Dalla parte giusta. Con sorte, monologo di mafia e omertà

Già presentato al Torino Fringe Festival nel 2019, e visto lo scorso aprile allo Spazio Franco di Palermo, il monologo di Giacomo Guarneri (che firma anche la regia), interpretato da Oriana Martucci, porta alla luce certe dinamiche psicologiche legate al fenomeno mafioso.

Foto Roberto Madonia

La protagonista è Rita. Rita appare in una scena completamente spoglia, circondata da un accappatoio rosso quale unica difesa dal buio che la circonda. Il suo corpo è raccolto in se stesso, come un pugno chiuso; con lentezza si scioglie dai confini appena spigolosi della fisicità di Oriana Martucci. È sola, di una solitudine che appare subito metafora di una condizione più profonda. Eppure, il suo guardare furtivo ha già qualcosa di comico. Racconta una storia – la sua – come risposta alla domanda posta da un medico, forse uno psichiatra. Puntandogli contro i suoi occhi magnetici, la donna inizia a ricordare: l’apertura di un negozio di giocattoli (il Balocco), descritto come una fiaba di gioielli e pezzi di antiquariato. Ma il luogo dei fatti è un posto ben poco favoloso: una borgata palermitana sottoposta a certe dinamiche di potere. Rita e il marito Rocco investono tutto ciò che hanno, nel Balocco; a qualcuno appare tanto appetibile da chiedere una somma per lasciarlo sopravvivere. Verranno travolti nella rovina non solo l’attività, ma anche un matrimonio e unintera esistenza.

Sospeso tra commedia e tragedia, lo spettacolo è percorso da un’ambivalenza netta e coincidente. Dapprima, brilla per l’ironia carezzevole che la donna usa per cercare intesa nel suo interlocutore, trascinandolo con la sua arguzia. Narrata in questi termini, l’estorsione appare quasi piccola cosa, rispetto ai presunti benefici che ne dovrebbero derivare. Ma, a interrompere il sorriso, intervengono scatti isterici, spiazzanti come un colpo frontale. Nella nevrosi viene canalizzata la frustrazione di chi non ha potuto agire altrimenti, non ha saputo o non ha voluto. Sono momenti esplosivi, quasi insopportabili. Dell’iniziale comicità, rimane in chi osserva il senso di un colpevole avvertimento del contrario, in uno stato di allerta emotiva ed etica. Rita non è del tutto vittima, e in ciò sono al contempo la potenza e la difficoltà del dramma: Con sorte non teme di rappresentare il fenomeno mafioso come fatto sociologico endemico, come espressione di una mentalità diffusa e spesso condivisa.

Foto Gianfranco Piazza

Ambiguità, questa, per la quale Martucci ricorre a una gestualità e a un’intonazione allusive, oltre la cui superficie sembra nascondersi un sottinteso. Da un lato è il testo di Giacomo Guarneri, dotato di indiscutibile valore letterario. Dall’altro è la superba intepretazione dell’attrice, la quale, nei panni della protagonista, dà vita a un personaggio che non può non essere suo. Rita le è cucita addosso, le aderisce al punto che è impensabile immaginarla priva dei suoi connotati. Un felice incontro, dunque, ha dato i natali a questa Rita: figura tremula, schiacciata da una crudeltà a cui oppone soltanto una risposta adattativa. Nei suoi modi di dire, nei suoi atteggiamenti, è riconoscibile la storia di un intero quartiere. Questo poi, pur rimanendo ignoto, assume nell’immaginazione di chi osserva le sembianze delle vie attraversate da Letizia Battaglia. Rita le abita, e forse è stata pure fotografata. Non vuole allontanarsene, anche se ciò comporta un compromesso.

Martucci sembra conoscere il suo personaggio da sempre: è l’unica a saperne davvero le debolezze, forse anche le reali intenzioni. Già reduce dal recente successo con l’Inedito Scaldati di Gionfrida, vi imprime con sapienza una schietta coloritura popolare. Ciò vale anche per le varie figure rievocate dal racconto: i mafiosi Lanzarone, i picciotti che devastano il Balocco, l’irreprensibile marito Rocco. Tutti popolano il rione e il corpo dell’interprete, che li caratterizza come fossero il risultato di unindagine antropologica. Sono tipi umani, oggetto di una stigmatizzazione che è fedele in quanto caricaturale. Il monologo di Guarneri è insomma un discorso a più voci, espressione di una rete di relazioni di cui Rita rappresenta, in fondo, una povera parte. Davanti al pubblico, nella protagonista, si agitano pupi, marionette, parvenze di individui. O forse, per disgrazia, creature umane, troppo umane nella loro malignità. Da queste la donna viene travolta, finendo forse per assimilarsi. Su lei grava la responsabilità di chi, suo malgrado, pagando il pizzo ha finanziato il sistema di cui è succube. Rita si offre come allegoria dell’omertà, sua gracile prosopopea.

Foto Sofia Bellina

Secondo quanto ci si aspetta da un lavoro di pregio, Con sorte non avanza mai risposte rassicuranti, né sotto la forma di condanna, di grazia. Al termine dello spettacolo, sopravvivono solo dolorosi interrogativi. Non è dato sapere se la protagonista abbia ceduto al pizzo per paura, perché in fondo legittima e quasi invidia i suoi aguzzini, o soltanto per caso, per sorte. L’unica verità possibile è forse nella follia alla quale è stata ridotta. Tuttavia, in questo maggio in cui cade il trentennale della strage di Capaci, sembra bene accogliere la questione morale avanzata da Rocco, così distante dalla moglie e dalla sua mentalità da morirne: «Ma tu, da che parte stai?». Prima di rispondere, prendiamoci un attimo per comprendere, e forse perdonare la debolezza di Rita. Non per assolverla, e nemmeno per assolverci.

Nella risposta, sia compreso un atto di resposabilità.

Tiziana Bonsignore

CON SORTE
Scritto e diretto da Giacomo Guarneri
con Oriana Martucci
Una produzione La Pentola Nera
con Babel e Piccolo Teatro Patafisico
e il sostegno di Spazio Franco

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