Giorgio Strehler, una vita, cent’anni per il teatro

Il 2021 è stato l’anno del ricorrere dei cent’anni dalla nascita di Giorgio Strehler, una delle figure e uno dei registi più conosciuti e riconosciuti del Novecento teatrale italiano ed europeo. In questa occasione il Piccolo Teatro di Milano ha celebrato uno dei suoi fondatori con il progetto Strehler100, sostenendo anche la produzione di due documentari.

Il campiello, di Carlo Goldoni, 1975. Foto  Luigi Ciminaghi / Archivio Piccolo Teatro di Milano

Per dire, per scrivere di Giorgio Strehler non basterebbe un elenco di allestimenti, una cronistoria di spettacoli assiepati e impressi alle cronache, alle bibliografie, alle restituzioni teatrali. Per capire, forse, come non sarebbe sufficiente si potrebbe guardare ai tanti che ne parlano, lo raccontano quasi fosse inoculato nella memoria aneddotica e nella pratica del mestiere, oppure a quelli che, vuoi per timore, vuoi per circospezione, decidono di non farlo. Si potrebbe cercare tra le maglie dei suoi scritti, degli appunti, delle note, e ancora si avrebbe l’impressione che sfugga in modo compiuto quanto invece è evidentissimo e chiaro a una certa percezione che pertiene al concetto di dimensione più che di figura. Si comincia da un proponimento: “parliamo di Strehler” e inevitabilmente, provvidenzialmente ci si trova davanti a una domanda: “Di quale Strehler?”. Quanto, o meglio quanti è stato Giorgio Strehler?

Riconosciuto, contestato, idolatrato, sconfessato, amato, combattuto, e poi “combattente”, sistemico, politico, poetico… Il regista per antonomasia, il demiurgo presentissimo durante le prove, l’interprete di se stesso e l’uomo, monolitico e plurimo, adorato e solo, narcisista e insicuro, “comunitario” e autoriferito, magnetico ed emanatore di soggezione, pratico e idealista: semplicemente “genio” per alcuni. Prescindendo dall’adesione o meno a siffatti lemmi definitori, lavorare con un “genio” è un dono i cui lasciti possono restare sottopelle imperituri e uguali nel versificarsi di continue conversioni, raccontarlo un miraggio sempre parziale cui è difficile sottrarsi, vivere con un “genio” è una grazia pregna di pur splendide espiazioni, infine essere portatori di un “genio” è ascensione vicendevole dal turbamento allo stupore, dal dolore alla meraviglia come stigmate sublimi.

Giorgio Strhler e Sarah Ferrati, in un momento delle prove de “Il giardino dei ciliegi” di Anton Čechov. 1955

È lapalissiano non solo per coloro i quali abbiano confidenza col fatto teatrale dire che Giorgio Strehler sia legato al Piccolo Teatro di Milano, il primo stabile italiano fondato con Paolo Grassi nel 1947 e tenuto sotto la collaborazione con Nina Vinchi, un legame mai veramente reciso, nemmeno all’allontanamento momentaneo per la costituzione del collettivo Teatro e Azione (tornerà dopo un paio d’anni a collaborare col Piccolo nel 1970). È quasi altrettanto lapalissiano ricordare come il suo lavoro sia puntellato da dei nomi Goldoni, Pirandello, Shakespeare, Carlo Bertolazzi, Čechov, e poi, certo Brecht, l’amatissimo Mozart; come la sua cifra sia impressa su titoli granitici, Arlecchino servitore dei due padroni, I giganti della Montagna, Le baruffe chiozzotte, Re Lear, La tempesta, El nost Milan, L’opera da tre soldi, Vita di Galileo, L’anima buona di Sezuan, Il giardino dei ciliegi

«Io sento sempre un senso di pericolo che il teatro diventi una specie di divagazione, una specie di fatto che valga di per sé stesso in quanto teatro, in quanto una serie di fenomeni che avvengono sul palcoscenico e che finiscono per distaccarsi da quello che è il contesto della realtà. Direi che il teatro stesso in quanto teatro, che è affamato di vita, da un’altra parte spinge con una certa facilità l’uomo di teatro, coloro che lo fanno, verso una specie di esaltazione del mestiere, un’esaltazione dei fatti puramente teatrali, perché il mestiere del teatro è un mestiere innanzitutto molto faticoso. […] In secondo luogo per chi lo fa in un certo modo, per chi lo vuole fare in un certo modo, richiede una somma di adesioni, di presenze psicofisiche, di accanimento direi anche, che indubbiamente assorbono quasi totalmente l’uomo, l’essere che fa il teatro. Cioè il teatro non lascia molti margini a quella che è la vita» spiega al proprio intervistatore in uno speciale RAI dedicatogli per la serie Incontri negli anni Sessanta (disponibile su Rai Play come Giorgio Strehler – Il mestiere del teatro).

Foto Piccolo Teatro. Paolo Grassi, Bertolt Brecht e Giorgio Strehler

Un’idea di fedeltà testuale ove la “lettura critica” fosse in grado di parlare all’individuo contemporaneo in un attraversamento ultra storico che non abbisogna dell’adattamento o della manipolazione, ma dello scavo, della maniacale ricerca di concertazione della parola, del tono, del ritmo, della luce, della musica, ove ogni elemento possa risultare univoco, persino lapidario o lievissimo in un’armonia plurima e data da una collaborazione corale quantunque diretta con fermezza, costruita comunque nella grande prospettiva dell’ “umano. «A un certo momento l’uomo di teatro si trova sul teatro, si trova a fare del teatro senza sapere bene perché e come ci è arrivato. Sono molto diffidente su quello che è il tema della vocazione intesa come fuoco sacro che fino dall’infanzia pervade il giovane che si dedicherà in futuro nel teatro. In genere la vocazione del teatro è proprio quello che dice Jouvet, mi sembra che sia molto giusto, la vocazione per l’uomo di teatro è la somma di gesti quotidiani che vengono reiterati per molto tempo, e solo alla fine si può dire che esisteva una vocazione per il teatro. L’altro tipo di vocazione, probabilmente quella vera, l’hanno soltanto i poeti». Un’insopprimibile applicazione, un incessante inseguimento delle visioni che di sera e sino a notte abitano il palcoscenico a sfociare nel corteggiamento di albe oniriche.

In occasione del centesimo anniversario della nascita del regista triestino il Piccolo Teatro di Milano ha deciso di celebrarlo con una serie di eventi e iniziative organizzate capillarmente e riunite sotto la dicitura Strehler 100: mostre fotografiche, un sito dedicato, serate, un lavoro di comunicazione social e una serie di interviste disponibili sul canale YouTube del Piccolo (a Andrea Jonasson, Pamela Villoresi, Gabriele Lavia, Lluìs Pasqual, Sonia Bergamasco, Giancarlo Dettori, Ivana Monti tra gli atri). E poi il sostegno e la coproduzione di due documentari: Strehler com’è la notte? è diretto da Alessandro Turci e scritto insieme a Federica Miglio e Antonia Ponti, prodotto da Rai Documentari in collaborazione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, del Museo Teatrale Carlo Schmidl Comune di Trieste “Fondo Giorgio Strehler” e dell’Archivio Storico Teatro Alla Scala. Presentato con buon esito al Torino Film Festival, è andato in onda su Rai Tre lo scorso primo gennaio ed è ora disponibile su Rai Play. Trae il proprio titolo dalle battute conclusive di Vita di Galileo di Brecht («Com’è la notte?» – «Chiara») e delinea il percorso non solo personale, ma anche artistico del nostro con un discreto equilibrio, cominciando dall’infanzia e dagli esordi, per arrivare alla maturità, alle collaborazioni, sino alle regie liriche, agli incontri decisivi e alle ultime querelle legate all’esperienza politica e a Mani Pulite, nonché alla battaglia per l’ottenimento di una nuova sede per il Teatro, che non arriverà mai a vedere. Si avvale di una serie di materiali d’archivio inediti e non, e dei contributi di compagni di vita e lavoro, qualora fosse possibile distinguerli (Franca Squarciapino, Andrea Jonasson, Pamela Villoresi, Ornella Vanoni, Franca Tissi, Giancarlo Dettori, Maurizio Porro, Claudio Magris, Ezio Frigerio, Giulia Lazzarini, Franca Cella, Vittoria Crespi Morbo, Stefano Rolando). Essere Giorgio Strehler è, invece, diretto da Simona Risi, scritto da Matteo Moneta e Gabriele Raimondi, prodotto da Sky Arte con Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa e 3D Produzioni in collaborazione con il Comune di Trieste e il Museo Teatrale Carlo Schimdl di Trieste. Presentato in anteprima durante la scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma (entrato in circuitazione su Sky Arte a novembre e poi disponibile On Demand e su Now TV), la restituzione documentale – che si apre e chiude su una panoramica di costumi di scena –  sceglie come voce narrante quella dello stesso regista, quasi a dire che ci si possa raccontare piuttosto che essere raccontati, ancora e a dispetto delle circostanze e del tempo cessato. Anche qui una serie di documenti inediti e materiali archivistici (di particolare interesse l’audio delle dichiarazioni rilasciate a Roberto Leydi in merito all’allontanamento dal Piccolo di cui sopra) si uniscono a ricordi e testimonianze di figure vicine o di critici e studiosi. Il taglio scelto abdica abbondantemente all’affondo sulla parabola teatrale e del mestiere, di cui sembra sfiorare solamente alcuni punti per centrare il fuoco su una lettura oseremmo dire più intima, che preferisce spingere sovente su aspetti quali l’infanzia e la famiglia, il rapporto con le donne, il desiderio di paternità, a discapito di un altro potenziale tipo di ricostruzione.

Foto Luigi Ciminaghi / Archivio Piccolo Teatro

«[…] Non crediate al cinismo della meccanicizzazione, nel teatro. Il teatro proprio perché teatro, anche mentre si sta preparando è sempre e soltanto un profondo atto d’amore, un atto completamente “umano”. Richiede sempre, una illimitata sottomissione ai battiti del proprio cuore. È un esercizio spirituale e fisico al tempo stesso, nel senso più completo della parola. Un esercizio pericoloso e difficile, che può essere svolto solo a costo di un totale, assoluto abbandono di sé. Non è facile riconoscersi in questa azione così violenta e travolgente. Il lavoro del teatro è fatto da ognuno di noi senza specchi che riflettano la nostra immagine. Ecco perché non so come dirigo. Si può forse sapere “come” si respira, come si esiste?» (Nessuno è incolpevole-Scritti politici e civili, Melampo, 2007). Sembrano tanti nei cataloghi della storia, ma sono pochi nella realtà coloro i quali non possono fare a meno di assumersi, di sobbarcarsi il peso della responsabilità di se stessi, coloro i quali nel bene o nel male non possono prescindere dall’essere qualcosa o dall’essere qualcosa per qualcos’altro. Indubbiamente Giorgio Strehler è stato per il teatro. Forse tutto e il contrario di tutto, forse un esistere univoco in mille declinazioni possibili, monolitiche e contraddittorie, incontrovertibili ed equivocabili, forse solo l’ineffabile e tangibile infinità di una moltitudine di niente. Ma senza dubbio è stato, per il teatro.

E allora inevitabilmente, provvidenzialmente ci si trova a finire con una domanda: “quale Strehler?”.

Marianna Masselli

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