Dal 25 al 31 agosto si è tenuto al Teatro India IF/INVASIONI (dal) FUTURO progetto multidisciplinare che lacasadargilla dedica alle scritture e ai temi della fantascienza per poter interrogare, e quindi svelare, il presente.

Qualche anno fa, era il 2019, da ben due anni era in corso il primo mandato di Donald Trump come presidente degli USA, non esisteva ancora il Covid, la Russia non aveva invaso l’Ucraina, Israele non aveva palesato al mondo la pianificazione del genocidio palestinese iniziata ben prima del 7 ottobre 2023. Di questi quattro avvenimenti catastrofici, il solo che sembra terminato – con estrema sorpresa dell’umanità dal 2020 a oggi – è la pandemia di COVID-19. Segno evidente che la scienza può arrivare oltre le menti che la concepiscono. E meno male. Nel 2019 su questo giornale tracciavamo alcune linee utili a inquadrare la necessità della fantascienza nel mondo allora contemporaneo, ossia quel ricorso a una lettura altra degli eventi, una sottotraccia meno limpida che compie, ma non cancella, il sentiero di superficie. Ne offriva il pretesto, anzi l’occasione, il festival IF/INVASIONI (dal) FUTURO, proprio alla fantascienza dedicato dalla compagnia lacasadargilla negli spazi del Teatro India; occasione che a fine agosto è tornata, negli stessi luoghi, permettendoci così di aggiornare quella suggestione a confronto con il mondo, oggi, contemporaneo. Col passare degli anni dalla prima edizione del festival e con la distanza che aumenta rispetto alla data di pubblicazione dei testi di letteratura fantascientifica scelti e inseriti nei progetti in cartellone, è destabilizzante, ma anche molto eccitante, notare però come si riduca in maniera inversamente proporzionale la futuribilità delle tematiche scelte che, ora, nel presente dell’intelligenza artificiale, ci sembrano sempre più prossime, non più straordinarie ma quasi ordinarie. Quantomeno combaciano con la realtà di tutti i giorni dominata dalla tecnologia e dalla sua inarrestabile corsa, per cui anche solo la tensione a guardare lontano si sta appiattendo e assottigliandosi nella quotidianità. Allora la fantascienza sta forse diventando soltanto scienza, perdendo quindi la fantasia del suffisso? E se così fosse, cosa diventa il futuro? In che forme possiamo ancora immaginarlo?

In questa undicesima edizione lacasadargilla (Lisa Ferlazzo Natoli, Alessandro Ferroni, Alice Palazzi, Maddalena Parise e Gianluca Ruggeri / ARS Ludi in collaborazione con Roberto Scarpetti) propone un titolo che è un po’ elemento di indagine: Legacy, parola che sta varcando la soglia della lingua di provenienza, l’inglese, per manifestarsi come termine internazionale. Legacy letteralmente sta a indicare “eredità”, ossia ciò che resta come lascito da un’epoca all’altra, da un’umanità all’altra. Ecco allora come sembra ancor più interessante capire nell’evoluzione della (delle) civiltà quale ruolo abbia rivestito la fantascienza come frattura del reale, da cui scaturisse linfa di prospettiva per le epoche a venire. Philip K. Dick, riferimento di questa edizione a cui la compagnia dedica due progetti sia a La svastica sul sole che a Ma gli androidi sognano ancora le pecore elettriche?, parla di “riconoscimento negativo”, che lascia intendere non tanto il negativo come contrasto di un positivo, ma un negativo inteso come trasparenza, come nebulosa che sostanzia, negando, la piena visione.

Nella prefazione all’edizione del 2022 de La svastica sul sole (The Man in the High Castle), Emmanuel Carrère invita a leggere quello che ritiene «il primo libro della maturità di Dick» avendo a fianco una copia dell’I Ching, il libro dei mutamenti, e paragona l’I Ching al computer, «e la combinazione dei suoi sessantaquattro esagrammi a un programma in grado di comprendere – nei due sensi del termine, capire e includere – l’intero universo». Dick fa prendere decisioni importanti ai suoi personaggi proprio attraverso il lancio delle monete e l’interrogazione del testo cinese, costruendo un romanzo ucronico in cui la Germania e il Giappone hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale. Rileggere il romanzo proprio in questi giorni di crisi internazionali attraverso la voce degli e delle interpreti (Lorenzo Frediani, Arianna Gaudio, Silvio Impegnoso, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Paolo Minnielli, Flavio Murialdi, Alice Palazzi, Edoardo Sabato, Stefano Scialanga e con Veronica Aracri al canto) che a loro volta rileggono La locusta non si alzerà più – ovvero il libello bandito e messo all’indice dal regime nazista nel romanzo di Dick – è come entrare mentalmente in una matrioska temporale in cui poter andare avanti e indietro negli anni aggrappandosi all’ipotesi di un futuro alternativo, che però è già passato e non si è verificato, provando tuttavia a immaginare come sarebbero ora lo scacchiere internazionale e gli equilibri geopolitici.
Non a caso, dunque, l’apertura è affidata alla Variazione 1 del Progetto Arecibo, firmato da Matteo Finamore e Fucina Zero (con Mario Berretta, Andrea Carriero e Giulia Rossoni), dedicato al lancio del messaggio radio trasmesso il 16 novembre 1974 nello spazio dal radiotelescopio di Arecibo, sito in Porto Rico. Un anno particolare, il 1974: cadevano in Grecia e Portogallo le ultime dittature d’Europa, grazie al lavoro di Yasser Arafat l’ONU valida l’OLP come rappresentante legittimo del popolo palestinese, cui viene riconosciuta l’autodeterminazione; insomma era il tempo della fiducia, si poteva pensare che in fondo gli alieni fossero interessati a entrare in contatto con un messaggio terrestre. Ma ora? Immaginare il futuro del possibile ha cambiato forma, nel tempo. Allora sembrava concreta l’ambizione di determinare il futuro dal passato, ma oggi che siamo nel futuro si cerca, grazie al potenziamento dell’AI, di tornare indietro a riscrivere, riordinare il passato. Dunque, là dove un ordine era giunto a definire i margini del reale, tornare ad innescare un nuovo caos. La fantascienza aveva come fine non tanto quello di immaginare un passato alternativo da cui scaturisse un futuro altro, ma indagare attraverso l’astrazione le cause reali del futuro effettivo, perché c’era forse quella fiducia, una adesione – non aderenza – alla pur fluttuante verità. Viene da chiederci, ascoltando la dedizione che ha contraddistinto Arecibo: ma oggi, nel frastuono dei nostri contesti urbani o extraurbani, se qualcuno volesse inviare invece a noi un messaggio in codice proveniente dallo spazio, saremmo in grado di ascoltarlo?

L’ascolto, infatti, è la modalità di fruizione cardine di questo festival: le parole dei testi lette e interpretate da attori e attrici consapevoli e densi nel restituire lo spettro emotivo dei personaggi, grazie al rigore della cura e della regia di lacasadargilla, ci indicano la forma tramite cui possiamo, ancora, ascoltare il futuro. Non è un esercizio semplice, richiede attenzione, e non nascondiamo che nel fruire i due spettacoli multimediali, melologhi sci-fi Klara e il sole, tratto da Kazuo Ishiguro, e il già citato, La svastica sul sole, non si fatichi a “stare nelle parole” soprattutto se la drammaturgia costruita attorno, intesa come partitura di azioni, è ridotta al minimalismo: in entrambi i progetti, le e gli interpreti assumono delle pose in scena, muovendosi da un leggio all’altro e attorno ad essi. Pochissime le entrate e le uscite, essenziali i gesti, tutto si concentra su voce e testo, che ci mettono alla prova. A coadiuvare questa pratica, la Biblioteca portatile – libri di fantascienza, filosofia e scienze umane in libero accesso, un banchetto all’ingresso delle sale dove il pubblico poteva acquistare i testi tratti dagli spettacoli e/o afferenti alle tematiche del festival.
Riconoscere la relazione tra Klara (Petra Valentini), Amica Artificiale, robot umanoide di generazione B2 ad alimentazione solare, e la fragile adolescente Josie (Cecilia Fabris) come facente parte di una delle tante relazioni possibili oggi, che implicano anche quelle con le macchine, ci mette in connessione con l’attualità filtrata nel romanzo di Ishiguro pubblicato nel 2021. Del resto quell’AA protagonista della narrazione distopica di Ishiguro anticipa di soli quattro anni l’AI con la quale ormai dialoghiamo, a volte anche senza interpellarla direttamente. Possiamo, dunque, ancora definirla una distopia? Le parti del testo selezionate dalla regia de lacasadargilla nell’adattamento di Roberto Scarpetti ci immergono, con incedere lento e pacato delle voci delle e degli interpreti (Lorenzo Frediani, Alice Palazzi, Edoardo Sabato, Tania Garribba), in quelle principali del romanzo attraverso le quali possiamo osservare l’umanità – forse umanesimo? – dell’Amica Artificiale, la sua capacità di assolvere alle richieste della Madre che, preoccupata per la salute della figlia, chiede al robot di «proseguire Josie» se e quando la ragazza dovesse morire. Empatizziamo coi pensieri di Klara, iniziamo ad affezionarci a lei, al suo modo di guardare noi umani, al suo pensiero amorevolmente meccanico, alla sua sensibilità sintetica. La drammaturgia delle luci (Omar Scala), il disegno sonoro (Pasquale Citera) e il video sul fondo (Andrea Gallo) riempiono l’ascolto rappresentando i segmenti di visione del robot Klara, restituendo in scena e al pubblico la centralità di uno sguardo altro sulla nostra realtà.

In CAPTCHA di Roberto Scarpetti, Giacomo Albites Coen e Alice Palazzi hanno elaborato un semplice e agile dispositivo spettacolare interattivo basato sul test di Alan Turing, il noto “Imitation Game” «che postula che una macchina è intelligente se riesce a formulare risposte indistinguibili da quelle di un essere umano». Al pubblico sono state distribuite delle cartoline e su ognuna di esse vi era una domanda da porre all’attore e attrice. Non sapremmo mai, neanche alla fine del breve gioco, chi ha letto le risposte umane e chi quelle generate dall’AI CHATGPT, e l’incognita è la vera finalità drammaturgica, tuttavia la reciprocità creata dal confronto assembleare permette di discutere, condividendole, alcune delle questioni relative allo sviluppo dei nuovi sistemi generativi, all’impatto sull’ambiente di questi e, prima fra tutti, alla riduzione, ormai impercettibile, della differenza tra umano e umanoide, tra naturale e artificiale.
IF non è allora solo l’acronimo Invasioni dal futuro che dà il titolo a questa rassegna, è anche, e alla prima lettura, il termine inglese per esprimere l’ipotesi, ovvero “se”, tradotto in lingua italiana. Resta la forma del dubbio nell’espressione, restano le tante domande sul tempo e sulla sua evoluzione: noi immaginiamo oppure siamo il futuro? Nel mezzo di questo dilemma si sfuma il contorno ed emerge, dalla nebbia, il racconto, la possibilità sempre nuova di essere e diventare, allo stesso tempo, la migliore versione di noi.
Lucia Medri / Simone Nebbia










