Questa recensione fa parte di Cordelia di luglio-agosto 25

A pochi giorni dal triste anniversario del massacro di Srebrenica, pronunciare la parola Sarajevo per chi c’era negli anni Novanta ha un sapore amarissimo, perché non si può non andare con la mente ai numerosi massacri dell’epoca più recente. Ma la storia è storia, e come tale produce conseguenze. Una delle meno considerate è per esempio il destino di bambini e bambine accolti in Italia, perché avessero una casa, una famiglia, una parte di ciò che avevano perduto in guerra. Di questo si occupa Mario Gelardi con Sarajevo, testo scritto con Biagio Di Carlo in scena alla Sala Assoli per il Campania Teatro Festival, con Giovanna Sannino, Luca Ambrosino e Francesco Ferrante. C’è un albero sulla scena, le cui fronde sovrastano una panchina solitaria e sono proiettate dalla luce sulla parete di sfondo; attorno alla panchina un ragazzo, si chiama Gabriele, è nervoso e attende suo fratello Davide e, forse, sua sorella Anna; non vede entrambi da tempo, perché ha deciso di partire e non è tornato neanche per il recente funerale del padre, lasciando che fossero gli altri due e la madre a occuparsi di tutto. Ma Gabriele ha un segreto che riguarda la propria infanzia, lo ha scoperto parlando con sua madre, fotografa di guerra che subisce ora gli effetti della violenza catturata in tanti anni di lavoro, vittima di aver visto troppe vittime. I rapporti sono tesi, c’è una rabbia graffiante che lega soprattutto Gabriele e Anna, mentre Davide fa di tutto per mediare; emergono i rapporti pregressi, via via gli eventi che hanno portato alla fuga di Gabriele. Tra i fratelli c’è una forte difficoltà al contatto fisico, ma l’intensità della luce ora violacea ora aranciata e della musica di pianoforte li avvicina. Pur se spesso i dialoghi girano attorno senza trovare il punto, pur se i personaggi faticano a evolvere da una condizione iniziale (eccezion fatta per la ragazza interpretata da Giovanna Sannino, la cui recitazione è molto convincente), Gelardi ha il merito di aver scavato nella storia recente un’urgenza polverosa e poco nota da portare agli occhi di una contemporaneità assuefatta al dolore. (Simone Nebbia)
Visto alla Sala Assoli. Crediti: scritto da Biagio Di Carlo e Mario Gelardi; con Giovanna Sannino, Luca Ambrosino e Francesco Ferrante; scene Di Enzo Leone; luci Alessandro Messina; costumi Giulia Contrastato; aiuto Regia Maky Montella; regia Di Mario Gelardi; produzione: Nuovo Teatro Sanità










