Natura morta con paesaggio solitario. Bernard-Marie Koltès secondo Teatro i

Recensione. Nella solitudine dei campi di cotone di Bernard-Marie Koltès. Visto al Teatro i di Milano. Con la regia di Renzo Martinelli, in scena Giuseppe Sartori e Cristian Giammarini.

Foto Luca Del Pia

Due uomini si incontrano di notte, «nella solitudine di un campo di cotone dove si cammina nudi». L’uno si auto-definisce un venditore (dealer) capace di procurare cose ed esperienze per soddisfare qualunque desiderio, sia esso convenzionale o complesso. L’altro è qualificato come un potenziale cliente, che brucia in segreto per un bisogno insoddisfatto e di cui non riesce a pronunciare neanche il nome. Questi però nega di essersi avvicinato per comprare e dichiara, anzi, di dubitare che il suo interlocutore sia un venditore, dato che non fa sfoggio di alcuna merce e nemmeno si azzarda a indovinare il suo intimo desiderio. I due uomini intraprendono così un fitto e lungo dialogo, in cui si scambiano di continuo le parti di interrogante e interrogato, di supplice e di ascoltatore indifferente, senza che però alla fine l’uno venda nulla e l’altro compri niente.

In queste poche righe, si esaurisce il piano visibile e verbale di Nella solitudine dei campi di cotone di Bernard-Marie Koltès, di recente rappresentato dal Teatro i con la regia di Renzo Martinelli. La messinscena rappresenta il testo integralmente e in tutta la sua misteriosa nudità scenica, specchio del vuoto disorientate in cui viene precipitato il lettore della drammaturgia. Come vuole il copione, infatti, la scena non contiene nulla se non i due attori che interpretano il dealer (Giuseppe Sartori) e il cliente (Cristian Giammarini). Essi riempiono questo niente con i gomitoli di parole di Koltès, con alcune azioni fisiche (che spesso coincidono con il contatto tra i corpi dei due interpreti) e con un periodico quanto discreto gioco di sguardi con il pubblico seduto molto a ridosso del palco.

Foto Luca Del Pia

L’unico elemento aggiunto rispetto all’originale (la dramaturg è Francesca Garolla) riguarda il personaggio del cliente. Egli porta in scena una luce al neon che ora viene accesa, ora spenta, fungendo da una sorta di correlativo oggettivo della relazione in atto tra i due personaggi. L’accensione corrisponde ai momenti in cui il cliente si ritrae del dealer, mentre lo spegnimento agli attimi in cui egli cede alle sue lusinghe e si concede all’oscura tentazione di soddisfare il proprio desiderio innominato.

Dal momento che il dialogo tra i due personaggi si conclude con un nulla di fatto e non offre alcun criterio certo per decifrare quanto accade sulla scena, è lo spettatore che deve decifrare il senso della matassa verbale di cui è intrecciato il testo di Koltès. Ne segue un labirinto di interpretazioni tra loro molto diverse, quasi inconciliabili.

Un primo livello interpretativo è di carattere psicanalitico. Le parole di Koltès traggono il loro senso dal fungere da ambiguo collante emotivo tra i personaggi, che forse fingono di essere un venditore e un cliente recalcitrante per sfuggire alla solitudine. Il vero oggetto del desiderio che nessuno dei due riesce a confessare è allora il bisogno di contatto intimo, sublimato nella forma della transazione economica, se non persino del confronto aggressivo e sadomasochista. Se la finzione venisse meno, i due non avrebbero più alcun pretesto per dialogare nel vuoto e tornerebbero ad esser «due zeri ben rotondi, impenetrabili l’uno all’altro, provvisoriamente contrapposti, e che rotolano ciascuno nella propria direzione». Si parla per il terrore di fronteggiare l’ammorbante silenzio.

Foto Luca Del Pia

Una seconda esegesi è di tipo economico-sociale. Il dialogo tra il dealer e il cliente sarebbe segno di una condizione tragica dell’essere umano, che non riesce più a vivere le relazioni interpersonali se non trasformandole in commercio. Non a caso persino il rapporto amoroso e sessuale – che nel testo viene spesso usato come metafora della compera e della vendita – è basato su concetti economici come lo “scambio”, il “valore”, la “soddisfazione”, in altri termini su un reciproco e continuo dare / chiedere per avere. Il dealer e il cliente assurgono così a figurazione simbolica di un mondo in cui non si sa più fondare un rapporto gratuito e spontaneo con l’altro.

Le interpretazioni potrebbero essere moltiplicate e giustificate su un testo per sua natura “porosa”, in grado di assumere tanti significati quante sono le potenziali ragioni nascoste di ciascuna battuta pronunciata dai due personaggi. È d’altro canto anche possibile formulare una meta-interpretazione, ossia supporre che le parole del testo non assumono volutamente un senso definito, bensì alludono a qualcosa di indicibile. Un buon analogo è rappresentato dal genere pittorico della natura morta, che dipinge soggetti fissi e immobili (un cesto di frutta, avanzi, ecc.) per dare dinamicità all’ambiente, o catalizzare l’attenzione sullo sfondo cupo che contiene gli oggetti senza vita. Le parole di Nella solitudine dei campi di cotone di Koltès possono assumere una funzione simile. Il dialogo tra dealer e cliente resta volutamente senza compimento (= immobile come una natura morta) per dare modo allo spettatore di percepire con evidenza lo scenario solitario in cui i personaggi sono immersi.

Ciò che conta nella tessitura verbale di Nella solitudine dei campi di cotone non è così il contenuto ma il ritmo, non il messaggio ma la tensione drammatica che il vuoto porta con sé. Il campo di cotone – non importa che sia luogo reale, o uno spazio metaforico/metafisico – viene gradualmente sentito in tutta la sua vanità, desolazione, pericolosità e, forse, inteso come lo spazio in cui anche noi interagiamo quotidianamente. Ciascuno di noi periodicamente diventa un dealer che non riesce a raggiungere il suo scopo e un cliente che non sa o non vuole nominare i suoi segreti desideri.

Enrico Piergiacomi

Novembre 2021, Teatro i, Milano

Nella solitudine dei campi di cotone

traduzione Anna Barbera
regia Renzo Martinelli
con Cristian Giammarini, Giuseppe Sartori
aiuto regia Diego Zanoni
dramaturg Francesca Garolla
produzione Teatro i
con il sostegno di Next Laboratorio delle Idee
spettacolo inserito in Invito a Teatro
si ringrazia Woody Neri

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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento e ricercatore presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Studioso di filosofia antica, della sua ricezione nel pensiero della prima età moderna e di teatro, è specialista del pensiero teologico e delle sue ricadute morali. Supervisiona il "Laboratorio Teatrale" dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica "Teatrosofia" (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con "Teatro e Critica". Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di "Büchner, artista politico" (Università degli Studi di Trento, Trento 2015), autore di una "Storia delle antiche teologie atomiste" (Sapienza Università Editrice, Roma 2017), traduttore ed editor degli scritti epicurei del professor Phillip Mitsis dell'Università di New York-Abu Dhabi ("La libertà, il piacere, la morte. Studi sull'Epicureismo e la sua influenza", Roma, Carocci, 2018: "La teoria etica di Epicuro. I piaceri dell'invulnerabilità", Roma, L'Erma di Bretschneider, 2019). Dal 4 gennaio al 4 febbraio 2021, è borsista in residenza presso la Fondazione Bogliasco di Genova. Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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