Esiodo: il teatro prima del teatro

Teatrosofia #118. All’interno di questo numero parliamo delle qualità potenzialmente drammatiche della scrittura di Esiodo, anche prima del V secolo

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Questo articolo è scritto con il sostegno della Fondazione Bogliasco (Genova)

Alberto Burri, Cretto. 1970

Se Omero venne considerato il padre fondatore della tragedia e della commedia, Esiodo fu ritenuto refrattario a ogni espediente o seduzione teatrale, perché la sua scrittura si mostrava semplice e senza stile magnifico. Stando all’introduzione di Proclo alle Opere e giorni, il grammatico Aristarco e l’aristotelico Prassifane erano talmente convinti che tale poeta fosse «un uomo che si sforzava di scrivere poesia senza pose teatrali» da cancellare l’incipit del poema, dove si legge un proemio elaborato sul piano stilistico e ritmico. Essi facevano così iniziare il poema dal v. 11, col riferimento alla duplice Contesa («Non fu unica invero la stirpe delle Contese…»). Solo Prassifane provò a giustificare la cancellazione del proemio con l’addurre, inoltre, di essersi imbattuto in una copia delle Opere e giorni proprio senza i vv. 1-10.

Si può però forse dubitare che sia valida l’argomentazione che Esiodo non fu poeta teatrale perché scrisse i suoi versi con semplicità o evitando la magnificenza dello stile. Le fonti antiche mostrano, infatti, che i poemi esiodei fossero recitati in contesti pubblici. Tra le numerose testimonianze che si potrebbero citare, è interessante isolare quelle degli storici Pausania e Nicocrate che riportano che Esiodo stesso fu sia autore sia (mediocre) attore dei suoi poemi. Forse i poemi esiodei furono anche recitati dall’attore comico Egesia nel teatro di Alessandria, stando all’informazione del libro III dei Sacrifici per Alessandro di Giasone. Questo testo va però preso con cautela, perché esso si aggiunge alle testimonianze soltanto con una correzione della lezione manoscritta “Erodoto” (che fu peraltro considerato uno storico dalla scrittura teatrale) in “Esiodo”. Ma anche escludendolo, rimane un nutrito corpus di fonti che dimostra, semmai, che i poemi esiodei furono forse recitati con alcune esibizioni semplici e poco elaborate, più che non recitati affatto.

La qualità “teatrale” di tali testi può infine emergere a partire da un dettaglio decisamente più rilevante, ma controverso. È noto che la Teogonia comincia con l’iniziazione poetica di Esiodo, che da pastore «solo ventre» e incapace di canto diventa cantore eccellente della nascita dei dèi e dee, grazie all’intervento delle Muse. Ora, nel gruppo di queste nove divinità, due sono tradizionalmente considerate le ispiratrici/iniziatrici dei due generi teatrali sommi: Talia della commedia, Melpomene della tragedia. In realtà, vi è ragione di dubitare che Esiodo associasse già le due Muse alle due arti. Quando le nomina nel proemio della Teogonia e nella storia della loro nascita, infatti, commedia e tragedia non sono menzionate, perché i due generi non erano ancora stati definiti, oppure iniziavano a formarsi allora. Ciò non toglie, d’altro canto, che potrebbe essere corretto attribuire a Esiodo un eloquio “comico” e uno “tragico” in alcuni punti dei suoi poemi, deducendone che qui egli fosse ispirato dalle Muse corrispondenti.

Valga quale unico esempio controllabile, perché noto attraverso le fonti, l’uso dell’avverbio ἴκταρ nel v. 691 della Teogonia. Siamo nel punto in cui Esiodo descrive la lotta di Zeus contro i Titani, che sconfigge lanciando «fittamente» saette contro di loro. Uno scoliasta al testo ci informa che tale avverbio era anche usato dai tragici. La voce ἴκταρ è dunque una vox della tragedia ante litteram, che secondo la poetica esiodea dovrebbe essere stata ispirata nel poeta da Melpomene.

Il profilo di Esiodo in quanto scrittore teatrale è dunque il seguente. Egli fu autore non tanto di teatro, perché forse questo all’epoca ancora non era stato completamente definito, ma dei prodromi del teatro, precisamente dell’eloquio comico e di quello tragico, che successivamente sarebbero stati considerati arti generate da Talia e Melpomene. Tuttavia, Esiodo fu già attore che recitava le sue opere davanti al pubblico, senza ricorrere a espedienti magniloquenti e spettacolari. Il proto-teatro esiodeo è una forma di arte semplice e insieme divina, perché nata dalla semplicità delle Muse.

Successivamente, questo quadro concettuale sarebbe stato recuperato da Dionisio di Alessandria (190-265 d.C.), vescovo e filosofo cristiano che nel trattato Sulla natura ingaggia una battaglia contro la teologia di Epicuro, che suppone la totale estraneità degli dèi dalle vicende umane e ritiene che tutto sia nato dalla combinazione degli atomi nel vuoto. La strategia che egli attua è duplice: seria e faceta al contempo. Da un lato, Dionisio approva Esiodo che afferma che ogni arte viene generata dalle Muse, corrispettivo pagano del Dio cristiano, inclusa la musica e, per estensione, i generi di tragedia e commedia. Dall’altro lato, il vescovo deride la posizione degli epicurei e la loro concezione che la genesi della pratica musicale è umana, tutta umana, o derivata dalla scoperta fatta dell’umanità sulla spinta della necessità e di una natura che non è organizzata da un principio divino. Dionisio paragona così sarcasticamente gli atomi ad «atomi-Muse» e il sistema atomistico a una «teogonia atomista». Forse l’operazione deriva in parte anche dalla conoscenza che Epicuro studiò da giovane la Teogonia di Esiodo e interpretò il punto in cui il poeta canta la genesi del Caos come un’allusione alla materia (atomica) da cui nasce tutto il resto – arti e scienze, umani e dèi. Sia vero o no, Dionisio insinua, in ogni caso, che gli «atomi-Muse» e la «teogonia atomista» sono incapaci di spiegare la nascita della musica, dunque del teatro. Tali arti sono infatti qualcosa di razionale e ordinato, mentre il movimento atomico è irrazionale e disordinato. Sostituire le Muse di Esiodo con gli «atomi-Muse» significa pretendere di spiegare la perfezione con l’imperfezione, Dio con l’umano, la razionalità con il Caos.

È chiaro che riconoscere Dionisio dà una lettura tendenziosa sia di Esiodo, che dell’epicureismo. Il primo non avrebbe mai concesso che esista un unico Dio ingenerato, onnipotente e provvidente, giacché invece sostiene la nascita di dèi e dee che lottano tra di loro, come Zeus contro i Titani, o hanno un potere solo parziale, visto che Talia sovrintende solo la commedia e Melpomene solo la tragedia. Epicuro non avrebbe di contro detto che il moto degli atomi sia disordinato e irrazionale: per usare le parole di Lucrezio, la natura atomica agisce secondo leggi razionali ed esplicabili. Dionisio presenta così una sua originale teogonia cristiana, che neutralizza sia l’empio politeismo esiodeo, sia il per lui assurdo sistema atomistico.

 

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Che il proemio alcuni l’abbiano cancellato, tra i quali Aristarco… e Prassifane, il discepolo di Teofrasto, non lo ignoriamo affatto. Costui dice anche di essersi imbattuto nel libro privo di proemio e cominciante, senza l’invocazione delle Muse, da qui (v. 11): «Non fu unica invero la stirpe delle Contese». E questo in effetti conveniva, com’è naturale, a un uomo che si sforzava di scrivere poesia senza pose teatrali e che già davanti alla porta additava come superflua la magnificenza dello stile (Proclo, Commentario alle “Opere e giorni”, I 3 = Esiodo, T49 Most; Aristarco di Samotracia, fr. 5 Waeschke; Prassifane di Mitilene, fr. 28a Matelli)

 

O Muse Pierie, che date la gloria col canto, venite qui, cantate Zeus, inneggiando al padre vostro, per opera del quale gli uomini mortali sono del pari oscuri ed illustri, noti ed ignoti, per volontà del grande Zeus; egli infatti con facilità rende forti, e agevolmente deprime il forte; facilmente abbassa chi spicca ed innalza chi è in ombra; agevolmente raddrizza lo storto e piega l’altero, Zeus altitonante, che abita l’eccelsa dimora. Guarda ed ascolta, ti prego; e con la giustizia raddrizza le leggi comuni, tu; io per mia parte esporrò a Perse delle cose veraci. Non fu unica invero la stirpe delle Contese (Esiodo, Opere e giorni, vv. 1-11)

 

Di Eleutere narrano che non abbia conseguito la vittoria pitica benché avesse una voce forte e dolce, perché concorreva sì nel canto, ma non con un suo canto. Si dice che anche Esiodo fu escluso dalla gara per il fatto che non aveva imparato a suonare la cetra insieme al canto (Pausania, Guida della Grecia, libro X, cap. 7, § 3 = Esiodo, T39 Most)

 

Nicocrate sostiene che Esiodo fu il primo a praticare la professione di rapsodo (Anonimo, Scolio alle Nemee di Pindaro 2.1d = Esiodo, T41 Most; Nicocrate storico, fr. 8 Schachter)

 

Infine Giasone nel terzo libro dei Sacrifici per Alessandro scrive che ad Alessandria, nel teatro grande, l’attore comico Egesia interpretò le opere di Esiodo [il manoscritto dice: Erodoto, N.d.A.], mentre Ermofanto declamò quelle di Omero (Ateneo di Naucrati, I sofisti al banchetto, libro XIV, cap. 12 = Giasone storico, fr. 1 Burstein)

 

Dalle Muse Eliconie prendiamo l’inizio del nostro canto: da esse che abitano il grande e sacro monte dell’Elicona, e danzano coi piedi delicati attorno alla fonte dall’acqua color di viola ed all’altare dell’onnipotente Cronide; quindi, dopo aver lavato il loro corpo soave nel Permesso o nell’Ippocrene o nel sacro Olmio, son solite intrecciare belle ed incantevoli danze sulla cima dell’Elicona, guizzando con gli agili piedi. E di là dipartendosi, avvolte da fitta nebbia, vanno di notte facendo udire la loro splendida voce, inneggiando all’egioco Zeus e ad Era veneranda di Argo, che avanza su aurei calzari, ed alla figlia dell’egioco Zeus, Atena dagli occhi splendenti, ed a Febo Apollo, ad Artemide saettatrice, ed a Posidone che muove la terra, che fa tremare il suolo; inneggiando a Temi veneranda e ad Afrodite dalle ciglia palpitanti, e ad Ebe dall’aurea corona ed alla bella Dione, a Latona, a Giapeto, a Crono dai tortuosi disegni, all’Aurora, al grande Sole ed alla Luna splendente, alla Terra, all’Oceano immenso ed alla nera Notte, ed alla stirpe sacrosanta degli altri dèi immortali, che vivono in eterno. Son esse, le Muse, che ad Esiodo un giorno insegnarono uno splendido canto, mentre pascolava gli agnelli ai piedi del sacro Elicona. Ed ecco le prime parole, che le dèe mi rivolsero, le Muse dell’Olimpo, figlie dell’egioco Zeus: «O pastori che avete dimora nei campi, triste oggetto di vituperio, voi che siete solo ventre e nient’altro! Noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero; noi sappiamo, quando vogliamo, proferire le parole veraci». Così parlarono le figlie del grande Zeus, abili nella parola, e come scettro mi diedero uno splendido ramo, staccandolo da un alloro rigoglioso; ispirarono in me una voce divina, perché io cantassi le cose che saranno e le cose che furono. Esse mi ordinarono di celebrare la stirpe degli immortali sempiterni, e di cantarli sempre, all’inizio e alla fine dei miei canti (Esiodo, Teogonia, vv. 1-34)

 

«Nove figlie»: sono queste le invenzioni delle Muse: Clio (inventò) la retorica, Euterpe la auletica o arte del suonare il flauto, Talia la commedia, Melpomene la tragedia, Terpsicore l’arte di suonare la cetra, Erato la poesia, Polimnia la geometria, Urania l’astronomia, Calliope la poesia epica, e costei disse la più eccellente di tutte (Anonimo, Scolio alla “Teogonia” di Esiodo, v. 76)

 

Tali cose invero cantavan le Muse che hanno la dimora sull’Olimpo, le nove figlie generate dal grande Zeus: Clio ed Euterpe, Talia e Melpomene, Tersicore, Erato e Polinnia, ed Urania, e Calliope che fra tutte è la più prestante; ella infatti si accompagna ai sovrani venerandi (Esiodo, Teogonia, 75-79)

 

Né più Zeus contenne l’ira, ma tosto di furore si empi l’animo suo, ed ecco mostrava palese tutta la sua forza: avanzava senza posa dal cielo e dall’Olimpo lanciando folgori, e le saette assieme ai lampi ed ai tuoni fittamente volavano dalla sua mano possente, facendo serpeggiare la fiamma divina senza un attimo di sosta; tutt’intorno la terra, sorgente di vita, rimbombava in fiamme, e la selva immensa crepitava in modo orrendo per il fuoco. Ribolliva tutta la terra, e le onde dell’Oceano, ed il mare scintillante; un caldo soffio avvolgeva i Titani figli della terra, mentre la fiamma giungeva fino al divino etere, incessante, ed il bagliore del fulmine e della saetta accecava i loro occhi, pur essendo essi valorosi. Un ardore inconcepibile avvolse l’abisso: quel che potevan vedere gli occhi e le orecchie sentire era tale, come se cozzassero insieme la terra e l’ampio cielo. Cosi grande infatti si alzerebbe il fragore se l’una sprofondasse, e l’altro si abbattesse da sopra su di essa: tale era il fragore degli dèi che si scontravano nella lotta! Ed, insieme, i venti facevan crescere rombando il tremor della terra, la massa della polvere che s’innalzava, ed il tuono ed il lampo ed il fulmine fiammeggiante, armi del grande Zeus, e portavano le urla e il clamore nei due fronti opposti; un fragore immenso sorgeva dalla terribile lotta, ed appariva la potenza delle opere loro. Quindi, la battaglia volse al declino; ma prima, opponendosi gli uni agli altri, essi combattevano senza sosta nella terribile mischia (Esiodo, Teogonia, vv. 687-712)

 

 

«Fittamente» (iktar): senz’altro dall’idea di vicinanza, in quanto derivato da iknoùmai (giungo): iktar, iktikòs (celermente), rapidamente. O al posto di “vicino”, da “che segue dappresso’, poiché chi è giunto diventa vicino. I tragici usano questo termine (Anonimo, Scolio alla “Teogonia” di Esiodo, v. 691)

 

E come il mito di Esiodo narra che Pandora fu il capolavoro degli dèi [Teogonia, vv. 570-589; Opere e giorni, vv. 69-82], così la sapienza umana è anche il risultato degli sforzi degli atomi? E allora, tutta la poesia, tutta la musica, l’astronomia, la geometria e tutte le altre scienze, i greci non diranno più che sono invenzioni o insegnamenti degli dèi e, invece, dovranno affermare che gli unici dotati di ogni abilità e di ogni saggezza sono gli atomi-muse? La teogonia atomista di Epicuro è, infatti, bandita dai mondi infiniti, e si è rifugiata nel disordine infinito (Dionisio di Alessandria, Sulla natura, fr. 7 Feltoe = Eusebio di Cesarea, Preparazione al Vangelo, libro XIV, cap. 26, § 13)

 

All’inizio, per primo, fu il Caos; in seguito quindi, la Terra dal largo petto, dimora sicura per sempre di tutti gli immortali, che abitano le cime del nevoso Olimpo, ed il Tartaro tenebroso nei recessi della Terra dalle larghe vie; quindi venne Eros, il più bello fra gli dèi immortali, colui che scioglie le membra, che di tutti gli dèi e di tutti gli uomini doma nel petto l’animo ed i saggi consigli (Esiodo, Teogonia, vv. 116-122)

 

Dice lui stesso [scil. Epicuro] di essersi dato alla filosofia a quattordici anni; e Apollodoro Epicureo nel primo libro della Vita di Epicuro precisa che giunse alla filosofia per dispregio dei maestri di scuola, poiché non avevano saputo spiegargli quanto asseriva Esiodo a proposito del caos. Dice Ermippo che egli fu maestro di scuola, ma essendogli capitate fra le mani le opere di Democrito, si volse alla filosofia (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro X, § 2 = Esiodo, T118 Most; Ermippo di Smirne, fr. 82 Bollansée)

 

E, invero, chi disse «All’inizio, per primo, fu il Caos; in seguito quindi, la Terra dal largo petto, dimora sicura per sempre di tutti» [Teogonia, vv. 116-117] si confuta da se stesso, giacché, se qualcuno gli domanda da quale cosa sia nato il Caos, egli non avrà nulla da rispondere. Anzi alcuni asseriscono che proprio questo motivo abbia spinto Epicuro a fare i primi approcci verso la filosofia. Infatti, mentre era ancora giovincello, chiese al suo maestro di grammatica che stava leggendo «All’inizio, per primo, fu il Caos» da che cosa mai fosse venuto a nascere il Caos, se davvero esso era nato per primo. E poiché il maestro gli rispose che non era affar suo insegnare cose siffatte, ma che ciò spettava ai cosiddetti filosofi: «Allora» ribatté Epicuro «presso di loro io devo recarmi, se è esatto che proprio costoro conoscono la verità delle cose!» (Sesto Empirico, Contro i dogmatici, libro X, §§ 18-19 = Esiodo, T118 Most)

 

Infine, poiché è assegnato alle cose conforme alla specie un termine di crescita e di conservazione della vita, e da leggi di natura risulta sancito ciò che ognuna possa e ciò che non possa, e niente si muta, anzi tutte le cose sono così stabili, che i vari uccelli nel succedersi delle generazioni mostrano tutti sul corpo le screziature della loro specie, devono anche – è certo – avere un corpo di materia immutabile (Lucrezio, Sulla natura, libro I, vv. 584-592)

 

Né la massa della materia fu mai più compatta di ora, né disgiunta da maggiori intervalli : perché nulla viene ad accre[1]scerla né da essa si perde. Perciò il moto che ora agita i corpi degli elementi è il medesimo che li mosse nelle età trascorse, e sempre in futuro con il medesimo ritmo saranno trasportati, e ciò che soleva nascere nascerà ancora nella stessa condizione, e vivrà e crescerà raggiungendo il pieno vigore, nei limiti a ogni cosa assegnati dai decreti della natura (Lucrezio, Sulla natura, libro II, vv. 294-302)

 

[Le testimonianze più rilevanti su Esiodo sono raccolte da Glenn Most (ed.), Hesiod. Vol. 1: Theogony, Works and Days, Testimonia. Harvard University Press, Cambridge-London 2018. Per le traduzioni dei poemi esiodei, si usa Aristide Colonna (a cura di), Esiodo: Opere, Einaudi, Torino 1997, mentre per l’introduzione e gli scolii di Proclo si ricorre a Cesare Cassanmagnago (a cura di), Esiodo: Tutte le opere, con la prima traduzione degli scolii, Bompiani, Milano 2009. Le altre raccolte e traduzioni usate sono le seguenti:

  1. Albert Schachter, Nikokrates, in Ian Worthington (ed.), Brill’s New Jacoby, liberamente consultabile al sito http://dx.doi.org/10.1163/1873-5363_bnj_a376;
  2. Charles Lett, Feltoe (ed.), The Letters and Other Remains of Dionysius of Alexandria. Cambridge University Press, Cambridge 1904.
  3. Elisabetta Matelli (a cura di), Prassifane: testimonianze e frammenti, Milano: Vita & Pensiero, 2012;
  4. Franzo Migliore (a cura di), Eusebio di Cesarea: Preparazione evangelica. Vol. 3, Città Nuova, Roma 2012;
  5. Hermann Waeschke, De Aristarchi Studiis Hesiodis, in «Acta seminarii regii et societatis philologicae Lipsiensis», Lipsiae 1874, pp. 151-172
  6. Jan Bollansée (ed.), Hermippos of Smyrna and His Biographical Writing: A Reappraisal, Leiden, Brill 1999;
  7. Stanley Burstein, Jason, in Ian Worthington (ed.), Brill’s New Jacoby, liberamente consultabile al sito http://dx.doi.org/10.1163/1873-5363_bnj_a632;

Umberto Bultrighini, Mario Torelli (a cura di), Pausania: Guida della Grecia. Libro X, Fondazione Lorenzo Valla, Milano 2017.

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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento e ricercatore presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Studioso di filosofia antica, della sua ricezione nel pensiero della prima età moderna e di teatro, è specialista del pensiero teologico e delle sue ricadute morali. Supervisiona il "Laboratorio Teatrale" dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica "Teatrosofia" (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con "Teatro e Critica". Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di "Büchner, artista politico" (Università degli Studi di Trento, Trento 2015), autore di una "Storia delle antiche teologie atomiste" (Sapienza Università Editrice, Roma 2017), traduttore ed editor degli scritti epicurei del professor Phillip Mitsis dell'Università di New York-Abu Dhabi ("La libertà, il piacere, la morte. Studi sull'Epicureismo e la sua influenza", Roma, Carocci, 2018: "La teoria etica di Epicuro. I piaceri dell'invulnerabilità", Roma, L'Erma di Bretschneider, 2019). Dal 4 gennaio al 4 febbraio 2021, è borsista in residenza presso la Fondazione Bogliasco di Genova. Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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