Mimmo Borrelli: «Fare teatro è trovare la propria unicità»

Mimmo Borrelli (drammaturgo, regista e autore, di recente anche un successo televisivo con l’ultima stagione di Gomorra) sarà direttore artistico del dodicesimo triennio della Bellini Teatro Factory di Napoli, accademia che cerca di sposare formazione e mondo del lavoro artistico, muovendosi nel campo dei vari mestieri dell’arte scenica. Intervista

Ph Marco Ghidelli

Ci proviamo per giorni a darci un appuntamento: la prima volta c’è che il figlio si sveglia, allora poi passa l’orario e deve starci attento; la seconda volta sono io, devo badare ai ragazzi a scuola e non riesco se non quando li metto fuori a giocare con la palla, stanno buoni, posso telefonare a Mimmo Borrelli per parlare di formazione artistica, di richiami che dal passato abitano il presente, di forme dell’arte e dell’arte della forma. Trovo magnifico che i fatti della nostra vita, del quotidiano, siano intervenuti a determinare il quando e il come del nostro dialogo: l’arte, a quanto pare, non sarà mai prima della vita.

“Il teatro deve raccontare il presente”, questo lo dicevi tu in una precedente intervista (qui), allo stesso tempo nelle tue opere emerge sempre qualcosa di archetipico, di originario. Cosa riesce dunque a far stare insieme passato e presente?

Io ho avuto la fortuna di crescere in un territorio come quello dei Campi Flegrei che è una sorta di mondo a parte, quasi dimenticato, in cui sempre si vive con un ritardo rispetto al contemporaneo; così per me è stato normale vivere un presente che ha il passato nel sangue, perché sulle spalle del passato si costruisce, così come hanno fatto dalle mie parti dove i romani hanno edificato case in tufo già dall’antichità e allora i contadini della zona hanno costruito le proprie case sulle fondamenta di quelle dei romani. Con il mio teatro, che traggo dalle interviste sul posto rispettando una precisa partitura sonora data dalla lingua, cerco di dare una forma che conservo incosciente, ma capace di combattere la paura di morire e di disperdere l’eredità dei padri; la nuova generazione ha il grave problema di non saper definire nulla, io cerco allora di essere un poeta di cose, definisco tutto, voglio cantare in versi tutto ciò che nessuno mai potrebbe udire, ciò che quindi sovrappone una definizione e non la rimuove.

Presente e passato convivono, dunque, in uno stesso tempo. Ma sempre si apprende da qualcuno o qualcosa, sempre quella eredità passa da un tempo all’altro. Qual è stato il tuo rapporto con la formazione?

Io ho avuto la formazione di chi non aveva niente, solo una penna e un foglio. Pertanto sono stato fin da subito un autodidatta, ho appreso da maestri che andavano e venivano, quindi ho dovuto rubare qualcosa il più in fretta possibile ma soprattutto ho dovuto imparare a costruire sui miei errori, così da renderli dei punti di forza e non perdere la mia unicità; allo stesso modo da formatore faccio in modo che ognuno trovi la propria, aiutando a trovare quegli elementi che distinguono ogni individuo, perché se un attore fa Amleto, io devo riuscire a trovare quali sono le parole di Amleto che appartengono all’attore che lo interpreta. Tra questi incontri, probabilmente ho avuto di più dagli attori che avevano lavorato con Eduardo, o comunque che venivano da quel teatro lì di tradizione e avevano la sapienza della forma; grazie a loro ho capito che bisognava fare un passo in più nel sacrificio sulla scena e cercare non la verità della finzione, ma il vero-finto-vero, quindi qualcosa che è vero, che devo far diventare finto per poterlo portare in scena, là dove sprigiona di nuovo la sua forza di verità. Per fare questo io però devo partire da basi organiche, quindi capire bene come esce un determinato suono, dove va la lingua sul palato, così che produrrà emozioni vere. È questo il teatro.

Qual è stato il tuo primo progetto come formatore?

È stato Opera pezzentella, era il 2011 e lavorai con i ragazzi presi da varie accademie, per coinvolgerli in un progetto che fosse insieme teatrale e antropologico, che poi è quello che maggiormente faccio io. Alcuni di loro poi sono diventati attori nei miei spettacoli, per esempio nel successivo La Cupa abbiamo fatto un lavoro di scavo simile, cercando di far emergere la violenza attraverso la verticalizzazione della parola verso il basso, verso la zozzeria vera e propria, usando i codici delle arti marziali come mezzo ma mediati dagli schemi della commedia dell’arte.

Ph Marco Ghidelli

Cosa è davvero possibile trasferire, secondo te, in un processo formativo?

Il trasferimento della mia esperienza è inevitabile: anche se nessuno dovrà letteralmente diventare me, tutti quanti con me dovranno avere a che fare. Io cerco di trasferire più conoscenze possibili, determinando solo un punto di arrivo, ma poi ogni percorso per arrivarci dovrà essere individuale. Quest’anno, per esempio, recupererò l’opera dei pupi napoletani, ma la mia idea è quella di trasferire più informazioni tecniche possibili, non cercare di fargli il verso; per fare un esempio: Maradona era capace di fare centinaia di palleggi con il pallone, certo, ma poi in campo non andava a fare i palleggi, doveva saltare l’avversario, andare verso la porta a fare gol; noi abbiamo la missione di tirare fuori il teatro dall’idea dell’intrattenimento, anche nel teatro comico, per ricondurlo all’esperienza.

Factory, questo bellissimo e vasto progetto accademico del Teatro Bellini, conserva al suo interno la parola “actor”, attore. Cosa vuol dire per te questa parola?

L’attore è per me colui che si prende una responsabilità, è quello che deve fingere una battaglia perché si capisca come combatterla. È un grande atto di sacrificio, poco ha a che fare con l’apparenza della vita dell’attore – poi realmente questo oggi non lo può fare nessuno perché soldi non ce ne sono –, io parlo della profondità che appartiene al mestiere e che proprio in questo periodo di grande crisi dei rapporti umani, in cui siamo governati dalla paura dell’altro, può dare gli strumenti per guidare verso un nuovo livello della relazione.

Simone Nebbia

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