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APRENDAN DEL FUEGO (Collettivo Pierre Menard)

Questa recensione fa parte di Cordelia di novembre 25

Al Nuovo Teatro Ateneo, una numerosa platea accoglie Aprendan del Fuego che, dopo l’anteprima al Centro Culturale M100 di Santiago, arriva a Roma per il suo debutto internazionale. Sulla scena, che da lì a poco si trasforma in uno spazio di esplorazione performativa, sonora e audiovisiva, l’unico oggetto illuminato è un manoscritto, che scopriremo essere il punto di partenza dell’indagine perseguita dal Collettivo Pierre Menard. Dalle pagine de La letteratura nazista in America e Stella distante di Roberto Bolaño, oltre che da materiali inediti, prende vita l’inchiesta documentaria su un personaggio controverso, Carlos Lehman, apparso negli scritti dell’intellettuale cileno con lo pseudonimo di Carlos Wieder. A condurla è Heidrun Breier – coadiuvata dalle composizioni sonore dal vivo di Roberto Collío e dalle installazioni audiovisive di Patricio Poblete -, le cui prime parole invitano lo spettatore a soffermarsi su una serie di immagini pittoriche e fotografiche, anticipando il cardine della ricerca. Nel tracciare il profilo del loro enigmatico autore, Lehman, un ufficiale dell’Aeronautica Militare cilena infiltratosi nei circoli di sinistra prima del colpo di stato del 1973, Aprendan del Fuego pone a ognuno di noi questioni fondanti la pratica artistica e la sua legittimità (è possibile separare l’opera dal suo autore?). E lo fa mediante un gioco di sovrapposizioni di voci e linguaggi, dove il ritmo incalzante dell’investigazione ci lascia, infine, inermi a fronteggiare la catastrofe interna di Carlos Lehman, macchiatosi di orrendi reati che ha fotografato e filmato. Un dipinto, un’opera fotografica possono essere la prova di un omicidio? Un mostro può produrre bellezza? ‘Es una mierda’, dichiara il Collettivo cileno Pierre Menard, chiedendo di addentrarsi, di andare a vedere cosa c’è oltre: ingrandire l’immagine (il blow-up antonioniano), e leggervi la meraviglia o l’abisso, quale atto di rivendicazione per la bellezza dell’arte e il rifiuto della violenza e del disumano. (Giusi De Santis)

Visto al Nuovo Teatro Ateneo.  Regia: Ítalo Gallardo Drammaturgia: Tomás Henríquez Con: Heidrun Breier Paesaggi sonori dal vivo: Roberto Collío Installazioni audiovisive: Patricio Poblete Luci: Francisco Herrera Co-produzione: Collettivo Pierre Menard e Espacio Checoslovaquia

Cordelia, novembre 2025

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Giusi De Santis
Giusi De Santis
Giusi De Santis si laurea con lode in Analisi del Film con una tesi su Luis Buñuel, presso la facoltà di Lettere della Sapienza Università di Roma, dove è stata cultrice della materia ‘Teoria e interpretazione del film’ - corso di Laurea in ‘Forme e Tecniche dello Spettacolo’ -, e dove approfondisce gli studi di metodologia e critica sia cinematografica che teatrale. Ha lavorato alla Fondazione Cinema per Roma per quattro edizioni del Rome Film Fest e per la Compagnia Leone Cinematografica nell’ambito del coordinamento della produzione e, successivamente, come story editor e responsabile editoriale. Svolge attività di consulenza artistica e di editing per la realizzazione di podcast e collabora, come membro del comitato scientifico, chair e discussant, alla progettazione e realizzazione di convegni nazionali e internazionali. Ha scritto di cinema e teatro per diverse riviste online, tra cui Frame e Paper Street e, al lavoro di critica cinematografica e teatrale, affianca quello di dramaturg. Dal 2017 collabora con la rivista Left, dove cura anche la rubrica di cinema. Autrice di saggi e racconti, per L’Asino d’oro edizioni ha curato i volumi Infinito Antonioni. Una ricerca rivoluzionaria sulle immagini (insieme a E. Amalfitano, 2024), Fine serie mai (2023), Il cielo della luna (2020).

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