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Cercare l’invisibile nelle Altre Visioni di Coltano

Un reportage da Altre Visioni “contro festival di teatro musica danza e arti performative nei boschi di Coltano”. Un festival nella natura, tra pedagogia, pratiche teatrali e spettacoli.

Una delle sessioni laboratoriali la mattina nel parco. Foto A.P.

Dopo qualche ora spesa in mezzo alla natura di Coltano mi torna in mente un brano del Manoscritto di Brodie di Borges, che racconta di quanto siano scandalosi, per la tribù degli Yahoos, i poeti: questi si posizionano «in piedi, al centro di un cerchio formato dagli stregoni e dalla plebe sdraiati a terra. Se il poema non li eccita, non accade nulla; se le parole del poeta li fanno sussultare, si allontanano tutti da lui, in silenzio, sotto l’impulso di un sacro orrore (under a holy dread). Sentono che è stato toccato dallo spirito; nessuno parlerà con lui né lo guarderà, neppure sua madre. Ormai non è più un uomo ma un dio, e chiunque lo può uccidere».

Foto Mariano Balbina

I teatranti sono un po’ come quei poeti, talvolta vengono paragonati agli dei, ma poi vengono “uccisi” dalla società stessa e non a causa della folgorazione che producono, piuttosto a causa della noncuranza di chi dovrebbe prendersi cura del loro gesto. In fin dei conti il teatro non esiste nei discorsi di chi non se ne occupa, nelle cronache dei telegiornali, è una sorta di astrazione nascosta, il teatro vive nelle bolle di extra quotidianità. Lo penso e lo scrivo mentre di fronte a me una schiera di donne e uomini, più e meno giovani, si avvicina a noi, piccolo gruppo di osservatori, con una voce comune, un unisono corporale. Siamo in mezzo agli alberi, nella pineta di Coltano, in provincia di Pisa, territorio di basi militari, esistenti e purtroppo in progettazione; a Coltano Guglielmo Marconi ha effettuato la prima trasmissione radiotelegrafica, era il 1903. Una volta all’anno all’ombra di questi pini marittimi, a contatto con la natura e gli animali del parco delle biodiversità Nuovo Fontanile, Animali Celesti, il gruppo guidato da Alessandro Garzella, organizza Altre visioni, quattro giorni in cui una comunità temporanea si ritrova attorno al fuoco delle pratiche teatrali.

Foto Mariano Balbina. Una scena de La sagra degli smarriti

Sono compagnie, gruppi, collettivi da Bergamo, Brescia, Trieste, dalla Toscana, dalla Sardegna, per lo più legati a progetti territoriali sulla salute mentale, oppure a percorsi formativi per i giovani. Durante la mattinata si lavora tutte e tutti insieme all’aperto, le conduttrici dei laboratori si alternano ogni giorno mescolando così modelli e pratiche legate all’animazione e alla pedagogia teatrale. Il pomeriggio è dedicato a stage specifici, ho avuto l’opportunità di seguire quello di Alessandro Garzella (insieme a Satyamo Hernandez e Ornella D’Agostino) che riflette sul tema dell’ “ombra che piange e che ride”. Il regista e fondatore di Animali Celesti è il collante teorico e carismatico, la sua interrogazione sul concetto di ferita attraversa tutta l’esperienza di Coltano. Possiamo osservarlo spesso, con il cappellino calato sulla fronte, parlare con i partecipanti alla fine di una sessione o durante una pausa, e spiegare quanto siamo abituati ad allontanare la nostra ferita, invece di viverla e attraversarla.

Uno degli oggetti scenografici creati da Manuela Trillo. Foto A.P.

Ma attenzione, qui non c’è nulla di romantico o ascetico, più che altro una netta consapevolezza di quanto sia generativo quel dolore quando messo al centro di pratiche e linguaggi della scena; questo attraverso modalità che non sono uniche e nuove (le esperienze del terzo teatro in questo senso hanno creato un solco) ma il tratto distintivo è nel come tutto ciò avviene, nelle energie relazionali, nel rispetto e nella cura impressi da Animali Celesti. Nei labili e permeabili confini che in questi casi perimetrano la ricerca artistica e la salvaguardia delle fragilità, è lo stesso Garzella a spiegarmi quanto sia importante, per chi conduce percorsi teatrali inclusivi, conoscere le situazioni di tutte e tutti, in stretto legame con le operatrici e gli operatori: da un’improvvisazione e dunque dal contatto con la ferita può emergere un sintomo della malattia mentale che può “cronicizzarsi”, spiega ancora Garzella, così che l’esperienza e la prontezza di chi conduce diventa necessaria per spezzare quella deriva, in quel momento la scena deve subire uno scarto, un mutamento.

La danza attorno al fuoco dopo La sagra degli smarriti. Foto A.P.

Sulla linea di pensiero di altre esperienze legate alla disabilità, alla marginalità o restrizione sociale – si pensi a gruppi storici come quello di Antonio Viganò a Bolzano (promotore qualche anno fa di un importante convegno sul tema e del libro che ne è seguito a cura di Andrea Porcheddu) o della Compagnia della Fortezza a Volterra (per citarne sono due di una filiera che naturalmente è ben più nutrita) – la ricerca è totalmente artistica, il teatro è una zona di attraversamento dell’interiorità ma non un presidio sanitario o un luogo di correzione. E infatti qui non si parla di risultati sanitari, è la scena a parlare, è in scena che vediamo persone con patologie psichiatriche diventare attori puntualissimi, amatori pieni di difficoltà, comici sorprendenti, sono estemporanei artisti dell’attimo, ma possono essere anche pazienti con tragiche ricadute nonostante il teatro, nonostante i percorsi artistici luminosi.

Uno degli stage pomeridiani. Foto Mariano Balbina

È dunque tra tante differenze e difficoltà che si svolge questo stare insieme, in cui la domanda di Animali Celesti è un rovello quotidiano, una spinta necessaria: cosa stiamo cercando, cosa stiamo facendo qui? Peter Brook comincia uno dei capitoli del suo celebre Lo spazio vuoto con queste parole: «Per semplificare lo definisco Teatro Sacro, ma potremmo anche parlare di Teatro-dell’Invisibile – Reso- Visibile. L’idea che il palcoscenico sia un luogo dove può apparire l’invisibile ha una forte presa sulla nostra immaginazione». Ecco mi sembra che a Coltano si cerchi quell’invisibile. Può nascere da uno scavo interiore o da un gioco, da un rapporto tutto esteriore con gli altri o con il paesaggio. Nelle sessioni mattutine si attraversa un disordine (progettato), una dolce anarchia dei corpi che lasciano emergere linguaggi preverbali, suoni, lingue inventate, pose animalesche, micro mondi di fantasia. La relazione è orizzontale nei gruppi e ognuno può partecipare come vuole, senza nessuna ossessione per la performance o la spettacolarità, è un tempo in cui forse è difficile intravedere l’obiettivo del percorso, perché l’obiettivo è nella pratica stessa, nella presenza, nello stare, ognuno a suo modo appunto: dalle esplosioni fisiche, dal parossismo verbale fino alla stasi totale, qualcuno lavora su una situazione, su un carattere, qualcun altro “sembra” non partecipare, immobile in piedi o seduto sotto un albero.

Il laboratorio mattutino con ilaria Fontanelli e il lavoro sul coro. Foto A.P.

Sara Capanna ha chiesto di cercare il teatro tra quei pini, in molti hanno guardato in alto, come se il teatro fosse qualcosa di ultraterreno: mi torna in mente la lezione di Strehler su Jouvet (è l’attore a dover puntare in alto, a tendere verso il personaggio); Giuls Paoli ha convocato la musica dal vivo con Gianni Valenti e con un microfono si è fatta voce guida di tante anime; Ilaria Fontanelli ha plasmato la materia allenata fino a quel momento e ha dato vita a un coro. In questi trent’anni Garzella ha seminato e raccolto, ora ad accogliere il testimone ci sono almeno altre due generazioni di Animali Celesti: con una generosità incredibile organizzano, recitano e coltivano a loro volta relazioni con più giovani, sperimentano, si prendono la responsabilità di tanti percorsi o semplicemente di pensare che tutto questo sia ancora possibile, nonostante il mondo.

Foto Mariano Balbina

Nulla è dato per scontato, alla fine di ogni laboratorio (e nello spazio pomeridiano dell’Agorà curato da Chiara Pistoia), si parla: cos’è la libertà? Cosa vuol dire toccare l’altro (con il rimosso della pandemia nella mente)? Cosa hanno percepito i corpi, quali difficoltà, fragilità, chiusure? Qualcuna sottolinea il benessere raggiunto, qualcun altro accenna a un dolore riemerso, le analisi più precise si alternano a qualche lacrima. C’è un rispetto e un’apertura evidente non solo per le condizioni di tutt* ma per questa complessa e fragile umanità riunita. Il corpo è sempre protagonista, soprattutto negli ultimi due giorni: assistiamo a corpi liberati, a corpi chiusi in se stessi, «cercate l’identità corporea che vi permette di agire in mezzo agli altri» spiega Ornella. Satyamo è una sorta di stregone della pedagogia teatrale (oltre che un protagonista e testimone di un pezzo di vita e di avventure del Living), con lui si affrontano mostri collettivi: nasce un “Dio pelvico”, certo non è ancora un personaggio, ma una sorta di carattere quasi collettivo, segnato da una profonda e crassa sessualità un po’ aristofanesca. La teoria degli umori di Ippocrate, i corpi come calamite che devono attrarsi, l’eros indagato nel labirinto, spesso indecifrabile, che collega verità e finzione – contro invece la facile “falsità”: per Garzella il momento laboratoriale è uno spazio di ricerca, il suo stesso volto trasfigura quando diventa partecipe, quando capisce che può sfidare una paura.

Geometria delle nuvole. Studio. Foto Mariano Balbina

Dopo il tramonto la notte è buia attorno al Nuovo Fontanile, ma non ci si sente in pericolo, l’oscurità è una coperta che protegge e svela, trasformando talvolta gli spettacoli in ritualità: come avviene nel caso del primo lavoro, proprio di Animali Celesti, La sagra degli smarriti, un bulimico, a tratti lancinante, ma anche ironico, poema in cui si agitano divinità e antieroi sempre in bilico tra grazia e grottesco squallore. Dopo gli applausi c’è una coda festosa in cui la verbosità della rappresentazione si scioglie in un performativo tutto ritualistico, attorno al fuoco di un braciere, il pubblico si unisce alla danza per poi ascoltare il proprio respiro a contatto con la terra. Era la prima notte, un principiare che potrebbe apparire come uno svezzamento brutale, e invece è il primo segno di una dedizione totale. Poi è arrivato Testori con Teatro 19 di Brescia, con un Macbellu straordinariamente vitale e buffonesco; la danza di Maria Antonia Oliver, tra ricerca sul corpo e memoria collettiva; lo studio del Teatro dell’assedio sulla doppia femminilità (Femminile Sovraesteso il titolo) in un linguaggio assurdo e paradossale, con le interpretazioni funamboliche di Giusi Salvia e Soledad Flemma; il lavoro del Lemming su Troiane, che richiede fiducia, partecipazione e la voglia di far parte dello spettacolo stesso (con il solito problema che quando il tratto esperienziale non si attiva allo spettatore può rimanere ben poco); Francesca Mainetti prodotta da Animali Celesti con un monologo da Clarice Lispector, Invisibile, molto intimo e ben recitato che forse avrebbe bisogno di una maggiore relazione con il pubblico; i veronesi di Teatro Scientifico con un lavoro sull’ Alzheimer, Yestarday – L’ultimo gioco, che non sorprende se non nella performance della protagonista Jana Balkan; il laboratorio storico dell’Accademia della Follia, fondato nell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, che dispiega una storia importante ed edificante su Basaglia (guidata da Antonella Carlucci) ma che necessiterebbe di una regia più solida per far emergere il potenziale scenico del laboratorio. E poi la sorpresa: il primo studio di un lavoro già efficace e rigoroso ispirato dal Racconto dell’ancella di Margaret Atwood, diretto e adattato da Ilaria Fontanelli e con in scena tre attrici giovanissime provenienti dal vivaio di Geometria delle nuvole (Cecilia Bertini, Sara Macheda e Margherita Nardo), il lavoro già brilla per la capacità di arpionare il nostro presente, sarà bello vederlo nella versione completa.
Ma il cuore di Altre visioni non è sulle assi di legno dei palcoscenici, che sono un pezzo, pur importante, di una mappa più complessa; gli spettacoli non sono parte di una vetrina ma, al di là dei risultati, di un discorso sull’essere umano che come un mandala di linee invisibili viene costruito anche nei piccoli attimi, nei silenzi, nello spazio di un cammino o in una pasto conviviale, un discorso che inevitabilmente si lega alle arti della scena, facendoci domandare, sempre, “perché il teatro”?

Andrea Pocosgnich

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Andrea Pocosgnich
Andrea Pocosgnichhttp://www.poxmediacult.com
Andrea Pocosgnich è laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor. Ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica. Nel 2009 fonda Teatro e Critica, punto di riferimento nazionale per l’informazione e la critica teatrale, di cui attualmente è il direttore e uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Doppiozero, Metromorfosi, To be, Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro: workshop di visione, incontri, lezioni all’interno di festival, scuole, accademie, università e stagioni teatrali.   È docente di storia del teatro, drammaturgia, educazione alla visione e critica presso accademie e scuole.

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