HomeArticoliKentridge e Mondtag due generazioni a confronto per un teatro multidisciplinare

Kentridge e Mondtag due generazioni a confronto per un teatro multidisciplinare

Un articolo che mette a confronto due tra gli spettacoli internazionali più attesi e importanti del Festival dei Due mondi di Spoleto: The Great Yes, The Great No diretto da William Kentridge e Woyzeck con la regia di Ersan Mondtag e l’interpretazione del Berliner Ensemble.

Cosa hanno in comune William Kentridge e Ersan Mondtag, oltre al fatto d’essere stati entrambi artisti ospiti, coi loro spettacoli, del 68° Festival dei Due Mondi di Spoleto del 2025 diretto da Monique Veaute? Apparentemente poco, se contasse la pura identità anagrafica, visto che il sudafricano Kentridge, nato a Johannesburg nel 1955, ha compiuto 70 anni, e ha perciò quasi il doppio dell’età di Mondtag, berlinese classe 1987, quindi oggi 38enne. Eppure gli universi dei due registi si toccano per interdisciplinarietà, dimestichezza visiva, multicreatività, e spinta all’arte con pensieri politici. Mentre piuttosto inconciliabili, questo sì, possono mostrarsi gli oggetti culturali cui ognuno di loro riserva linguaggi fisici e verbali: faccio in un certo senso fatica ad affiancare il montaggio di The Great Yes, The Great No con traccia tematica e concept di Kentridge, e l’allestimento con relative scene del Woyzeck di Georg Büchner secondo la lettura di Mondtag. Al contrario, c’è una musica allucinata e ritmica (grazie a Tristan Brusch) nel lavoro immersivo di Mondtag, che per qualche verso non suona affatto estranea alla poetica sonora da rotta oceanica di Kentridge (con direzione musicale di Tlale Makhene). E direi proprio che, magari a velocità non speculare, non binaria, in entrambe le opere soffia un riconoscibile avventurismo socio-somatico, che è fosco per Büchner lì dove la rilettura del Woyzeck è anche espressivamente ed esclusivamente mascolina, con un attore uomo impersonante Marie per ulteriore sopruso patriarcale, mentre ricorre una fusion stratificata e canora nelle dinamiche, nelle danze e nelle culture del paradigma da traversata multietnica di Kentridge.

Soffermandomi su The Great Yes, The Great No, trovo appagante lodare il repertorio di maschere di volti del 900 usate con la finezza d’uno specialista di film d’animazione basati su disegni a carboncino. Ed è rispettoso e corretto che io mi dica affascinato da questa sua allegoria dell’esilio riproducente il viaggio intellettuale su una nave del 1941 da Marsiglia alla Martinica includente o evocante Aimé Césaire, sua moglie Suzanne, Jane e Paulette Nardal, Léopold Sédar Senghor (insomma i fondatori del movimento anticolonialista parigino anni Venti/Trenta della Négritude), con l’aggiunta a bordo di Franz Fanon, di Joséphine Bonaparte affiancata e connessa a una brillante e iconica Joséphine Baker. Scritturando nella troupe anche Trotsky, e anche Stalin, figure (già o poi) associabili nel bene o nel male alla nomenclatura a bordo. Tenendo presente che lo spettacolo di Kentridge in lingua inglese, francese, siSwati, isiZulu, isiXhosa, Setswana, Xitsonga e Sependi (con sopratitoli in italiano) è l’equivalente di un gigantesco, etico e multietnico musical che s’ispira al Surrealismo, all’Afrocubismo, e alla poesia e agli scritti di più autrici e autori.

Scorro i miei appunti: sento richieste di giustizia, una protesta che biasima un’epoca peggiore delle altre, e un Coro di Sette Donne incarna i migranti che sopravvivono a impervie rotte d’acqua sulla tolda del bastimento di un mondo che sta cedendo, con senso del pudore che per colpa di Hitler e di un collaborazionista come Pétain sta scomparendo, mentre la vita è e resta uno spettacolo per ogni anima creola, tant’è che, malgrado l’intromettersi dell’effigie d’un mostro marino, sopra i fumaioli della nave brillano le stelle. E ballano le caffettiere, i megafoni, le ‘capigliature della morte’, i versi cannibali d’un pianeta da resettare.

L’acqua su cui ondeggia il battello intercontinentale di Kentridge la ritroviamo, specchiante e stagnante, nella giungla forestale, radicale e ambientale del “Woyzeck che Mondtag ha costruito per il Berliner Ensemble. Siamo introdotti in una comunità all men, in un maschilismo sistemico dove Mondtag non esita a rivelarsi attratto dalla relazione esistente fra torto singolo e cattiva coscienza di gruppo. In altri termini qui non c’è posto per il femminicidio di Marie. Tutto è tragicamente indifferente, tutto è banalmente fatale, in regia e scena. Le piante, le tende d’accampamento, la legna tagliata, il sangue degli animali, il tutti-dobbiamo-morire, i fuochi notturni, il rumore di elicotteri, la musica live, la violenza nell’aria, il pisciare, il belletto sulle labbra di lei-lui, il bacio, il coltello, l’iperrealismo distopico dei corpi palestrati e alieni culminanti. Il monologo finale del Woyzeck reso dal fragile, esile, asciutto interprete Maximilian Diehle è la restituzione, oggi, del mondo profetizzato da Büchner secondo Mondtag, e della banalità del male di Arendt intercettata su un ponte di esuli da Kentridge.

Rodolfo di Giammarco

Luglio 2025, Spoleto

The Great Yes, The Great No
Regia e concept di William Kentridge
Compositore corale Nhlanhla Mahlangu
Costumi Greta Goiris
Scene Sabine Theunissen
Direttore musicale Tlale Makhene
Dramaturg Mwenya Kabwe
Cinematografia Duško Marović
Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, 12 luglio 2025

Woyzeck
di Georg Büchner
Regia e scene di Ersan Mondtag
Costumi Ari Schruth
Musica Tristan Brusch
Drammaturgia Clara Topic-Matutin
Interpreti del Berliner Ensemble
Musica live di sei strumentisti
Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, 5 luglio 2025
68° Festival dei Due Mondi di Spoleto

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