Una stanza tutta per sé, vicino al mare. A Pozzuoli

Recensione. Nel teatro della Casa Circondariale femminile di Pozzuoli viene portata in scena una produzione di Manovalanza Teatro, Una stanza tutta per sé, un libero adattamento del libro di Carmine Ammirati Là dove inizia l’orizzonte: Storie di Orfani di Femminicidio.

Foto Salvatore Pastore

Manovalanza nasce nel 2009 dall’incontro di due professionalità complementari: quella di Adriana Follieri, attrice e formatrice, e di Davide Scognamiglio, fotografo e light designer. Da sempre impegnati in produzioni in cui è prevista la partecipazione attiva di comunità cosiddette marginali, sono bel lontani da logiche assistenzialiste: l’arte è sicuramente emancipazione e sollevamento dello spirito, ma non deve essere una strenua conquista bensì un elemento indispensabile nella quotidianità di chiunque. Esperienze come la loro con gli abitanti del Rione De Gasperi di Ponticelli nel progetto #Foodistribution dimostrano quanto cittadini meno privilegiati possano farsi padroni nella consapevolezza di un vivere sostenibile in aperta contrapposizione con la violenta gentrificazione che ha ormai sclerotizzato una città come Napoli. Incontro la fondatrice dell’associazione, Adriana Follieri, nella confusione di via Domenico Cirillo, traversa di via Foria. Siamo in una delle poche arterie non invase dal turismo, eppure è esattamente come si suppone che sia un’affollata via popolare di Napoli. A stento riusciamo a sentirci; «che ci piaccia o no, viviamo in una città peculiare», le dico, e lei sospira: la consapevolezza di vivere in una città il cui quotidiano si riduce a immagini appiattite dallo stereotipo non turba più, ma infastidisce. 

Foto Davide Scognamiglio

Ci penso nel ricordare il mio arrivo alla Casa Circondariale femminile di Pozzuoli: stupidamente ho sollevato la testa cercando di individuare il finestrone con sbarre da cui la Loren si affacciò splendida in Ieri, oggi, domani. Poi (e a nessuno sfuggirà la cazzimma della cosa) si è imposta all’improvviso la presenza del mare, che non è mai stato così bello come da lì; infine, il silenzio terribile varcate le soglie del carcere. «Ci tenevamo che nello spettacolo non arrivasse nulla della nostra condizione qui», me lo dice Nunzia mentre siamo sedute tutte in cerchio a parlare, e subito le dico che lo sguardo degli altri è in effetti morboso su questo aspetto: pure lei, sospira e annuisce. A ragionarci nemmeno troppo attentamente, tanto è evidente, ci si rende conto che la marginalità ha un’immagine e un suono ben precisi nella mente di chi non la vive; immagini e suoni che veicolano idee specifiche e totalizzanti su quello che viene rappresentato. Soprattutto nei progetti culturali che coinvolgono le classi popolari le proposte si riducono a pochissimi scenari, quasi tutti legati all’immaginario criminale o all’oleografia in salsa tradizionalista. «Una delle cose più fastidiose è che a queste persone viene chiesto di esprimersi solo in napoletano», mi fa Adriana; sì, il napoletano imbastardito dei quartieri è quello che ci si aspetta che venga esclusivamente parlato (che sia così o no nella realtà poco conta). La marginalità assume caratteri estetizzanti per confortare il gusto di chi osserva. Più che fastidioso, è disonesto.

Foto Davide Scognamiglio

Nel teatro del carcere di Pozzuoli nulla è stato dato per scontato, e sul palco Maddalena Maisto, Lucia Sassolino, Nunzia Orso, Maria Melania Casilla, Concetta Gelato, Matilde Guarino, Livia Di Lillo e Teresa Monaco si sono esibite con pronta e generosa professionalità. Una stanza tutta per sé è liberamente tratto dal libro Là dove inizia l’orizzonte: Storie di Orfani di Femminicidio scritto da Carmine Ammirati ed edito per grausedizioni; l’iniziativa, che ha visto coinvolto anche l’IPM di Airola con l’associazione CCO-Crisi Come Opportunità e il progetto Bar-abbà di TeatrinGestAzione nella Casa Circondariale di Poggioreale-Napoli, rientra nel progetto firmato da Nadia Baldi Una finestra sul libro. Ammirati ha perso la madre Enza nel 2015 per mano dell’ex compagno, quand’era solo un adolescente: dell’amore straziante per il genitore offre in restituzione una lunga e dolcissima lettera. Il testo di Virginia Woolf rimanda al diritto di una condizione intima di rielaborazione tutta femminile: ognuna delle attrici ha interiorizzato i ricordi e i pensieri di Carmine prendendone le sembianze. La rielaborazione, che ha compreso alcune immagini tradizionali, è avvenuta per costruzione collettiva.

Foto Salvatore Pastore

Accolti da un buon caffè si assiste a una costruzione che si direbbe quasi presepiale della scena, dove le figure si stagliano massicce come icone: ognuna, raccolta in uno spazio ben perimetrato da una cornice di luci e voci, è caratterizzata dalla ripetitività del gesto ed è imposta come immagine ideale del femminile e del rapporto madre-figlio. Il gesto, che si manifesta in atteggiamenti semplici e quotidiani, nella ritualità assume elementi simbolici (uno scrittoio continuamente ripulito e riordinato riverbera le apparizioni di Enza nei sogni di Carmine). Seguendo il ritmo magico delle parole e dei versi di chi rappresenta Carmine e chi una Donna, dall’ingresso del teatro appaiono, come partorite da un ventre infernale, le Donne. Giovanna D’Arco e Santa Lucia, fiduciose nella giustizia divina, cadono per mano di uomini e si fanno aralde; la Santa, il viso dolente e malinconico, con i simboli iconici della torcia e del piattino d’oro assiste la Donna nel dolore e nella gioia estatica del parto. Come se non bastasse, la familiarità impressionante di quei volti, il trasporto di quei corpi, ha calato la narrazione in luoghi antichi, vernacolari. Con la stessa cortesia con cui siamo stati accolti, veniamo congedati con l’offerta di stecche di cannella e bucce d’arancia: il profumo di Enza che Carmine porta sempre con sé. Insieme ci scambiamo opinioni guardandoci bene in faccia. Al momento di salutarle, Lucia mi ferma e commossa mi chiede: «Ma tu cosa hai provato?» «Dolore, ma pure quello serve»: pure lei, annuisce e sospira. 

 Valentina V. Mancini

Teatro della Casa Circondariale femminile, Pozzuoli- ottobre2022

Una stanza tutta per sé

Liberamente tratto dal libro di Carmine Ammirati Là dove inizia l’orizzonte: Storie di orfani di femminicidio
Con le attrici detenute presso la Casa Circondariale femminile di Pozzuoli
Regia Adriana Follieri
Progetto visivo e disegno luci Davide Scognamiglio
Disegno del suono Francesco Troise
Collaborazione artistica Francesca Capasso, Carlo Galiero, Federica Di Gianni
Collaborazione tecnica Sebastiano Cautiero, Giulio Pastore assistenti Antonio Testa, Paola Maria Cacace, Carla Pastore      Produzione Manovalanza
In collaborazione con Fondazione Campania dei Festival

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