Kata Wéber e Kornél Mundruczó. L’Europa, in pezzi

Recensione. Pieces of a Woman, scritto da Kata Wéber, diretto da Kornél Mundruczó e visto a Romaeuropa Festival 2021

Foto Piero Tauro

È bastato lo scostarsi rapido della tenda per scoprire l’attimo in cui si intravede Justyna Wasilewska, nel ruolo di Maja, sdraiata e in travaglio, aiutata dall’ostetrica (Monika Frajczyk): alla vista dei corpi delle due attrici, la riproducibilità live del video viene ferita dal frangente reale, l’accadimento senza filtro, non ripreso da dispositivo alcuno è nudo all’occhio dello spettatore. La drammaturga ungherese Kata Wéber con Pieces of a Woman restituisce la testimonianza di una scelta e come le sue imprevedibili, ma naturali, conseguenze attivino nella dimensione familiare un condizionamento, affettivo, sociale e politico. Il testo di Wéber viene inquadrato dalla regia del connazionale Kornél Mundruczó, dapprima nell’opera teatrale per il TR Warszawa e poi nel film omonimo disponibile su Netflix, che è valso la Coppa Volpi all’attrice protagonista Vanessa Kirby. Se il cinema in streaming è arrivato in Italia in anticipo rispetto al teatro – l’inserimento del titolo sulla piattaforma risale infatti allo scorso inverno – è però in scena, durante i primi appuntamenti di questa nuova edizione di Romaeuropa Festival, che la scrittura di Wéber si insinua nel salotto borghese di uno dei paesi, la Polonia, che ora meno rappresenta quelli che dovrebbero essere gli ideali europei. Negli spifferi delle finestre, tra le manopole del forno acceso, sulla polvere degli animali impagliati e il bianco nero dei tasti del pianoforte, il palcoscenico del Teatro Argentina di Roma si trasforma in una scatola, l’interno angusto di un’abitazione a Varsavia in cui la protagonista Maja sta per partorire rifiutando le cure ospedaliere e affidandosi, dopo una diffidenza iniziale, a quelle di una giovane ostetrica alla sua prima esperienza di parto, la quale sostituisce la professionista che fino a quel momento ha preparato la donna alla nascita della sua bambina.

Foto Piero Tauro

La regia di Mundruczó ci fa entrare nella camera del dramma borghese, all’interno della quale, e nella prima parte, le fasi del travaglio sono seguite da un piano sequenza e restituite poi all’esterno al pubblico in sala tramite le riprese video proiettate sulle pareti della casa. Primi piani e dettagli costituiscono il linguaggio video, prima che questo si interrompa nel momento della morte della bambina e con l’arrivo dell’ambulanza, avvertita dalla sirena e dalle luci blu intermittenti che illuminano la platea, attonita, silenziosa, diremmo letteralmente paralizzata dopo quel lunghissimo tempo di angoscia. Ma non c’è modo di piangersi addosso, quel nido viene subito smantellato, spostato, aggiustato dai tecnici servi di scena che sistemano salotto, cucina e bagno dove si svolgerà la restante azione (stage manager Katarzyna Gawrys-Rodriguez). La madre (Magdalena Kuta) è assorta, si aggira con circospezione in cucina, sta aspettando i figli ma la lettura delle analisi appena ritirate la getta in un profondo stato di tensione. Ecco che giunge la sorella di Maja (Izabella Dudziak) insieme al suo ragazzo (Sebastian Pawlak) e alla cugina e avvocato (Julia Wyszynska). Arrivano anche Maja e il compagno (Dobromir Dymecki), hanno portato una pianta e, in attesa che venga servito il pranzo, si accomodano attorno al tavolo. Anche adesso, come al momento della tragedia, la durata si allunga, si diluiscono i minuti: una notevole divagazione, ciò che è successo all’inizio sembra non essere mai accaduto. L’atmosfera domestica è pervasa da un’euforia nevrotica, si urla, si ride, si sfotte, si canta per nascondere e rimuovere; l’ensemble, un po’ confusionario nei toni ma dalla grana interpretativa autentica, recita in lingua polacca sottotitolata in italiano.

Foto Piero Tauro

Qualcosa scricchiola in questo salotto borghese illuminato dal calore di un disegno luci (Paulina Góral) tagliato lateralmente sui volti, quasi mai avvolti, e osservato come fosse un piccolo mondo in sezione aperto al voyeurismo dello spettatore: l’avvicinamento del compagno di Maja alla cugina e il loro bacio nella vasca, l’incubo di Maja e il bambolotto che gattona nel buio, l’ubriachezza del cognato, l’insofferenza della sorella osservante cattolica, l’orgoglio ferito e il senso di vendetta della madre stordita dalla propria malattia indicibile ai figli, la totale assenza di empatia da parte della cugina avvocato. Maja non vuole andare a processo, la sua bambina è morta, l’orrore della natura è accaduto, ma è convinta che non ci sia un colpevole, non le interessa trovarlo, e non merita di provare vergogna per la propria scelta.

Foto Piero Tauro

Il rischio è il valore dell’autodeterminazione, forse la stessa che avrebbe sostenuto il padre di Maja, un ex minatore polacco, di quelli sui quali poggiava l’economia del paese non più tardi di trent’anni fa, fervidi lavoratori e politicamente determinanti. Diventare madri in Polonia nel 2021 non è ancora una libertà, come non lo è scegliere di non esserlo. Basti ricordare che proprio a inizio anno, a fine gennaio, è stata annunciata la pubblicazione e simultanea entrata in vigore con valore di legge della sentenza della Corte Costituzionale che vieta l´aborto, salvo in caso di incesto, stupro o pericolo per la vita della madre. Questo avveniva mentre il film sbarcava su Netflix ambientato non a Varsavia ma a Boston, quasi a voler accontentare un pubblico maggiormente “occidentalizzato” rispetto a quello dell’Europa dell’Est. Ci chiediamo infatti quanto di quel desiderio di Europa e di Occidente – come ricordato nello spettacolo facendo riferimento alla musica anni Ottanta di David Bowie e di Al Bano e Romina Power – sia sfociato oggi nell’estremismo di destra facinoroso e conservatore del vice primo ministro polacco Jarosław Kaczyński.

Foto Piero Tauro

Kata Wéber e Kornél Mundruczó, entrambi ungheresi, non avrebbero deciso di ambientare la versione teatrale di Pieces of a Woman a Varsavia se non fossero stati sensibili alle lesioni alla libertà di pensiero e azione avallate dal sovranismo di Kaczyński, in Polonia, e del primo ministro Viktor Orbán in Ungheria, senza contare le velleità salviniane che mirano a possibili accordi con entrambi i leader. All’indomani dell’emergenza pandemica dalla quale ancora non siamo usciti e come cittadini di un’Europa in crisi, non possiamo che godere dell’azione politica e di pensiero del testo di Wéber, di come la scrittura di Pieces of a Woman, unita alla regia di Mundruczó, si ponga come analisi sensibile sull’attualità politica del corpo femminile e sulla sua solitudine.

Foto Piero Tauro

I “pezzi” non appartengono solo a una donna, la protagonista, ma a tutte e cinque i personaggi femminili – emblematica la solidarietà della scena finale in cui cantano attorno al pianoforte – e a tutte e tutti le cittadine e i cittadini di un continente, vecchio, che deve ripartire dal cambiamento delle forme della politica e dai diritti umani e civili. A differenza del film, il teatro, scegliendo di lavorare in maniera non lineare all’interno della struttura del dramma borghese, riesce a mostrare l’intimità familiare sedimentando con gradualità, per poi farle detonare, tematiche quantomai urgenti per il futuro dell’Unione Europea.

Lucia Medri

Teatro Argentina, Roma, settembre 2021

PIECES OF A WOMAN

Regia: Kornél Mundruczó
Testo e drammaturgia: Kata Wéber
Cast: Izabella Dudziak, Dobromir Dymecki, Monika Frajczyk, Magdalena Kuta, Sebastian Pawlak, Justyna Wasilewska, Julia Wyszynska 
Assistente alla drammaturgia: Soma Boronkay
Traduzione: Jolanta Jarmolowicz
Set e costumi: Monika Pormale
Musica: Asher Goldschmidt
Lighting design: Paulina Góral.

Assistente alla regia: Karolina Gebska
Stage manager: Katarzyna Gawrys-Rodriguez
Traduzione durante le prove: Patrycja Paszt
Training fisico: Aleksandra Wozniak
Assistente alla scenografia, production manager: Karolina Pajak-Sieczkowska
Assistente costumista: Malgorzata Nowakowska
Consultazione linguistica: Andreas Jönsson, Sindre Sandemo

Produzione TR Warszawa
Con l’aiuto di Institut Balassi (Varsavia)

Con il contributo di Culture.pl Adam Mickiewicz

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