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ANTICHAMBRE (di e con Élie Autin)

Questa recensione fa parte di Cordelia di settembre 25

«Spazî indomesticabili»: e dio solo sa quanto Milano oggi ne abbia bisogno. Uno di questi è senz’altro il festival Le Alleanze dei Corpi (l’edizione di quest’anno ha un chilometrico titolo lynchiano: Slow Dancing Parties. Dark Fantastic Dreams). È tutto dedicato all’aurora come soglia e varco, ma ci sono capitato in una giornata scura e uggiosa: il programma previsto open air nel Parco Trotter è stato ripensato all’interno di un ex-pastificio di viale Monza (un precoce profumo, immaginario?, mi ha raggiunto tutto il tempo). Qui, giusto un veloce saluto a Giuseppe Comuniello e Diana Anselmo che chiudevano un laboratorio, e subito fra le sedie piazzate mi immergo in un talk dal titolo Aurore. Pratiche di attraversamento dell’orrore a cura di Lavinia Hanay Raja e Maria Paola Zedda (tra gli interventi, l’antropologa Alexia Papapietro sulle ossa come «referenti assenti» che chiedono empatia, e l’ispanoamericanista Anna Boccuti sulle sparizioni che sono apparizioni). Poi siamo scesi nel ventre dell’edificio per ascoltare l’intensa lettura di Daniela Cascella ispirata a Dell’Aurora di Maria Zambrano (attraversata e riscritta, «aurora ora, ancora, rosa», con mente barocca e cuore nietzschiano). Non si fa in tempo a riemergere che si corre ad Archive (in via Arquà 15) per Antichambre, installazione performativa di Élie Autin (black e queer artista multidisciplinare tra coreografia, modelling, performance e arti visive). Immersa in una vasca smaltata bianca, circondata da mille candele accese, in una panoplia di gioielli, ci attende sulle note d’organo della più nota Toccata e Fuga bachiana (BWV 565). Il clima è quello di un rito bacchico, tra voluttà e desiderio: lei ci osserva che la osserviamo, mentre conquista lo spazio a larghe falcate, non prima di essersi simbolicamente nutrita di un po’ di pane (che poi fa girare tra noi). Autin guizza per ogni dove combinando pose e immagini di seduzione. Questa frenetica anticamera è allora ciò che si annuncia, sulla soglia, lo spazio che precede e resiste, attenua e lenisce, ciò che non è immediatamente accessibile (la stanza del potere). L’unica vera trasformazione è dunque quella che fa da sé, già in anticamera, e anticipa, senza sottomettervisi, «l’inaccessibile». (Stefano Tomassini)

Visto ad Archive, Le Alleanze dei Corpi. di e con Élie Autin

Cordelia, settembre 2025

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini
Insegna studi di danza e coreografici presso l’Università Iuav di Venezia. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar (NYC); nel 2010 Scholar-in-Residence presso l’Archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e nel 2011, Associate Research Scholar presso l’Italian Academy for Advanced Studies in America, Columbia University (NYC). Dal 2021 è membro onorario dell’Associazione Danzare Cecchetti ANCEC Italia. Nel 2018 ha pubblicato la monografia Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell’impossibile (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi.

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