Questa recensione fa parte di Cordelia di luglio-agosto 25

Chi volesse avere una fotografia del teatro italiano contemporaneo dovrebbe prima o poi passare per Sansepolcro: nel borgo toscano – celebre per aver dato i natali a Piero della Francesca e che ancora si salva dall’overtourism – si contano ormai 23 edizioni di Kilowatt, quest’anno con ben 45 spettacoli. Ogni giorno si comincia almeno alle 17, a volerli vedere tutti forse sono troppi (e con quello delle 22,45 si fatica un po’), ma qualità e diversità sono segni riconoscibili della kermesse. Quest’anno non ho trascorso a Sansepolcro i soliti due giorni veloci ma mi sono dato la possibilità di un attraversamento più ricco e ho avuto la possibilità di assistere a una partecipazione popolare incredibile: non solo artisti e operatori ma tanto pubblico affollava le platee. D’altronde sono più di quaranta le spettatrici e gli spettatori che hanno scelto di far parte dei Visionari, ovvero lo storico progetto che vede proprio gli abitanti di Sansepolcro misurarsi con la selezione di una parte degli spettacoli in programma: decine di persone che durante l’inverno si ritrovano a guardare video di teatro e danza per poi scegliere le opere preferite. Ho un’immagine per raccontare la devozione di Lucia Franchi e Luca Ricci (fondatori e direttori del festival) per Kilowatt: durante uno spettacolo, non ricordo quale, sala pienissima come al solito, la solita calura dell’ Auditorium di Santa Chiara, i due direttori entrano per ultimi e si siedono in terra su uno scalino. Accade anche in altri luoghi, certo, accade quando un festival riesce ad essere una festa sia per la comunità di artisti che per la città. Eppure anche qui si sono contati un po’ di punti persi all’ultima misurazione della commissione ministeriale; ma nell’ambito di una vetrina come Kilowatt, rispetto alla sua funzione sul contemporaneo, è davvero difficile chiedere di più a questo progetto. (Andrea Pocosgnich)













