Arcuri e Nigro. Via da Narni con una lista di cose belle

Dal Narni Città Teatro 2022 uno degli spettacoli più interessanti: Every brilliant thing di Fabrizio Arcuri e Filippo Nigro, che affronta con la leggerezza di un dispositivo coinvolgente un tema difficile come la depressione. Recensione.

Ph. Emiliano Luciani

Arriva sempre un momento in cui qualcuno, passeggiando per un luogo suggestivo come per esempio un borgo d’Italia, si ferma a osservare un po’ più a fondo e allora lì, nel cortile di un palazzo storico o nel perimetro qualsiasi che si apre alla campagna, si inizia a immaginare teatro. È accaduto a Narni, cittadina nel ventre dell’Umbria dove da appena tre edizioni la cura di Davide Sacco, cui si è aggiunto dallo scorso anno lo sguardo di Francesco Montanari, ha reso possibile il Narni Città Teatro. Quello che emerge con maggiore forza, quando accade, è sempre il desiderio di far apparire immagini o presenze dove non ce ne sono, utilizzando dunque non solo gli edifici già con vocazione teatrale, ma spargendo questa vocazione su luoghi da vivificare attraverso l’arte. In pochi giorni – a Narni in appena un weekend – una sorta di invasione aliena si prende lo spazio fisico, si sentono suoni nuovi per il paese, si trovano facce mai viste prima, si accetta che una visione, che ha per oggetto il territorio locale, si sovrapponga alla visione dei residenti.

Sacco e Montanari hanno lanciato su Narni la loro sfida, raccogliendo entusiasmo verso una proposta plurale che ha mostrato certamente segni di vitalità e partecipazione, come ad esempio gli Scritti sull’arte di Karl Marx, spettacolo di monologhi e canzoni firmato dallo stesso Sacco, con Daniele Russo e Federica Rosellini e i 99 Posse a far saltare il sottopalco del Teatro Manini. Tuttavia, ampliando il punto di osservazione, non emerge ancora un’idea nitida di direzione artistica nella scelta sia degli spettacoli da palco, tenendo assieme proposte di assoluto riguardo con offerte di qualità oggettivamente meno elevata, sia del progetto speciale che è un po’ un segno distintivo del luogo: l’esperienza di racconto all’alba, lo scorso anno affidata alla delicata torsione della parola di Ascanio Celestini, quest’anno a Sabina Guzzanti.

Ph. Roberta Savona

Per esempio, in un festival, il teatro può accadere all’aria aperta di un chiostro, nella luce naturale del giorno, quando gli stessi artisti invitano gli spettatori a sedere lungo un quadrilatero che lascia un po’ di spazio nel mezzo, consegnando a ciascuno un messaggio oppure oggetti da conservare per il momento più opportuno. “Lo capirete”, dicono a chi fa domande. È questo l’inizio di Every brilliant thing (le cose per cui vale la pena vivere), scritto da Duncan Macmillan nel 2013 assieme a Jonny Donahoe, anche interprete dello spettacolo, allo stesso modo di come accade per Fabrizio Arcuri che ne eredita il progetto e divide la regia con le scelte di Filippo Nigro, dall’interno del racconto. Dunque un dispositivo particolare, prima di tutto, una doppia regia: l’una che appronta la scena, la situazione perché la vicenda possa svolgersi secondo uno schema definito, che ne segue i tratti per come si trasforma, l’altra che invece dall’interno proprio la trasforma, accogliendo il diverso materiale che gli spettatori, coinvolti come personaggi fissi o come semplici attivatori esterni, vi porteranno dentro.

Ph. Roberta Savona

Il protagonista è solo un ragazzo quando decide di stilare una lista di cose belle, dopo aver capito che la malattia della madre la porta a negare, in qualche modo, che facciano parte della vita. La forte depressione di lei, l’impacciata reazione del padre, responsabilizzano il ragazzo affinché sia lui a dover trovare una soluzione alla vita, quella presente da figlio, quella futura in cui sarà lui l’adulto. La lista, enunciata da Nigro attraverso gli avvenimenti che ne suggeriscono i diversi punti, si completa via via per le parole degli spettatori che vengono coinvolti, ognuno dei quali partecipa con il proprio numero a comporre la biografia del protagonista, come se la lista rintracciasse tutto ciò che è poetico in una vicenda che poetica non è, un atto di resilienza contro la depauperazione del dono esistenziale. L’incontro con altri personaggi – il padre, la ragazza di cui si innamora, il professore di letteratura, la psicologa che aveva da bambino, interpretati da sorpresi spettatori più o meno in imbarazzo, arricchisce il dispositivo di una umanità non prevista, favorisce dunque il coinvolgimento di tutti in una vicenda che tutti sembra riguardare.

Nel teatro di Fabrizio Arcuri, da sempre vocato a una ricerca di attorialità non conforme, l’incontro con Filippo Nigro sembra rievocare gli anni della sperimentazione più fluida – penso al lavoro dedicato con l’Accademia degli Artefatti ai testi di Martin Crimp o più ancora di My Arm o An oak tree di Tim Crouch, per esempio – ma arricchita ora da una presenza scenica diversa: se allora la volontà appariva quella di bombardare la convenzione attoriale, chiedendo agli interpreti di eliminare ogni filtro e di lasciare le maglie così aperte da non dare per primi a loro stessi punti di riferimento, a rendere ora questo spettacolo una convincente evoluzione è la solidità di Filippo Nigro, che accetta di guidarne dall’interno la mutazione, pur senza conoscere i potenziali imprevisti, tenendo solo fede a quella volontà granitica – in un modo alternativo, coinvolgente, contemporaneo – di raccontare una storia importante.

Simone Nebbia

Narni Città Teatro – Giugno 2022

EVERY BRILLIANT THING
(Le cose per cui vale la pena vivere)
di Filippo Nigro / Fabrizio Arcuri
testo Duncan Macmillan con Johnny Donahoe
traduzione Michele Panella
regia Fabrizio Arcuri / Filippo Nigro
interpreti Filippo Nigro
aiuto regia Antonietta Bello
oggetti di scena Elisabetta Ferrandino
cura tecnica Mauro Fontana
produzione co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG / Sardegna Teatro

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