Questa recensione fa parte di Cordelia di luglio-agosto 25

Quando si dice il nome di Barbablù ci si mette paura, perché nell’immaginario che la storia consegna alla percezione, nelle varie versioni e fra tutte la più nota di Perrault, il personaggio porta un carico simbolico di grande effetto che riverbera la sua figura nell’assolutezza del male. Proprio per questo è oggi così utilizzato – ne è un esempio la campagna del gruppo Amleta dedicata alle violenze di genere nel mondo dell’arte scenica: Apriamo le stanze di Barbablù – per evidenziare il rapporto tra vittima e carnefice e così sensibilizzare su una piaga di crescente entità, nella società civile contemporanea. Nello spettacolo di Campsirago Residenza, diretto da Michele Losi sulla drammaturgia di Sofia Bolognini, la figura di Barbablù è in realtà un accenno esteriore, perché la narrazione si concentra su due testimoni, due fratelli, che conducono con la loro narrazione in tante stanze di diversi Barbablù, evidenziando proprio come il segreto, la natura silente della violenza, non faccia altro che amplificarla, renderla vasta, estrema. Due sulla scena, Benedetta Brambilla e Sebastiano Sicurezza, due parti di palco speculari delimitano le due testimonianze, tra il maschile e il femminile; un mangianastri spande musica da ballo e parti parlate, un microfono diffonde attraverso le loro voci concetti chiave come l’evocazione del trauma, la crudeltà, l’identificazione impossibile e vaga dell’Uomo Nero, la taciuta efferatezza della violenza domestica, la relazione avvelenata di preda e predatore, il destino di vittime che restano marchiate dal male. Due tendaggi di tessuto jeans definiscono le quinte dello spazio scenico, che poi compone stracci di vario taglio ad accumularsi sul palco. Solo in parte la tensione su cui si insiste rimane fedele lungo l’intero spettacolo, la narrazione per frammenti se da un lato permette un ritmo leggero, di contro concede molto in compattezza, così che la storia risulta essere meno fluida e forte. Tanti Barbablù per un male totale, un fucile da cacciatore è pericoloso solo se c’è l’umano a sparare: fosse dunque che dove c’è l’essere umano non può non esserci il male? (Simone Nebbia)
Visto a Il Giardino delle Esperidi Festival. Crediti: regia Michele Losi; in scena Benedetta Brambilla e Sebastiano Sicurezza; drammaturgia Sofia Bolognini; scene e costumi Michele Losi e Annalisa Limonta; suono Luca Maria Baldini e Stefano Pirovano; luci Stefano Pirovano e Alessandro Bigatti; foto Alvise Crovato; video Luana Giardino; illustrazione Nina Losi; produzione di Campsirago Residenza










