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HomeCordelia - le RecensioniKILOWATT FESTIVAL 2025

KILOWATT FESTIVAL 2025

Questa recensione fa parte di Cordelia di luglio-agosto 25

Foto Luca Del Pia

Chi volesse avere una fotografia del teatro italiano contemporaneo dovrebbe prima o poi passare per Sansepolcro: nel borgo toscano – celebre per aver dato i natali a Piero della Francesca e che ancora si salva dall’overtourism – si contano ormai 23 edizioni di Kilowatt, quest’anno con ben 45 spettacoli. Ogni giorno si comincia almeno alle 17, a volerli vedere tutti forse sono troppi (e con quello delle 22,45 si fatica un po’), ma qualità e diversità sono segni riconoscibili della kermesse. Quest’anno non ho trascorso a Sansepolcro i soliti due giorni veloci ma mi sono dato la possibilità di un attraversamento più ricco e ho avuto la possibilità di assistere a una partecipazione popolare incredibile: non solo artisti e operatori ma tanto pubblico affollava le platee. D’altronde sono più di quaranta le spettatrici e gli spettatori che hanno scelto di far parte dei Visionari, ovvero lo storico progetto che vede proprio gli abitanti di Sansepolcro misurarsi con la selezione di una parte degli spettacoli in programma: decine di persone che durante l’inverno si ritrovano a guardare video di teatro e danza per poi scegliere le opere preferite. Ho un’immagine per raccontare la devozione di Lucia Franchi e Luca Ricci (fondatori e direttori del festival) per Kilowatt: durante uno spettacolo, non ricordo quale, sala pienissima come al solito, la solita calura dell’ Auditorium di Santa Chiara, i due direttori entrano per ultimi e si siedono in terra su uno scalino. Accade anche in altri luoghi, certo, accade quando un festival riesce ad essere una festa sia per la comunità di artisti che per la città. Eppure anche qui si sono contati un po’ di punti persi all’ultima misurazione della commissione ministeriale; ma nell’ambito di una vetrina come Kilowatt, rispetto alla sua funzione sul contemporaneo, è davvero difficile chiedere di più a questo progetto. (Andrea Pocosgnich)

recensioni

ABDOMEN (La Grive Compagnie)

In opposizione a spaesamenti virtuali di cui tanto si parla, a convincermi sempre di più, negli scenari dell’ipercorpo e delle immersioni fisiche (in presenza) che non smettono mai di rendersi fondativi, sono certe pratiche artistiche esploranti i linguaggi organici, i territori fisio-biologici, i contrasti epidermici. Detto in parole semplici, ho appena assistito a un combattimento di addominali, a un antagonismo performante basato su violentissimi colpi del ventre cui con vigore di sfida scenica si lasciano andare due partners senza mai concedersi tregua: il potente e ostile passo a due, l’esperienza sensazionale e rituale di Abdomen è ospite del Kilowatt Festival 2025 di Sansepolcro, crocevia energico delle arti diretto da Luca Ricci e Lucia Franchi, e protagonisti del match sono qui i fondatori (nel 2019) della compagnia di danza contemporanea La Grive, gli agonistici Clémentine Maubon e Bastien Lefèvre, associati al Théâtre Louis Aragon di Tremblay-en-France. Si presentano con divise arancione, alludono inizialmente a movimenti di boxe, scoprono presto un sustrato di costumi da bagno, e altrettanto in tempi brevi svelano entrambi il tronco, avviando una sistematica ricerca di scontri frontali a mezz’aria, una lotta fatta di urti, di percosse, di impatti di pettorali ad alto regime di aggressione, di impeto, di lucida competizione. C’è qualcosa di misterioso, di convenuto e animalesco, nel loro duello strusciante e testardo di toraci, busti e costati che si sfidano per una battaglia forse anche carnale (e procreativa?), oltre che bestiale. Io assisto alla scompigliatezza dei capelli di lui incollati alla fronte come quelli d’un torero, e alla naturalezza asettica dei seni di lei esposti in modo severo. Sono complici o antagonisti, viene da pensare, Clémentine e Bastien? Quelle inesorabili botte di petto sono l’armonia sintonica di un wrestling che ha bisogno di fluttuare e di percuotersi? O quella sfida tremenda di addomi nasconde un ‘sentimento della pelle’? Ah, saperlo… (Rodolfo di Giammarco)

Visto al Chiostro di San Francesco, Kilowatt Festival interpretazione Bastien Lefevre, Clementine Maubon direzione tecnica Jerome Houles coproduzione CNN de Bourgogne Franche-Comté (FR) con il sostegno di Centre Culturel de La Ville Robert (FR), Le Cent Quatre Paris (FR), CNDC Angers (FR

LE PALESTRITI (di Simona Bertozzi)

Al chiostro di San Francesco si accede tramite una scala che immette nello spazio scenico e nelle platea che lo circonda, è un’entrata tanto lenta, uno per volta, quanto suggestiva, per il pubblico, un po’ rituale forse o che potrebbe ricordare l’entrata in una piscina. Nel mezzo della bianca scena un telo con la raffigurazione guida di questa opera coreutica, Le palestriti, un mosaico della villa romana del Casale a Piazza Armerina, nel mezzo della Sicilia; parliamo di un reperto mosaicale tra i più importanti dell’epoca romana, del IV secolo, in cui sono rappresentate dieci figure femminili impegnate in vari esercizi e giochi atletici, con tanto di oggetti vari. Le quattro interpreti raggiungono la scena in momenti diversi, ognuna è portatrice di un segno coreografico in cui si riconoscono le impronte dei movimenti sportivi: riconosciamo certe posizioni di sumo, il lancio del peso, i salti, le corse, ma in generale cogliamo lo sforzo sportivo e il tentativo di queste quattro splendide interpreti (diverse per qualità del movimento, fisicità ed età) di catturare lampi di agonismo e atleticità inserendoli in una danza di corpi che sfruttano tutto lo spazio per poi stringersi come in una lotta; a questo punto ognuna afferra un angolo del telo, lo sollevavano, ne fanno gioco collettivo. Erano singolarità, come campionesse di sport solitari, e ora sono una forza collettiva, un unisono; il ritmo aumenterà e l'insieme si sfalderà ma senza cancellare negli occhi di chi guarda quel senso di maturazione collettiva. Ora sono squadra: una piccola nenia viene intonata a voce bassa, poi spaccate a bloccare il tempo, sospiri, piccole grida e abbracci, prima che arrivi Road to Nowhere dei Talking Heads e poi un presagio ancora, il gruppo si dividerà, si troverà di nuovo in lotta, come nel Rugby. Perché questo spirito collettivo va difeso, da egoismi interni come da attacchi esterni. Quanta inventiva, vitalità e sensibilità in questo lavoro coreografico di Simona Bertozzi, tra i silenzi, negli slanci fisici e nei sussurri, siamo empaticamente con queste giovani donne, fino alla fine. (Andrea Pocosgnich)

Visto al Chiostro di San Francesco. Kilowatt Festival. ideazione e coreografia Simona Bertozzi preparazione vocale Meike Clarelli interpretazione Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa, Paola Drera, Valentina Foschi musica originale Meike Clarelli, Davide Fasulo produzione Nexus Factory

VEGLIA (Menoventi)

Menoventi è una compagnia, più precisamente un duo, che negli anni ha interrogato la realtà della scena e lo spazio di relazione con la platea bombardando spesso la quarta parete, cercando di andare oltre il concetto di rappresentazione, si veda il recente gioco drammaturgico di Ivan Vyrypaev, Entertinment, che ribalta la scena focalizzandosi su due spettatori, oppure il più complesso Odradek che è una sorta di favola distopica in cui il nome del personaggio kafkiano diventava il marchio di un delivery che recapita pacchi mai acquistati. Ma si pensi anche ai titoli precedenti: c’è sempre qualcosa che fa scricchiolare la realtà, una sotterranea e misteriosa ricerca che attraversa il teatro di Gianni Farina e Consuelo Battiston. Allora questo Veglia visto nello spazio del chiostro di San Francesco di Sansepolcro per Kilowatt Festival è un ennesimo corpo a corpo con la realtà, senza tentativi di torsione, in un incontro purissimo con gli spettatori e le spettatrici che abitano tre lati della scena. Consuelo e Gianni interpretano se stessi (il drammaturgo e regista non saliva sul palco da decenni): la veglia è “una serata trascorsa in compagnia, a raccontare delle storie”, ma è anche un rito che ci mette in contatto con la morte, durante la veglia si accudisce la salma… qualcuno qui allora dovrà prestarsi a fare il morto, qualcuno dal pubblico. Non è uno spettacolo, è una festa questa di Menoventi, si brinderà, come nei migliori veglioni, al futuro e a chi non c’è più, ai 20 anni di attività della compagnia, si ricorderà Goffredo Fofi, si racconteranno scherzi e momenti imbarazzanti. Le piccole storie antiche (mercanti persiani, partite a scacchi con maestri zen, scommettitori nel Far West…) si alterneranno ai momenti di partecipazione del pubblico, tutto accompagnato dalla musica dal vivo (a Sansepolcro quella di Muni, ma il musicista cambia in ogni piazza). Apparentemente non siamo di fronte a uno spettacolo, ma c’è quello che il teatro promette di essere, soprattutto nella nostra epoca ipermediatizzata, la condivisione del tempo e l'accoglienza, nel tentativo di guardare e allontanare la morte. (Andrea Pocosgnich)

Visto al Chiostro di San Francesco. Kilowatt Festival. di e con Consuelo Battiston, Gianni Farina ospite musicale Muni con un’incursione di Luisa Borini consulenza sonora Mirto Baliani organizzazione Marco Molduzzi amministrazione Stefano Toma, Marco Molduzzi produzione E Production, Drama Teatro

BOVARY (regia Stefano Cordella)

Quello di Madame Bovary è un personaggio che spesso si affaccia nel teatro italiano, ne ricordo almeno tre in questi ultimi anni che hanno colpito la mia memoria: l’allestimento di Andrea Baracco e poi due lavori più piccoli, in forma monologante ma molto preziosi, uno con la regia di Luciano Colavero e l’interpretazione di Chiara Favero, l’altro vedeva Lorenza Senestro del Teatro della Caduta portare lo storico romanzo di Flaubert nella moderna Piemonte. La vicenda d’altronde si presta alla riscrittura, come nel caso dello spettacolo diretto con maestria da Stefano Cordella visto in anteprima a Kilowatt Festival. Un muro sul fondale, un divanetto sulla sinistra e una panchina sulla destra, Anahì Traversi - che darà tutta se stessa, in equilibrio tra tecnica e passione sfiorando di tanto in tanto la leziosità - in gonna corta, calze bianche ricamate, uno stivaletto rosso bordeaux; il marito, il charles del romanzo, è Pietro De Pascalis, anche lui con un completo chiaro e gli straccali e un’interpretazione piena di umana verità. Emma è una correttrice di bozze, è riuscita a raggiungere il lavoro che desiderava, come le fa notare il marito, eppure è infelice, alla ricerca di altro. E’ un’insoddisfazione questa di Emma, tutta moderna, a tratti può sembrare una grottesca maschera della nostra epoca, fatta di un bovarismo scadente che non può esistere perché tutto c’è nella nostra società, tutto è a portata di mano. Ma è grazie alla tagliente ironia che la drammaturgia di Elena C. Patacchini tiene lontana la retorica e la banalità. Charles è protezione e amore, ma c’è altro oltre la noia di una relazione tranquilla, l’insoddisfazione è una radice che deve trovare il proprio corso: la coppia ci prova, vanno a vivere nella grande città, "qui tutti hanno così tanto da vivere” dice Emma piena di nuova eccitazione, ma basterà poco alla radice per tornare a battere di quel dolore. E non si può non provare empatia per quell’uomo che verrà lasciato per un altro “mi hai scelto perché sono sacrificabile”, Emma intanto si è infilata il costume nero dello storico personaggio, in una sorta di corrispondenza che va oltre le epoche. (Andrea Pocosgnich)

Visto all’ Auditorium Santa Chiara. Kilowatt Festival. da Madame Bovary di Gustave Flaubert ideazione e regia Stefano Cordella drammaturgia Elena C. Patacchini con Anahì Traversi e Pietro De Pascalis scene Marco Muzzolon costumi Giulia Giovanelli disegno luci Fulvio Melli suono Gianluca Agostini assistente alla regia Marica Pace delegata di produzione Susanna Russo produzione Manifatture Teatrali Milanesi

LA CARA DEI VECCHI (di E. Buonocore, regia P. Carbone)

Prendersi cura degli anziani, nella nostra società attuale, è tema di particolare urgenza. Con l’innalzamento dell’età media e i progressi della medicina, unito al crollo delle nascite, l’invecchiamento del paese è una condizione ormai ineludibile che ha bisogno di regole, nuove strutture sociali, ma soprattutto di tanta umanità. Quando non è possibile ricorrere a centri di accoglienza o all’aiuto privato e dedicato di una persona che accompagni ogni passaggio della fase senile, tocca a qualcun* di famiglia caricarsi il peso emotivo, psicologico e fisico della cura. È da qui che prende spunto La cara dei vecchi, testo di Elvira Buonocore vincitore del bando di produzione NdN per la nuova drammaturgia, in scena sul palco del Kilowatt Festival, a firma Progetto Nichel, con in scena la sola Anna Carla Broegg, diretta da Pino Carbone. C’è un doppio piano di narrazione per il monologo: con un banco-regia e un microfono l’attrice è al lato della scena, sullo schermo l’interno casalingo con cui è in dialogo, in cui letteralmente entra con i gesti e la voce. All’interno dell’immagine i due nonni di cui si prende cura, affrontando i disagi e le inadeguatezze del caso; i due anziani hanno malattie diverse, lei via via diventa pratica nella gestione delle loro giornate, ma sempre in agguato è l’errore, oppure l’imprevisto che cambia tutto e produce l’inevitabile crisi. La precarietà della situazione emerge in modo sempre più pressante, al punto che la giovane rischia di impazzire seguendo le necessità dei vecchi; ecco un tema svolto con efficacia dal testo che ha una certa freschezza e originalità, soprattutto integrando una serie di modi di dire “da vecchi”, proverbiali, nelle espressioni della ragazza e usando con acutezza il linguaggio surreale, ma che si perde in una serie di incongruenze e linee espressive meno funzionali alla coerenza generale, da focalizzare meglio. Nel tempo uguale, i vecchi diventano paesaggio, la casa di mobili polverosi il loro habitat. La giovane coltiva amore e odio, dedizione e cinismo, cercando di non annegare in quella sorta di acquario immobile che è la vita degli anziani. (Simone Nebbia)

Visto all’ Auditorium Santa Chiara. Kilowatt Festival. Drammaturgia Elvira Buonocore; regia Pino Carbone; con Anna Carla Broegg; in video Alfonso D’Auria, Darioush Forooghi; scene Giuliano la Spina; musiche Antonio Maiuri, Marco Messina; coproduzione Teatro Libero Palermo, Fondazione Luzzati/Teatro della Tosse, Network Drammaturgia Nuova; color e montaggio Rossella Frezza; prod. esecutivo video Marcos Vacalebre Spaghetti Film; edizione Francesca De Nicolais

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Andrea Pocosgnich
Andrea Pocosgnichhttp://www.poxmediacult.com
Andrea Pocosgnich è laureato in Storia del Teatro presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi su Tadeusz Kantor. Ha frequentato il master dell’Accademia Silvio D’Amico dedicato alla critica giornalistica. Nel 2009 fonda Teatro e Critica, punto di riferimento nazionale per l’informazione e la critica teatrale, di cui attualmente è il direttore e uno degli animatori. Come critico teatrale e redattore culturale ha collaborato anche con Quaderni del Teatro di Roma, Doppiozero, Metromorfosi, To be, Hystrio, Il Garantista. Da alcuni anni insieme agli altri componenti della redazione di Teatro e Critica organizza una serie di attività formative rivolte al pubblico del teatro: workshop di visione, incontri, lezioni all’interno di festival, scuole, accademie, università e stagioni teatrali.   È docente di storia del teatro, drammaturgia, educazione alla visione e critica presso accademie e scuole.

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