Questa recensione fa parte di Cordelia di giugno 25

All’ingresso in sala il sipario è già aperto su un quadro cifrato al fondo dall’orizzontalità di una schiera di spighe di grano, i cui toni ambrati faranno da orizzonte materico per i cambi di cromia di un tetto che le luci decreteranno riflesso dal blu al turchese, dal giallo al verde, dal nero al rosa. Appesa al centrale dei tre archi in pietra e metallo dorato c’è un’altalena in legno e corda. Diventerà il principale polo di costruzione del dinamismo della dimensione scenica del monologo che Sonia Bergamasco fa diventare spazio con la leggiadria cosciente del suo corpo avvolto dalla leggerezza velata di un vestito panna, a impastarsi a tratti a un tessuto sonoro ove i fuori campo (il canto ritmico dei grilli, la musica del Valzer Brillante di Rota ispirato a Verdi, la sua stessa voce, il crepitare sottinteso dei bombardamenti, …) faranno da controcanto di sconfinamento della scatola ottica. Unica cacofonia nella qualità della presenza quella di un’inflessione siciliana non del tutto armonica all’orecchio. La derivazione è dal romanzo edito da Feltrinelli nel 2024. L’adattamento è dello stesso Cappuccio che affida a Bergamasco regia e interpretazione di Beatrice Tasca Filangeri di Cutò, donna aristocratica e altera, principessa affascinante e mondana, eterea e densa, personalità iridescente collocata sul crinale di un’epoca che cambia i propri paradigmi tra le esplosioni della Seconda Guerra Mondiale, madre dell’autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa e del dolore di una figlia morta troppo presto. Il fulcro della narrazione delinea il presupposto de Il gattopardo nel profilo della donna, spostando la linea della Storia sull’asse di un femminile che qui definisce anche un passaggio dell’eredità concettuale e materiale, quindi un filo di continuità ed evoluzione nella figura della giovane Eugenia, cui la principessa offrirà sostegno e ispirazione sulla via dell’emancipazione e dell’affermazione del sé. Come sovente accade, l’adattamento, fisiologicamente assoggettato dal libro a una compartimentazione, lascia l’impressione di una compressione che, seppur organica e coerente da seguire, non riesce – fuori dall’impegno attorale e registico – ad affrancarsi del tutto dalla parola letta per tramutarla in lingua scenica e consegnarla alla tridimensionalità del Teatro. (Marianna Masselli)
Visto al Campania Teatro Festival di Ruggero Cappuccio diretto e interpretato da Sonia Bergamasco musiche Marco Betta, Ivo Parlati scena Paolo Iammarone e Vincenzo Fiorillo
costume Carlo Poggioli luci Cesare Accetta produzione Teatro Segreto













