Leonardo Delogu / DOM: attraverso La Buca, oltre la fine e verso il futuro

Intervista a Leonardo Delogu / DOM che il 16 luglio 2022 a Pergine Festival presenterà La Buca, primo esperimento pubblico frutto del lavoro collettivo con Loredana Canditone, Giuseppe Vincent Giampino, Marta Olivieri e i/le partecipanti al laboratorio. Materiali creati in Media Partnership.

Delogu /DOMChe territorio è quello di Pergine Valsugana e cosa vi hai trovato che fosse rispondente al progetto La Buca?

Questo lavoro è in continuità con il progetto CAMPFIRE portato avanti insieme a Arianna Lodeserto e Valerio Sirna, durante il quale siamo stati colpiti dall’immagine dei partecipanti che si affacciavano, simbolicamente, sul ciglio di una voragine a guardare un buco profondo, sconosciuto, buio che è anche condizione dell’umano che ci riguarda e che ci ha fatto pensare alla buca come passaggio verso l’altrove. Abbiamo quindi cercato di dare un luogo fisico, reale, a questa suggestione: l’anno scorso ero a Pergine Festival ospitato nel progetto IN SITU, the European platform for artistic creation in public space, e, facendovi una residenza, sono potuto entrare in contatto per la prima volta con il paesaggio. In maniera rabdomantica ho scovato questa grandissima buca – circa 125.000 mc e una superficie di 25.000 mq – spazio occupato precedentemente da un’ex fabbrica tessile, la Cederna. Quando è stata distrutta, hanno portato via le rovine creando questo grande vuoto urbano all’interno dell’area industriale del paese. Negli ultimi quarant’anni, la vegetazione si è ripresa questo spazio, una sorta di bosco a quindici metri di profondità con una vegetazione spontanea, come raccontata da Gilles Clément, che vive in condizioni di scarsità. A differenza di altri progetti in cui tendo a entrare anche nel tessuto delle dinamiche sociali dei luoghi, durante la residenza sono rimasto attaccato al dato oggettivo e sensoriale dell’estraneità del luogo che mi ha affascinato in maniera determinante.

Quali sono le suggestioni letterarie suscitate dal luogo?

Gilles Déleuze e Félix Guattari hanno delineato delle linee del sentire tra umano e non umano che sin dall’inizio sono state molto rispondenti. O anche quella degli studi del biologo Jakob Johann von Uexküll che per primo ha parlato non di meccanica degli animali ma di costruzione dell’ambiente, è stata una lettura importante, esistono infatti infiniti mondi derivanti da infiniti sistemi percettivi. A questi testi si aggiunga anche Della transpassibilità del filosofo Henri Maldiney sulla rivalutazione della passività e sulla possibilità dell’umano di essere attraversabile. Nonostante io faccia un lavoro che non contempla affatto il misticismo, la trascendenza e Dio, ho trovato fondamentale quello che dice María Zambrano nel libro I beati: “la scienza e la filosofia hanno lasciato alla religione la produzione di visione”. Lo stato di contemplazione, nella pacatezza, genera l’accadimento, in cui animale e vegetale si compenetrano.

Tra queste scelte, ve ne è una preminente che ci racconta di questo tempo?

Il lavoro è stato portato avanti come una ricerca che andasse oltre le retoriche del qui e ora teatrale, dei luoghi anche, per ripensare il nostro sistema percettivo nei termini del vuoto, della cavità interna dando valore alla passività, studiando questa cultura della vista focalizzata nella quale viviamo, che nomina, cerca i dettagli, definisce; a differenza di uno sguardo defocalizzato, più contemplativo. Lo sguardo defocalizzato non carpisce ma fa entrare il circostante. Questa ridefinizione dell’apparato sensoriale è diventato così un principio coreografico. Nel fondo di questa buca c’è un’umanità che sperimenta un sentire cavo tramite cui l’umano coesiste con le altre specie. Non basta più la dimensione concettuale dell’inter o multispecismo ma bisogna comprendere come cambia la dinamica animale dell’ascolto e dello sguardo.

Il confronto avuto con Loredana Canditone, Giuseppe Vincent Giampino, Marta Olivieri e i/le partecipanti al laboratorio come ha caratterizzato il processo creativo?

È stato un processo di ricerca che avrà la sua apertura sabato prossimo, nonostante sia in una fase ancora di elaborazione, ci sono dei passaggi molto interessanti di visione. Sono partito dalle retoriche del sistema sensoriale, concentrandomi su vista, udito e tatto come i tre livelli esperienziali più facili provando a ribaltarli: il linguaggio focalizzato è predatorio, è proiezione della nostra presenza, mentre quello defocalizzato, come quello delle mucche ad esempio, è osservatorio e ricognitivo. Lo stesso per l’udito, l’orecchio si fa cava per il suono esterno che entra in contatto con la nostra fisicità. Siamo vulnerabili al suono perché è un senso che non si può annullare, come invece decidiamo di chiudere gli occhi. Il tatto, invece, è stato esteso oltre le mani lungo tutta l’epidermide, che capta informazioni. I corpi diventano allora dei ricettori. Con questo lavoro vorrei uscire anche dalla retorica che noi di DOM siamo “i camminatori” o “quelli che camminano”, operazione che fa il mercato per comunicarti funzionalmente e farti comprendere dandoti una specifica, per questo abbiamo lavorato sulla forma del pic-nic come fosse una pausa da questa definizione data. È una sospensione del fare come accade nel libro di Joan Lindsay Pic-nic ad Hanging Rock, in cui ci si abbandona, ci si addormenta, e si sparisce anche. Con Loredana Canditone, Giuseppe Vincent Giampino, Marta Olivieri siamo entrati subito nella materia artistica, essendo loro autore e autrici, ora sto invece procedendo a limarla affinché vi possano entrare anche i sette partecipanti al laboratorio (in virtù di azioni finalizzate a rendere la formazione una pratica remunerata, DOM garantisce a i/le partecipanti una retribuzione per le 4 giornate di laboratorio e l’intera copertura delle spese di viaggio, vitto e alloggio ndr).

Il cambiamento climatico è percebile intorno a noi ogni giorno, nei fatti di cronaca, negli articoli scientifici, sul nostro fisico. Di conseguenza, è cambiato anche il tuo, vostro, modo di attraversare il paesaggio?

Come DOM stiamo producendo molto pensiero attorno alla negazione della retorica della catastrofe e della fine come qualcosa di raggelante che non produce nulla. Dopo una fase in cui ci siamo immersi nei molteplici pensieri sul non-umano, oggi ci stiamo interessando nuovamente all’umano per capire come incarniamo questi cambiamenti e quello che ci sta accadendo. Ci domandiamo come predisporci sensorialmente a questa trasformazione, per sentire diversamente. Il tema del cambiamento del clima non deve essere una narrazione esterna, fuori da noi, che produce un distacco ma deve essere incarnata, fatta di scelte, non solo dichiarata. Come le pratiche del corpo possono permettere un’incarnazione di quello che ci accade intorno e come tutto ciò si lancia nel futuro? Dopo il mese di residenza in Sardegna, durante Le Giornate del Respiro (festival di arti performative e ambiente di Sardegna Teatro ndr.), ho ascoltato molto il lavoro e le interviste di Maria Lai, la sua produzione artistica è costantemente tesa verso la «vastità del cielo», e credo che in questo momento abbiamo bisogno di dialogare con il futuro.

Redazione

16 luglio 2022, Pergine Festival. Clicca qui per info e prenotazioni

LA BUCA

Ideazione Leonardo Delogu / DOM-
Con Loredana Canditone, Giuseppe Vincent Giampino, Marta Olivieri e i/le partecipanti al laboratorio
Selezione Musicale Capibara
Allestimento Giovanni Marocco
Produzione Sardegna Teatro in collaborazione con DOM- Pergine Festival, ZONA K, BASE Milano / Indisciplinarte
Supporto organizzativo This is acqua
Con il sostegno del IN SITU, the European platform for artistic creation in public space, nell’ambito del progetto (UN)COMMON SPACES, co-funded by the Creative Europe Programme of the European Union e Centro di Residenza Artistica della Lombardia – IntercettAzioni
Si ringrazia Spazio ‘500 per le Arti

Leonardo Delogu / DOM- è Artista Associato a IN SITU, the European platform for artistic creation in public space, nell’ambito del progetto  (UN)COMMON SPACES

 

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