Banner Bando Trevi Teatro
Banner Bando Trevi Teatro
Banner Bando Trevi Teatro
Banner Bando Trevi Teatro
HomeArticoliSul confine, il futuro del teatro di figura all'Alpe Adria Puppet Festival

Sul confine, il futuro del teatro di figura all’Alpe Adria Puppet Festival

Reportage. Si è svolta – dal 3 all’8 ottobre a Gorizia e Nova Gorica – la 34esima edizione dello storico festival di teatro di figura per la direzione artistica di Roberto Piaggio

C’è un confine che attraversa le due città di Gorizia e Nova Gorica, una linea che nel Novecento separava lingue e storie. Oggi quel confine è diventato un simbolo, un’ombra del passato, ma resta  comunque un luogo in cui le identità si toccano e si interrogano. È difficile pensare a uno spazio più adatto per ospitare un festival che da ben trentaquattro anni si fonda proprio sull’idea di attraversamento, sul desiderio di far dialogare ciò che un tempo era diviso. L’Alpe Adria Puppet Festival, organizzato dal Centro Teatro e Animazione di Gorizia, nasce proprio da qui: la volontà di ricucire una ferita. Quando nel 1991 Roberto Piaggio – direttore artistico del festival – decise di dare vita ad una rassegna di teatro di figura tra Italia e Slovenia (la prima nel panorama nazionale), il confine era ancora pienamente operativo: per passare da una parte all’altra servivano passaporto e tutte le burocrazie del caso. Eppure già allora il progetto aveva un’ambizione visionaria molto precisa: usare il linguaggio del teatro di figura come forma di diplomazia poetica capace di creare ponti là dove la politica costruiva barriere. «Il termine transfrontaliero – dice Piaggio – è ormai obsoleto, superato dagli eventi della Storia, ma resta vivo lo spirito che lo ha generato: l’idea che il teatro possa dare voce a chi non ce l’ha, a chi è stato dimenticato o messo a tacere».

Uno degli elementi più affascinanti della tradizione del teatro di figura è la sua stessa natura: un teatro in cui la materia non accompagna la scena ma la genera, non è cornice, ma sostanza. Tutto inizia da un oggetto – una marionetta, un’ombra, un frammento d’immagine – che si fa corpo, gesto. L’attore, in questo universo, non rappresenta, ma diventa mediatore, canale di passaggio tra sé e ciò che anima, presenza che respira attraverso la materia. Il teatro di figura ha conosciuto molte evoluzioni nel tempo: teatro d’ombre, pupi, burattini, marionette, ma anche teatro visuale che sfiora la performance d’arte contemporanea. Negli ultimi anni, la sperimentazione ha spinto i confini verso territori sempre più ibridi – dal teatro da tavolo alle proiezioni digitali, dalle figure meccaniche alle miniature iperrealistiche. Insomma, quella che un tempo era considerata un’arte “di nicchia” oggi si presenta come un laboratorio in perenne mutazione, capace di dialogare con le arti visive, con la scienza dei materiali, con la tecnologia e la robotica. La definizione più recente – teatro in miniatura iperrealista – racconta bene questa tendenza: ridurre la scala per ampliare la precisione, lavorare sul dettaglio per scoprire nuovi livelli di percezione. In queste micro-scenografie, dove ogni movimento è calibrato come un respiro, il confine tra teatro e installazione, tra realtà e illusione, si dissolve. Gli spettacoli si svolgono davanti ad un pubblico che solitamente non supera le trenta presenze, proprio per permettere al pubblico una visione accurata di tutti i dettagli.

Chiaramente ogni evoluzione tecnica porta con sé anche una trasformazione dello sguardo e proprio da questo mutamento è nata, all’interno del festival, la call degli spettatori. Racconta Roberto Piaggio: «Ci siamo accorti che il nostro pubblico desiderava andare oltre la semplice visione. Il teatro di figura è diventato un linguaggio sempre più complesso, sofisticato, stratificato. Così l’anno scorso abbiamo pensato di invitare un gruppo ristretto di spettatori a viverlo dall’interno. Quest’anno hanno risposto alla call il doppio delle persone».Venti spettatori, provenienti da varie parti d’Italia – studenti, insegnanti, artisti, appassionati – hanno preso parte a una settimana di immersione totale nel festival. Hanno seguito gli spettacoli, incontrato gli artisti, assistito alle prove e partecipato a momenti di riflessione collettiva. Un’esperienza che rovescia la tradizionale distanza tra palco e platea: lo spettatore diventa parte del processo, non più destinatario ma interlocutore – come d’altronde accade in altri festival sull’esempio dei Visionari di Kilowatt.

La 34ª edizione dell’Alpe Adria Puppet Festival ha scelto di muoversi lungo due grandi assi tematici. Da una parte, l’urgenza ambientale e la riflessione sulla sostenibilità sociale; dall’altra, le questioni di genere, affrontate con la delicatezza e la libertà che solo il teatro di figura può concedersi. Un programma, quello di quest’ultima edizione, ampio, articolato e, come sempre, europeo. Il CTA continua infatti a collaborare con alcune tra le più importanti istituzioni del teatro di figura del continente: prima fra tutte il Lutkovno Gledališče Ljubljana, il Teatro delle Marionette di Lubiana, partner storico del festival. Il legame con la Slovenia si è consolidato anche attraverso due progetti europei che rappresentano l’anima di questa edizione: Transport e Arts & Puppets. Quest’ultimo sostenuto dal programma Interreg e dal GECT GO, ha dedicato il proprio percorso alla diversità di genere. In scena, figure femminili che hanno infranto barriere: Lidia Poët, prima avvocata d’Italia; Atalanta di Gianni Rodari, che sfida la cultura patriarcale dell’antica Grecia; Edith & Me di Yael Rasooly, racconto poetico di un trauma e di una rinascita; e Signora Rossetta, spettacolo muto sul tema della malattia degenerativa. Signora Rossetta – di Donatella Pau e Anna Fascendini, una produzione Is Mascareddas (Ubu 2023), è una sorta di riscrittura silenziosa di Cappuccetto Rosso, in cui, però, i personaggi della fiaba si fondono tutti nella protagonista, una donna che tenta di ricordare la propria storia e, nel farlo, finisce per smarrirla. La scena è un luogo della mente, popolato da oggetti che riemergono come frammenti di memoria: piccoli utensili, stoffe, marionette, ombre. Ogni oggetto custodisce una traccia, un suono, un odore, e quando riappare restituisce per un istante l’illusione di una continuità possibile. Ma subito dopo tutto svanisce di nuovo, come in un sogno che si scioglie appena lo si racconta. Il racconto si intreccia con la musica, con la lingua e le suggestioni della Sardegna, che affiorano come echi lontani. Donatella Pau, sola in scena, dà corpo e voce a un personaggio che si muove in una zona di passaggio: non più dentro la fiaba, ma non ancora fuori dal ricordo. Signora Rossetta è uno spettacolo sulla memoria che si frantuma, ma anche sulla sua persistenza nella materia: nei tessuti, nei legni, negli oggetti che, come piccole ancore, trattengono ciò che la mente dimentica. È un lavoro di grande precisione poetica che pone l’attenzione tra materia e identità.

Transport
Lutkovno gledališče Ljubljana

A ragionare su questo legame è stata con un suo intervento durante uno dei tanti momenti di incontro del festival, una giovane studiosa dell’università Ca’ Foscari, Celeste Podbersig, che nella sua tesi di laurea “Earthbound ovvero le storie delle Camille di Marta Cuscunà (2021) – Un teatro di Figura Simbionte” parla anche della connessione tra teatro di figura e disabilità. Tra i testi citati il saggio The Symbiotic Relationship Between Puppetry and Disability (2020) della studiosa irlandese Emma Fisher, secondo la quale la marionetta “vive solo nel rapporto con il suo manipolatore: è corpo in prestito, vita condivisa”. Una condizione che rispecchia quella della disabilità, dove l’interdipendenza non è limite ma forma di esistenza. Anche Marta Cuscunà, con il suo teatro animatronico, lavora su questa linea. Le sue “creature simbionti” non sostituiscono l’essere umano, ma ne ampliano i confini. “Amo la meccanica quando prolunga il corpo, non quando lo cancella”, afferma. La stessa idea attraversa gli studi di Melissa Trimingham, che ha osservato come i burattini possano diventare mediatori fondamentali per i bambini nello spettro autistico. Il teatro di figura crea una distanza di sicurezza: il burattino è “altro” ma anche parte di noi, un ponte che permette di comunicare senza paura. Il secondo progetto trattato nell’edizione 2025 dell’Alpe Adria Puppet Festival è Transport, finanziato dal programma europeo Creative Europe, una coproduzione triennale che unisce sei teatri di Slovenia, Polonia, Lituania, Estonia e Repubblica Ceca. Come spiega Uroš Korenčan, direttore del teatro di Lubiana, “Transport esplora il tema dei trasporti e del loro impatto sulla globalizzazione e sull’ambiente. Ogni spettacolo è autonomo, ma tutti condividono una riflessione comune nata durante un laboratorio a Maribor nel 2024, dove artisti e tecnici hanno costruito insieme set e figure”. Il cuore simbolico di questa sezione è l’EPICenter, ex magazzino ferroviario situato proprio sul confine. «È il luogo ideale – spiega Stojan Pelko, responsabile di GO!2025 (Nova Gorica e Gorizia Capitale Europea della Cultura 2025) – per raccontare spettacoli che parlano di spostamenti, passaggi, attraversamenti. Qui, tra rotaie dismesse e pareti che un tempo dividevano, oggi si incontrano due mondi artistici diversi ma complementari: la grande istituzione nazionale slovena e il CTA, riferimento italiano per il teatro di figura contemporaneo».

Tra le produzioni presentate all’interno di questo progetto – tutte in prima nazionale, dal momento che hanno da poco debuttato ciascuna nel proprio paese d’origine – alcuni piccoli capolavori di teatro in miniatura iperrealistico che nella precisione ingegneristica della propria struttura costringono l’occhio dello spettatore a cambiare scala e modalità di percezione: intimità, concentrazione e osservazione con rigorosa lentezza.

Fasten Your Seat Belts! del Klaipėdos Lėlių Teatras (Lituania) affronta con ironia – sebbene tutto si rivela tragico nel giro di poche battute – il tema del turismo spaziale di lusso, interrogandosi su cosa resti del pianeta mentre sogniamo di colonizzare altri mondi. È un teatro in miniatura, in cui le luci wireless, i suoni rarefatti, i micro-modelli creano un universo sospeso tra meraviglia e inquietudine. Il ceco Divadlo Alfa ha presentato Tipping Point, ambientato in un impianto di trivellazione. Qui l’errore umano diventa miccia di un disastro ecologico. L’impianto scenico è una macchina che produce senso: tubi, pompe, perdite e colature materializzano la nostra dipendenza dai combustibili fossili e la difficoltà a fermarsi prima che sia troppo tardi. Departure, del teatro di Lubiana, ha portato in scena il progressivo esaurimento dell’ecosistema fluviale. Un lavoro di grande impatto visivo e sonoro, dove acqua, luci e materiali organici costruiscono un paesaggio in continuo squilibrio, fragile e bellissimo. Destabilizzante lo spettacolo Frontline, una produzione Eesti Noorsooteater (Teatro Estone dei burattini), che racconta il viaggio di una delegazione di politici internazionali in missione verso un fronte di guerra: un’incursione istituzionale che dovrebbe servire a comprendere meglio la realtà del conflitto e accanto alla quale viaggia un giovane fotografo, unico testimone e narratore, il cui sguardo si incrina progressivamente fino a dissolvere la distanza tra osservatore e partecipante. La messinscena alterna piani di realtà e di rappresentazione, utilizzando figure, proiezioni e oggetti come strumenti di ambiguità percettiva. La luce – orchestrata con precisione millimetrica – non si limita a illuminare: costruisce la prospettiva morale della visione, disegnando zone di cecità e di rivelazione. Nel procedere del racconto, la linea che separa la testimonianza dall’intervento si fa sempre più sottile. Il fotografo diventa parte del dramma che voleva documentare, vittima e testimone insieme di un mondo in cui la neutralità dello sguardo non è più possibile. Frontline apre ad una riflessione molto più ampia e profonda: non parla solo della guerra, ma della nostra posizione di fronte ad essa, costringendoci a chiederci quale sia oggi la responsabilità dell’immagine e che cosa significhi essere umani in un tempo in cui i diritti fondamentali non sono soltanto violati, ma spesso rimossi dal campo della percezione. Il risultato è una performance rigorosa, visivamente potente, che attraversa i territori dell’etica e dell’empatia, portandoci ad interrogarci quanto il gesto di guardare – se non accompagnato da coscienza – non possa essere sinonimo di complicità.

A chiudere questa intensa edizione dell’Alpe Adria Puppet Festival lo spettacolo Hakanaï, performance firmata dal duo francese Adrien M & Claire B, pionieri dell’incontro tra arti digitali e linguaggio corporeo. In scena, una danzatrice – la giapponese Akiko Kajihara – si muove all’interno di un cubo di tulle sul quale quattro proiettori disegnano in tempo reale un universo grafico in costante mutazione. Le immagini non sono semplice sfondo ma rispondono al movimento, lo amplificano o lo contraddicono. La performance è tutta nella relazione tra il corpo della danzatrice e la materia luminosa – accompagnata dalle musiche di Christophe Sartori e Loïs Drouglazet. Un lavoro che, proprio come questa incredibile rassegna teatrale, si muove sul confine tra concretezza e visione, tra radici e trasformazione.

Giuseppina Borghese

Due brevi video da Frontline di Eesti Noorsooteater (Teatro Estone dei burattini)

Telegram

Iscriviti gratuitamente al nostro canale Telegram per ricevere articoli come questo

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Pubblica i tuoi comunicati

Il tuo comunicato su Teatro e Critica e sui nostri social

ULTIMI ARTICOLI

“Senza una buona traduzione, non c’è teatro”. Intervista a Monica Capuani

Qual è il lavoro di un/a dramaturg e qual è lo stato di salute della nuova drammaturgia contemporanea? Ne parliamo con Monica Capuani, traduttrice,...