrare e così mostrarmi”, perché questa negazione dell’immagine alla fine diventa un po’ un controsenso rispetto al volere, alla vocazione che l’immagine ha di dimostrarsi, di farsi vedere intera, nella sua perfezione formale da un lato e dall’altro nella sua ferita nascosta, che la rende più vicina alla verità.

Assolutamente condivisibile, del resto uno dei lavori in mostra, Natura morta, è una pietra che si sostiene in uno stato di equilibrio molto precario con il terreno, una pietra di travertino romano di cui il lato prezioso, seminascosto, dove ho applicato una foglia d’oro 24 carati, si rivela solo riflettendosi in uno specchio: il lato che sta cadendo, che si sta rompendo, è il lato prezioso, fragile. E allora forse sì, abbiamo bisogno di fare questa caduta per ricominciare, per spostarci da comfort zone, da immagini di cui ancora non riusciamo a liberarci.

Natura morta – 2025 Ph Daniele Spanò

Forse la tecnologia, mi fai pensare, non libera perché impedisce l’errore, lo limita e non permette dunque l’evoluzione attraverso l’errare, il vagare in un spazio ignoto, perché, se l’algoritmo si basa sui dati certi di un passato a cui uniformarsi, è già tutto troppo noto.

Errare chiaramente è perdersi, sbagliare; nella creazione artistica bisogna essere in grado di accogliere l’imprevisto e l’imprevedibile, anche se ciò, come in questa mostra, rende tutto profondamente in bilico, esprime un senso di tensione e anche di ansia, mantenendo proprio il rapporto con quella fragilità. C’è un’opera – Natura quasi morta – che si pone in relazione anche all’attualità storico-politica, la scultura di una piccola casa riprodotta in cemento armato, in bilico su dei piccoli piombi, incendiata da un riverbero; lì la fragilità è innegabile, mettendo l’opera in relazione con qualcosa che nel mondo c’è e non si può cancellare.

Questa opera rimanda anche al tuo lavoro con il teatro. Come cambia il tuo approccio relazionandoti con lo spazio in funzione della creazione artistica o entrando all’interno della creazione artistica collettiva? In quest’ultima devi presupporre che esistano altri elementi, come i desideri di un regista o degli attori e delle attrici sulla scena…

Questa è una domanda complessa, perché al di là del processo di sintesi che l’arte visiva si può permettere rispetto a un lavoro corale, la stessa sintesi è anche un condensato di ciò che poi emerge in teatro. C’è alla base un discorso di responsabilità che nell’arte è singola, mentre per la funzionalità della progettazione in teatro le responsabilità sono chiaramente condivise; poi dipende dai registi con cui si lavora: ho avuto la possibilità di accostare i miei due percorsi creativi perché in teatro sono stato spesso coinvolto più per un impianto installativo che scenografico. Nel teatro e nella danza però tutti gli oggetti e i linguaggi coinvolti sono sempre in relazione con il corpo dei performer, quindi tutto ciò che viene installato non è completamente autonomo e bisogna essere capaci di accogliere l’imprevedibile.

La ferocia – Regia Altamura/Paolocà

A proposito del teatro, ti faccio una domanda a la Marzullo: preferisci uno spazio da svuotare o uno spazio da riempire?

Ahahah allora, diciamo che quando riesco a non montare la quintatura e riesco a vedere il teatro vuoto sono felicissimo, mi piace vedere la verità che lo spazio racconta e poi entrarci con la rappresentazione, non serve la sovrastruttura perché c’è una convenzione in teatro: possiamo essere in qualsiasi spazio, possiamo essere nel vuoto e costruire aggiungendo anche piccole cose significanti, quindi direi che è un processo di addizione ma partendo dal vuoto. Alla fine l’ho fatto io Marzullo…

Ph Daniele Spanò – Ostudio

Restando allo spazio, tu hai lavorato con lo spazio fisico ma anche con quello virtuale. C’è una differenza sostanziale: nello spazio fisico finiscono gli oggetti concreti che poi hanno un peso effettivo all’interno della scena, mentre invece l’elemento virtuale hai più autonomia nel decidere di eliminarlo, dipende direttamente da te.

In teatro è molto che non mi occupo di virtualità, ma quando ho lavorato con le videoproiezioni è stato sempre con una prerogativa: il contenuto virtuale comunque doveva entrare in uno spazio reale. Nell’arte lo faccio maggiormente, perché mi interessa molto la componente effimera dell’immagine legata alla fisicità dell’oggetto; prendiamo ad esempio l’opera Doppio Ritratto: ci sono due ritratti di due persone, sorelle gemelle, su due schermi che quasi combaciano l’uno di fronte all’altro; qui entra in gioco quella ambiguità di virtuale e reale intrinseca nell’immagine digitale. Nell’ambito del digitale vedere due immagini identiche può far pensare a un clone, a una copia, mentre la scelta di inserire i videoritratti di due sorelle gemelle sposta il discorso sul paradosso della riproducibilità dell’immagine: ci sono due immagini apparentemente riprodotte che sono invece uniche, perché la loro verità intima, sia individuale che di relazione tra loro, è tutt’altro che una copia.

Ancora sul legame tra l’arte e il teatro: come differiscono la scelta e la lavorazione dei materiali in relazione ai due ambiti di creazione?

Abbiamo parlato prima di convenzione e in teatro, o almeno così ci hanno insegnato nell’accademia, non c’è bisogno di un materiale reale per raccontare il reale, stiamo nell’ottica di una rappresentazione in cui c’è un patto con lo spettatore; nell’arte visiva è completamente il contrario: c’è un oggetto che vive il mondo reale insieme a noi, non ci sono convenzioni, c’è un rapporto di uno a uno con l’opera e con la realtà. Ecco, tutto questo è talmente noioso che io spesso faccio il contrario: nel lavoro con il teatro, quando mi è possibile, trovo più interessante invertire questi paradigmi rispetto all’idea di rappresentazione, così ho sentito spesso la necessità di avere veri oggetti, ad esempio vasche di ferro pesanti che non si usano come tali, però suonano come il ferro e cadono come il ferro, per cui quando entrano a contatto con il corpo di un attore la fisicità di quell’oggetto è reale. Nella mia mostra invece c’è un oggetto teatrale che simula soltanto la sua pesantezza, ma attenzione: simulare non vuol dire eludere, vuol dire entrare in un codice che va condiviso e questo vale sia per la verità che per la menzogna.

La vegetariana – Regia Daria Deflorian

Einstein parlava di un equilibrio in funzione del movimento: per mantenere l’equilibrio ti devi muovere, fondamentalmente un po’ come succede con la bicicletta; eppure le tue installazioni stanno ferme: abbiamo contraddetto Einstein?

Ahahah ma certo, gli equilibri sono tantissimi, noi siamo in equilibrio in qualsiasi momento della nostra vita: ci sono equilibri statici, equilibri dinamici, anche un corpo che atterra è in equilibrio. È bello quando la fisica poi diventa poesia. La mia idea di equilibrio è la possibilità improvvisa di poter cambiare moto, di poter cadere in qualsiasi momento e che questo momento sia inaspettato: mi interessa che ci sia sempre, in potenza, un cambio di stato.

Simone Nebbia

Sala 1 – Fino al 24 gennaio 2026

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Simone Nebbia
Simone Nebbia
Professore di scuola media e scrittore. Animatore di Teatro e Critica fin dai primi mesi, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de "I Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa); ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo Rosso Antico (Giulio Perrone Editore)

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