Aterballetto, la risposta di Gigi Cristoforetti

Pubblichiamo qui la risposta di Gigi Cristoforetti, direttore di Fondazione della Danza / Aterballetto, all’articolo di Stefano Tomassini Aterballetto al bivio. In cerca di identità.

Gigi Cristoforetti nella foto di Viola Berlanda

Gentile direttore,
in un pezzo uscito su Teatro e Critica sono stati sollevati importanti interrogativi in merito alla missione e all’impostazione del progetto della Fondazione della Danza / Aterballetto.
Non entro naturalmente nel merito della parte del pezzo (firmato Stefano Tomassini) dedicato alla recensione di uno spettacolo. Ma trovo importante che non rimangano senza replica alcune inesattezze e osservazioni.

In primo luogo è meglio ricordare che non ci sono compagnie in grado di affrontare qualsiasi repertorio. Nel pezzo si parla della necessità di ritrovare i capisaldi del repertorio di Aterballetto. Nel concreto, tra i nomi possibili c’è solo Bigonzetti, oppure si va più lontano per Balanchine e Alvin Ailey, Limòn e van Manen. O il grande Forsythe. Dunque, scrive Tomassini, bisogna recuperare il repertorio del Novecento…. Ma cosa dovrebbe davvero fare un centro coreografico (che noi ci auguriamo di diventare)? Ho chiamato in questi tre anni Kylián e Naharin, poi Inger con un pezzo a serata intera, l’anno prossimo ci sarà Preljocaj, e sia nel ‘24 che nel ‘25 entreranno in repertorio due pezzi di Pite. Possono non piacere. Ma conta l’identità: far coesistere maestri fondamentali, ancora oggi attivi, con giovani talenti. Non possiamo permetterci uno studio di storia della danza, e soprattutto nessuna compagnia importante oggi potrà mai prescindere da progettualità per esportazione, nuovi formati e opportunità di raccogliere fondi europei. L’idea di Tomassini ha piuttosto a che fare con un corpo di ballo, titolato a creare, ma anche a perpetuare frammenti del passato.
Però, il vero problema non è teorico (dunque opinabile), ma pratico. O si selezionano danzatori capaci di un certo repertorio (comprese le punte) o si prova a costruire (come ha brillantemente fatto Sveva Berti) una compagnia con le radici in un repertorio certamente ampio, ma con una rappresentatività di corpi, tecniche e personalità più contemporanee. Questa è stata la nostra scelta, volendo fare una compagnia europea.

Una seconda problematica sollevata è quella dei coreografi free lance. Categoria alla quale apparterrebbero tutti; anche quelli che abbiamo tenuto in residenza e fatto creare per tre anni, Tortelli e Kratz. Che ora continuano a coreografare con noi, ma possono lavorare alla Scala e alla Biennale, e avere anche altre compagnie di riferimento. In realtà, questo è esattamente il miglior risultato atteso per noi, e soprattutto quello che desiderano loro. Un CCN deve essere un crocevia di artisti da sostenere, scoprire e lanciare. Anche rischiare, a volte, è costruttivo.
L’importante è sapere sempre che c’è una missione. Per esempio, alternare maestri con giovani. Trentenni, per la precisione, per il senso che assume accompagnare un talento proprio nel momento in cui comincia ad affacciarsi. Oltre a Tortelli e Kratz, ecco Norge Cedeno, cubano, e Eyal Dadon, israeliano. Non è mio compito recensirli, ma certo il punto da esaminare, parlando di missione, è la ragione progettuale: una pépinière nazionale ma anche sovranazionale mi sembra una sfida doverosa per un CCN. Naturalmente, gusti e scelte, sono personali, e non vanno mescolati con gli obiettivi.

Ma un tema sul quale non bisognerebbe fare confusione è quello evocato come percorso doveroso, in questo modo: “l’allenamento alle nuove pratiche di lavoro della performance contemporanea, secondo un’estetica alternativa nella quale la coreografia è un gruppo aperto di strumenti utilizzati”. Al di là della mia difficoltà nel comprendere, è difficile parlare oggi di estetiche alternative, se non come principio. Semmai possiamo dire che ci sono pratiche, stili e artisti di orizzonti molto diversi, anche opposti, ma spesso le piste si mescolano. A parte questo, non credo proprio che un CCN debba occupare lo stesso spazio dei molti e validi performer nazionali. Può, forse deve, dare loro opportunità, anche in residenza, come facciamo, ma sarebbe una scorciatoia impropria affrontare il tema sovrapponendosi alle loro compagnie.

E allora sintetizzo la nostra prospettiva. Il pensiero è che un’istituzione nazionale della danza debba mettere al centro una compagnia capace di affrontare un articolato compito produttivo, nel quale trovano spazio maestri, scoperte, talenti possibilmente italiani. E dovrà creare un repertorio (senza tralasciare formati atipici) e al tempo stesso recuperarlo, ma in una dinamica non storicistica. Con l’obiettivo di rappresentare il nostro Paese in Europa, incontrando il maggior numero di partner di ogni orizzonte culturale e sociale. E crediamo che possa contribuire a rimescolare i piani espressivi (oggi piuttosto convenzionali) dei diversi linguaggi, non solo scenici. E possa occuparsi di rigenerazione urbana, e anche di disabilità, e anche di corpi anziani, e di arte pubblica, e d’innovazione tecnologica. Perché qui non c’è sovrapposizione, ma solo un vuoto, contribuendo a riempire il quale si svolge un servizio, nell’affaticata società di oggi.

E poi, certamente m’interessa un’ampia capacità di diffonderci. Non è il mercato al quale alcuni attribuiscono una dimensione demoniaca, ma il mercato come libero luogo d’incontro con operatori e spettatori. Ecco perché abbiamo formati scenici grandi, medi e piccoli. Ecco perché usiamo la performance nello spazio pubblico. Ecco perché facciamo progetti, definiti da Tomassini “invisibili”, ma che in fondo girano l’Europa e vincono Creative Europe.

Una sola osservazione, nel contributo stimolante di Tomassini, trovo inutilmente offensiva: parlare di “effetto gita a Chiasso”. Forse perché mia nonna era ticinese… ma anche perché noi siamo un cantiere ambizioso e non superficiale. Vogliamo e riusciamo a lavorare con grandi teatri europei, teatri nazionali o tric, Musei o Fondazioni d’arte, centri di ricerca italiani e internazionali nel campo delle nuove tecnologie.
Chi lo fa, in Italia, con questa sistematicità progettuale? Non affonda qui la radice di processi nuovi, trasversali, non limitati alla nicchia della danza?

Infatti, se guardiamo la danza non solo dalla prospettiva della danza, allora ci avviamo a comprendere il dinamismo aperto e curioso che dovrebbe informare i futuri Centri Coreografici Nazionali nel loro respiro contemporaneo ed europeo.
Il punto, anche per un CCN, non è declinare il proprio sapere, ma provare a darsi un orizzonte, su un tempo medio e con enorme fatica.

Gigi Cristoforetti

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