Questa recensione fa parte di Cordelia di luglio-agosto 25

Ci attende in piedi, di lato, in questa sorta di non luogo in disuso (ci facevano le corde, ma prossimamente verrà abbattuto per lasciare spazio a qualche appartamento turistico), ha un dito in bocca, come per mangiarsi le unghie ma sarà simbolicamente qualcos’altro questo suo contatto ossessivo con la cavità orale. Per interi minuti, forse troppi vista la breve durata della performance (20’), Alina Arshi fa pochissimo, ci guarda immobile o spostandosi nello spazio delimitato da teli colorati con varie fantasie. Veste un paio di pantaloncini scuri al ginocchio e una canottiera arancione, si gira, si tocca una treccia e continua a tenersi un dito in bocca mentre il sottofondo sonoro di una città rumorosa si fa più evidente. Il canto si sprigiona come qualcosa di naturale, come la radice di una cultura di appartenenza e poi di nuovo la mano che comincia a ostruire sempre di più la bocca fino soffocare la melodia. La bocca è ora apertissima, Arshi sembra voler mangiare qualsiasi centimetro della propria pelle prima che una linea ritmica potentissima possa portarla da un’altra parte: ora è il corpo in fiamme, spasmi, contrazioni, le braccia si lanciano in alto il busto si inarca, il viso cerca di contenere l’incontenibile. Se scattassimo una foto ora vedremmo una posa che avrebbe a che fare con l’iconografia induista, come nel finale, suggestivo proprio per questo rimando e per la radicalità con cui l’immagine si esprime: l’artista si posiziona sul limitare destro dello spazio, scenico, è immobile e di profilo, con il corpo in avanti, la lingua di fuori e la saliva che gocciola sul pavimento di cemento. La ventottenne, nata in India e trasferitasi in Europa (diplomata alla mitica Manufacture di Losanna proprio con questo solo), parte dal concetto di smarrimento – Entepfuhl era il nome di un villaggio in Germania protagonista anche di un romanzo filosofico di Thomas Carlyle del 1836 -, ma qui la riflessione è tutta in quel corpo, nelle mostruose contrazioni, nella lingua della Dea Kali che sbava sul pavimento (Andrea Pocosgnich)
Ex Corderia, Santarcangelo Festival. Coreografia Alina Arshi consulenza Jessica Allemann, Nicole Seiler, Robinson Filomé Starck produzione La Manufacture nell’ambito dei lavori di Bachelor della Promozione F grazie a Les Urbaines per la ripresa e ad Arsenic per l’ospitalità negli spazi studio progetto realizzato con il supporto di Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia











